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Biografia dell'autore

Diplomato come Perito Ragioniere Programmatore e dopo una breve carriera universitaria presso la Facoltà dei Beni Culturali di Lecce, intraprendo la carriera nella Marina Militare a Taranto, dove oggi lavoro. Insegnante di arti marziali, in particolar modo di T'ai Ch'i Ch'uan, sono sempre stato affascinato da tutto ciò che è arte e natura. Tali interessi hanno messo in risalto la mia passione per la scrittura, ed in particolar modo per la poesia. E' in uscita un mio libro di poesie edito dalla Aletti/Orizzonti, collaboro per un movimento poetico letterario, il Dinanimismo, partecipo inoltre a vari concorsi di poesia, ma sino ad oggi, non mi sono mai cimentato nel racconto.

 

 

NOT ALONE

di

 Nuzzo Marco

 

Dana alzò la fronte. Gli occhi ancora semiaperti, riusciva ad ascoltarsi nel respiro lieve, cadenzando i battiti con l'aria calda che le fluiva via dalla bocca vellicandole le labbra socchiuse... sistole e diastole in sincronia col  soffio vitale, mentre l'effluvio dolciastro di sangue le lambiva l'olfatto. C'era qualcosa in quel posto, con lei, sentiva una presenza estranea vicina, un ansimare, un lamento a lei familiare, appena accennato. Fece uno sforzo per aprire gli occhi, ma la luce filtrante da un qualche finestrone le arrecava fastidio.

Non comprendeva cosa stesse accadendo, voleva soltanto aprire quei dannati occhi e rendersi conto della situazione, dopotutto. Forse aveva perduto i sensi, forse s'era accasciata per terra, ma non ne era del tutto certa. Un cliente... si, ora ricordava quello strano personaggio che le si era avvicinato, chiedendole un... cosa?

        La testa, accidenti! - non ricordava più niente! Sussurrò qualcosa, che le uscì dalla bocca come un lamento, sperando che  quel gemito potesse venir ascoltato da qualcuno, ma non sopraggiunse alcuna risposta; solo l'ansimare continuo e affannato di un'ombra. Attese in silenzio, sperando di poter recuperare le forze che l'avrebbero rimessa in piedi. Cercò di agitare le braccia aperte a croce, ma tutto ciò che riuscì ad ottenere, fu il clangore di un qualcosa di metallico che non le permetteva libertà di movimento degli arti superiori. Avvertiva i piedi nudi, le caviglie le erano state bloccate da ferri, non riusciva a muovere neanche le gambe. Non attese troppo prima di rendersi conto della situazione.

Qualcuno l'aveva rapita, quell'ombra gemente... forse era un assassino al quale piaceva uccidere quelle come lei, un malato di mente che amava i giochi perversi con le prostitute e tutte le reiette che gli sarebbero venute a tiro, quelle che presto sarebbero passate nel dimenticatoio, persino tra gli schedari della polizia. Il respiro le si fece affannato, mentre il cuore palpitava all'impazzata... Cercò di controllarsi, come le aveva insegnato una volta, da ragazza il suo insegnante di training autogeno... "quando siete ansiosi" diceva "provate a respirare lentamente, ascoltate il vostro respiro, il vostro battito"...

        caro Arnold – pensò

– avrei voluto vederti in una situazione di reale paura come questa... cosa avrebbe fatto il tuo training autogeno del cazzo?

Tentò ancora di spalancare le palpebre, questa volta riuscendo a scorgere una sagoma che lentamente prendeva forma... era qualcosa di indefinibile, forse un uomo seduto su una sedia, ma non riusciva a capire, eppure quella voce... quel lamento... aveva qualcosa di  familiare.

Tutt'intorno riusciva a scorgere soltanto ombre e luce screziata di quel finestrone, unico affaccio all'esterno... forse, se avesse gridato, qualcuno avrebbe potuto sentirla e correre ad aiutarla.

Ancora una volta, il grido le morì in gola, tramutandosi in un lieve rantolo. Probabilmente era stata drogata e l'effetto non era ancora del tutto svanito.

Ancora una volta rivolse lo sguardo verso quella sagoma che pareva fissarla in modo maniacale. Questa volta distinse il madreperlaceo lucore che colpiva quella che probabilmente era la sedia dalla quale il suo persecutore la osservava.

        Chi sei? - disse, cercando di mantenere la calma... nella voce però, aveva tradito un accenno di insicurezza, il risultato s'era vibrato in aria come una corda tremante... sperava che il rapitore non se ne fosse comunque accorto.

Attese qualche istante, ma dall'altra parte, nessuna risposta, solo un altro lieve gemito.

Chiuse e riaprì gli occhi, sperando che questo gesto le avrebbe eliminato la secchezza e che la lacrimazione le avrebbe apportato ulteriori migliorie alla vista. Dopo pochi istanti, riuscì a vedere chiaramente i dettagli delle rifiniture della sedia... quel che era seduto sopra, era un uomo incappucciato, imbavagliato e che continuava a mugugnare e gemere sotto quel cappuccio. Presto Dana si rese conto di essere nuda, legata mani e piedi a delle catene d'acciaio, su un qualcosa che sembrava una croce.

Non sapeva se gridare, gli occhi erano sbarrati, avrebbe voluto strapparsi via le braccia e le gambe e trovare la forza di scappare...

        Buongiorno

una voce venuta dal nulla si fece strada tra la scia di luce filtrante del finestrone, che ora le lambiva un fianco, riscaldandolo.

        Dormito bene?

La voce era quella di un uomo, era una voce calma, tranquilla, che in altre occasioni avrebbe potuto infondere tranquillità anche a chi la ascoltava, una voce profonda.

Dana si guardò attorno, poi balbettò

        C...c'è qualcuno?... A...aiuto... - sentiva ancora il torpore della bocca e della lingua che non le permetteva di parlare fluentemente.

Dana, è questo il tuo nome, vero?

S...si, ma tu chi sei?

D'un tratto, la sagoma oltrepassò la cortina di luce e si mostrò in tutto il suo orrore.

Era un uomo tremendamente deforme, probabilmente dalla nascita, un Freak, uno scherzo della natura. La calotta cranica presentava una rientranza non indifferente, come se una parte del cervello gli fosse stata asportata, anche se pareva ragionare molto bene, gli occhi nerissimi e sfalsati rispetto all'attaccatura di quello che doveva essere un naso, concretizzato però da due nari. La bocca era piccolissima e quando parlava si apriva a malapena. La pelle, grigiastra, fatiscente e rugosa, emanava odori nauseabondi, come di qualcosa che stesse morendo. Braccia ed avambracci erano troppo lunghi rispetto al normale, tanto che le mani, dalla posizione eretta, arrivavano molto al di sotto delle ginocchia.

        Aiutami, ti prego – implorò Dana;

Aiutarti? Non ne ho la minima intenzione, Dana. Tu sarai la madre di mio figlio -

A queste parole, Dana ebbe un tonfo al cuore... voleva trovare un modo per liberarsi e uccidere quella "cosa", ma come fare?

La creatura si allontanò da lei, dirigendosi verso la figura incappucciata seduta sulla sedia dalle rifiniture di madreperla. In un rapido gesto, tolse il cappuccio che gli copriva il viso. Dana sgranò gli occhi, riconoscendo istantaneamente quel volto.

        Jack, oh mio Dio! -

No, qui non c'è alcun Dio – rispose il mostro. - Dimmi Jack, quante volte te la sei scopata, eh? È brava come troia? Beh, adesso lo sapremo... -

Jack continuò a mugugnare mentre la figura tornava verso la donna, liberandosi degli ultimi vestiti laceri e mostrando la turgidità del suo pene. Ma il mostro prese una spranga di ferro scagliandola con tutta la forza che aveva in quell'esile corpo sul viso di Jack. Quell'asta fù l'ultima cosa che Jack vide coi suoi occhi bagnati di lacrime.

Dana cominciò a gridare come una forsennata, ma la figura del mostro si scagliò contro di lei, strappandole gli slip e mostrando il ciuffetto di peli neri, curato e depilato, sopra le grandi labbra di un colore rosa, colore chiaramente visibile grazie alla luce del sole che ora andava a colpire quella parte anatomica.

Forse sarebbe stato meglio restare in silenzio per non fomentare l'ira del mostro, aveva ucciso Jack e avrebbe potuto fare la stessa cosa con lei se non avesse collaborato.

Il freak si distese viscidamente su di lei, quel corpo di donna, così caldo, nudo e bello, sarebbe stato il corpo che avrebbe portato suo figlio. Cominciò a palparle i seni prominenti ma non troppo, leccarli servilmente, con una lingua dal colore violaceo. Dana in quel momento si sentiva una verginella. Quella cosa era contro natura, eppure non sapeva come, la eccitava... era un desiderio, un calore che non sentiva da tanto, qualcosa che i suoi clienti da puttane d'alto borgo non erano in grado di darle, qualcosa che Jack stesso, che la fotteva giorno e notte non sapeva darle. Un gemito fece trasalire il mostro quand'egli infilò il suo lungo pene in quella stretta fessura tra le cosce della donna, cominciando a sbatterla... le piaceva, lo sapeva, lo sentiva... forse adesso avrebbe potuto liberarla dalle catene, in modo da farla gemere come lui voleva. E così fece. Dana gemeva, mentre il suo corpo veniva violato da quella creatura, mentre veniva presa tra quelle braccia esili a vedersi, eppure forti nel trasportarla alla bocca di un'orgasmo che nessuno prima d'allora le aveva mai procurato e che mai certamente le avrebbe arrecato in seguito. Il mostro terminò il suo amplesso spruzzando copiosamente il suo seme nella donna, che ora giaceva stremata. Il mostro stesso ora pareva privo di vita, accasciato per terra ai piedi della sua amante che lentamente raccoglieva le forze respiro dopo respiro.

Dana alzò la fronte. Gli occhi semiaperti, riusciva ad ascoltarsi nel respiro affannato che le solleticava la bocca... sistole e diastole in sincronia col soffio vitale mentre l'effluvio dolciastro di sangue le lambiva l'olfatto. Un deja-vù? Forse.

C'era qualcosa in quel posto con lei... - Oddio si! Il mostro! -

Dana raccolse le forze, provò a muovere le braccia... nessun clangore metallico... era libera... si alzò e corse istintivamente verso la spranga che giaceva ai piedi del corpo senza vita di Jack. La raccolse, ma una forza la bloccò alle spalle.

        Dana, amore -

Riconobbe la voce del mostro che le alitava alle spalle.

Trovò la forza per girarsi e colpire ininterrottamente il freak con una tale violenza, troppa per una donna della sua costituzione, colpì, sino a quando il mostro non giacque a terra senza vita e tra i fiotti del sangue rosso vivo che scendeva dalla testa e dal corpo anomalo in rivoli lenti, macchiando la superficie e le pareti di rosso.

Dana gettò il ferro per terra, pianse ai piedi di Jack, poi, rialzandosi, realizzò che era libera, che ora poteva rifarsi una vita... il suo protettore era morto, il mostro era morto... forse poteva sperare in una vita normale... forse... si.

La luce che trafiggeva il finestrone la scaldava, mentre il sangue rapprendeva sul suo corpo nudo. Si rivestì e prese in mano l'impugnatura della porta che affacciava all'esterno. Finalmente era libera.

Uscì fuori e respirò aria tropicale.

Era su un isola.

Attorno a lei affluì una moltitudine di gente.

Erano freaks.

Erano mostri!