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Uomo morto in compagnia
di
Francesco Borrasso
La pioggia batteva frenetica sulle vetrate. Luce
verdastra a tratti ombra illuminava la stanza.
Non c’era vita, o quasi. Un respiro affannoso.
Volute di fumo nelle tenebre si alzavano per perdersi
tra le mura che lo tenevano fermo. Si toccò i baffi.
Sigaretta buttata in terra e ancora accesa e il suo
scintillio rossastro paventava una lucciola in fin di
vita. Era da quella sera che lei si era presentata.
Era da quella notte che non era andata più via.
Mancavano quattro giorni alla fine e quella maledetta
aveva voglia di prenderlo per il culo, aveva pensato
lui. I tatuaggi sul suo corpo raccontavano di una vita
passato allo sfascio. Di visite innumerevoli già fatte
in posti come quello.
E fuori la luna brillava su un tessuto nero, e le gocce
di pioggia continuavano a venire giù e il vento sembrava
parlare, origliare, deriderlo. Cosa vuoi dannata
puttana.
Era tutto quello che aveva detto non appena l’aveva
scorta.
Era entrata nell’angolo buio della stanza. Dove nemmeno
la luce sporca dei lampioni che fiancheggiavano la
strada riusciva ad arrivare.
Lei aveva sorriso. Triste e malinconico, un viso che
chiedeva spiegazioni. Ed era rimasta lì.
Il giorno era venuto. Lui aveva fatto una colazione che
per poco non aveva vomitato tutto nel cesso. Le mani
strette da metallo che non si sapeva mai, non doveva
avere la possibilità di togliersi la vita, non gli
sarebbe stato reso tutto così facile.
Quella ragazza dai capelli biondi sporchi di fanghiglia.
Con i vestiti lacerati e ferite sul costato che
sembravano buchi senza fondo.
Il primo giorno non si erano rivolti nemmeno una parola.
Tranne le imprecazioni di lui a cui non c’era stata
risposta, l’aria tra loro era rimasta ferma come una
barca in un mare calmo. I minuti sull’orologio dozzinale
appeso alla parete bianca erano lenti. Lui lo guardava
per capire quanto mancasse. E a volte capitava che non
osservandolo per troppo tempo si ritrovava derubato di
ore che non aveva vissuto.
Il crepuscolo si stava affacciando lentamente dietro una
piccola collina che riusciva a scorgere dal suo posto
all’inferno.
«Ti senti pronto?»
Le parole di quella ragazza risuonarono forti come i
rintocchi di una campana.
Inizialmente decise di non rispondere. Non a lei che si
era presentata senza alcun permesso e che poteva
rimanere di fianco a lui, nonostante fosse solo e
nessuno poteva condividere il suo spazio vitale. Poi
decise che tanto valeva parlare. Almeno il tempo sarebbe
servito a qualcosa.
«Che cazzo vuoi?»
Una domanda ad una domanda.
Mentre consumava l’ennesima sigaretta. Sempre con le
mani troppo vicine l’una all’altra. Sempre con
l’impossibilità di rivedere visi familiari.
Con una strada tracciata davanti al suo destino, e una
porta che lo attendeva di lì a qualche giorno. E dopo
quella porta forse non c’era altro che sofferenza.
«Ti ho chiesto se sei pronto a pagare?»
«Fanculo brutta puttana!»
Rispose lui, cacciando saliva nel suo parlare rabbioso.
«Perché sarei una puttana?»
Lui rimase in silenzio.
E si potevano ascoltare i rami degli alberi nel viale
che frusciavano.
E si poteva osservare il buio che calava come un lento
sipario.
«Solo perché ho bevuto della birra e mi sono fidata di
un altro essere umano?»
Ecco.
Il tormento era iniziato.
Le parole di quella ragazza non smisero di sussurrare
nelle sue orecchie per tutta la notte. E lui urlava. E
chiedeva di farla allontanare. Ma nessuno lo ascoltava.
Intimandolo al silenzio.
Lì c’era gente che voleva dormire.
E lei che parlava.
«Sarei una puttana io. Solo perché tu hai deciso di
violentarmi. Solo perché tu hai deciso che la tua forza
non bastava a domarmi e hai dovuto prendere quel
coltello e bucarmi come un palloncino di plastica. Solo
che non è uscita aria, ma sangue.»
La notte agitata.
Quando le prime luci del mattino iniettarono la stanza
con una luminosità smorta lui era sveglio già da un
pezzo e la osservava mentre seduta in terra canticchiava
una strana melodia. Solo due giorni. Non aveva voluto il
conforto di nessuno.
E quando aveva parlato a qualcuno di quella dannata
donna avevano fatto finta di non sentirlo. Era feccia.
Era nulla. E sarebbe stato nulla.
Le ore ormai si mischiavano al tempo che tagliava gli
attimi come lama sul burro.
Non esistevano oggi e domani ma solo minuti e secondi
che lo separavano dal risultato dei suoi gesti.
Lei si alzò da terra.
«Perché non ti lavi. Sei ancora tutto sporca.»
Disse lui.
«Forse succederà quando non ti vedrò più.»
Rispose mentre con lo sguardo era rivolta verso la
parete bianca e vuota.
Sporca di scritte rubate e viscidume.
Nei momenti che sembravano più calmi lei d’improvviso si
avvicinava all’orecchio di lui ed iniziava a parlare in
modo veloce, con una voce roca e triste.
Spesso non si capiva nulla. Ma quella foga lo metteva in
agitazione.
A volte aveva provato a spostarla. Ma aveva toccato solo
il vuoto che lo circondava.
Mancava un solo giorno.
«Ti senti pronto?»
Chiese lei.
Mentre quel buco che li ospitava sembrava ribollire di
collera e lacrime perse.
«Come potrei sentirmi pronto. Che cazzo di domande
sono.»
«Eppure tu a me non l’hai chiesto?»
«Cosa?»
«Se mi sentivo pronta. Prima di uccidermi.»
E a passi lenti, come se volasse sul pavimento unto e
ombra, si incominciò ad allontanare.
Spalle al muro, si voltò verso di lui, osservandolo. Gli
occhi sembravano fiamme verdi.
C’era disperazione nel suo sguardo.
Le ultime ore furono silenzio. Di quello denso. Di
quello che fa male all’udito e soprattutto alle
emozioni.
«Io non so perché l’ho fatto. Non avevo mai ucciso
nessuno prima.»
Disse lui.
Nel mentre sembrava che il tempo in quella cella si
fosse fermato.
«Le cose non possono cambiare. Quel che è fatto è fatto.
Adesso dovrai pagare.»
«Perché sei venuta?»
«Non riuscivo a scappare via, e l’unico mio ricordo eri
tu.»
Una guardia annunciò che mancavano 15 minuti alla
mezzanotte.
Il rumore delle grate all’apertura fu forte come il
botto di un cannone. Lui guardava lei.
Mentre sulle gambe gli avevano rasato i peli. Mentre le
scarpe gli venivano tolte via. Mentre qualche lacrima
stava incominciando a cadere.
La realizzazione che la sua vita sarebbe terminata da lì
a qualche passo. E lui la guardava.
Cercando perdono, compagnia, ristoro.
Lo presero dai due lati. Quello grasso annunciò a gran
voce.
«Uomo morto in marcia.»
Era la prassi.
Lo legarono stretto.
Mani, piedi, corpo. Al suo fianco però lei non
scompariva. Rimaneva fissa ad osservarlo.
Sembrava che volesse gustarsi lo spettacolo in prima
fila.
O forse no.
Forse non c’era atro posto dove sarebbe potuta essere e
forse tutto quello avrebbe voluto evitarlo.
Quando tolsero il telo dalla vetrata tante persone in
fila come in un teatro aspettavano l’esecuzione di uno
stupratore, un omicida, un uomo.
Lui pianse ancora, ma se ne accorse solo lei.
L’ago nella vena del braccio sinistro era gelido come
neve fresca sulla schiena.
Siringa numero uno, numero due, numero tre e via tutte
le altre.
I suoi occhi si spensero e nell’istante esatto in cui si
sentì morire vide lei che splendete di un aspetto
diverso era riuscita a sorridere tristemente.
I capelli biondi, il vestito pulito e senza tagli.
E lo spettacolo era giunto al termine.
E l’inferno forse aveva ospiti. E forse altri posti
attendevano lui, che uomo era prima di tutto, uomo,
fatto di emozioni, sensazione e coscienza.