NOT ALONE
di
Nuzzo Marco
Dana alzò la fronte. Gli occhi ancora semiaperti,
riusciva ad ascoltarsi nel respiro lieve, cadenzando i
battiti con l'aria calda che le fluiva via dalla bocca
vellicandole le labbra socchiuse... sistole e diastole
in sincronia col soffio vitale, mentre l'effluvio
dolciastro di sangue le lambiva l'olfatto. C'era
qualcosa in quel posto, con lei, sentiva una presenza
estranea vicina, un ansimare, un lamento a lei
familiare, appena accennato. Fece uno sforzo per aprire
gli occhi, ma la luce filtrante da un qualche finestrone
le arrecava fastidio.
Non comprendeva cosa stesse accadendo, voleva soltanto
aprire quei dannati occhi e rendersi conto della
situazione, dopotutto. Forse aveva perduto i sensi,
forse s'era accasciata per terra, ma non ne era del
tutto certa. Un cliente... si, ora ricordava quello
strano personaggio che le si era avvicinato, chiedendole
un... cosa?
–
La testa, accidenti! - non ricordava più niente!
Sussurrò qualcosa, che le uscì dalla bocca come un
lamento, sperando che quel gemito potesse venir
ascoltato da qualcuno, ma non sopraggiunse alcuna
risposta; solo l'ansimare continuo e affannato di
un'ombra. Attese in silenzio, sperando di poter
recuperare le forze che l'avrebbero rimessa in piedi.
Cercò di agitare le braccia aperte a croce, ma tutto ciò
che riuscì ad ottenere, fu il clangore di un qualcosa di
metallico che non le permetteva libertà di movimento
degli arti superiori. Avvertiva i piedi nudi, le
caviglie le erano state bloccate da ferri, non riusciva
a muovere neanche le gambe. Non attese troppo prima di
rendersi conto della situazione.
Qualcuno l'aveva rapita, quell'ombra gemente... forse
era un assassino al quale piaceva uccidere quelle come
lei, un malato di mente che amava i giochi perversi con
le prostitute e tutte le reiette che gli sarebbero
venute a tiro, quelle che presto sarebbero passate nel
dimenticatoio, persino tra gli schedari della polizia.
Il respiro le si fece affannato, mentre il cuore
palpitava all'impazzata... Cercò di controllarsi, come
le aveva insegnato una volta, da ragazza il suo
insegnante di training autogeno... "quando siete
ansiosi" diceva "provate a respirare lentamente,
ascoltate il vostro respiro, il vostro battito"...
–
caro Arnold – pensò
– avrei voluto vederti in una situazione di reale paura
come questa... cosa avrebbe fatto il tuo training
autogeno del cazzo?
Tentò ancora di spalancare le palpebre, questa volta
riuscendo a scorgere una sagoma che lentamente prendeva
forma... era qualcosa di indefinibile, forse un uomo
seduto su una sedia, ma non riusciva a capire, eppure
quella voce... quel lamento... aveva qualcosa di
familiare.
Tutt'intorno riusciva a scorgere soltanto ombre e luce
screziata di quel finestrone, unico affaccio
all'esterno... forse, se avesse gridato, qualcuno
avrebbe potuto sentirla e correre ad aiutarla.
Ancora una volta, il grido le morì in gola, tramutandosi
in un lieve rantolo. Probabilmente era stata drogata e
l'effetto non era ancora del tutto svanito.
Ancora una volta rivolse lo sguardo verso quella sagoma
che pareva fissarla in modo maniacale. Questa volta
distinse il madreperlaceo lucore che colpiva quella che
probabilmente era la sedia dalla quale il suo
persecutore la osservava.
–
Chi sei? - disse, cercando di mantenere la calma...
nella voce però, aveva tradito un accenno di
insicurezza, il risultato s'era vibrato in aria come una
corda tremante... sperava che il rapitore non se ne
fosse comunque accorto.
Attese qualche istante, ma dall'altra parte, nessuna
risposta, solo un altro lieve gemito.
Chiuse e riaprì gli occhi, sperando che questo gesto le
avrebbe eliminato la secchezza e che la lacrimazione le
avrebbe apportato ulteriori migliorie alla vista. Dopo
pochi istanti, riuscì a vedere chiaramente i dettagli
delle rifiniture della sedia... quel che era seduto
sopra, era un uomo incappucciato, imbavagliato e che
continuava a mugugnare e gemere sotto quel cappuccio.
Presto Dana si rese conto di essere nuda, legata mani e
piedi a delle catene d'acciaio, su un qualcosa che
sembrava una croce.
Non sapeva se gridare, gli occhi erano sbarrati, avrebbe
voluto strapparsi via le braccia e le gambe e trovare la
forza di scappare...
–
Buongiorno
una voce venuta dal nulla si fece strada tra la scia di
luce filtrante del finestrone, che ora le lambiva un
fianco, riscaldandolo.
–
Dormito bene?
La voce era quella di un uomo, era una voce calma,
tranquilla, che in altre occasioni avrebbe potuto
infondere tranquillità anche a chi la ascoltava, una
voce profonda.
Dana si guardò attorno, poi balbettò
–
C...c'è qualcuno?... A...aiuto... - sentiva ancora il
torpore della bocca e della lingua che non le permetteva
di parlare fluentemente.
Dana, è questo il tuo nome, vero?
S...si, ma tu chi sei?
D'un tratto, la sagoma oltrepassò la cortina di luce e
si mostrò in tutto il suo orrore.
Era un uomo tremendamente deforme, probabilmente dalla
nascita, un Freak, uno scherzo della natura. La calotta
cranica presentava una rientranza non indifferente, come
se una parte del cervello gli fosse stata asportata,
anche se pareva ragionare molto bene, gli occhi
nerissimi e sfalsati rispetto all'attaccatura di quello
che doveva essere un naso, concretizzato però da due
nari. La bocca era piccolissima e quando parlava si
apriva a malapena. La pelle, grigiastra, fatiscente e
rugosa, emanava odori nauseabondi, come di qualcosa che
stesse morendo. Braccia ed avambracci erano troppo
lunghi rispetto al normale, tanto che le mani, dalla
posizione eretta, arrivavano molto al di sotto delle
ginocchia.
–
Aiutami, ti prego – implorò Dana;
Aiutarti? Non ne ho la minima intenzione, Dana. Tu sarai
la madre di mio figlio -
A queste parole, Dana ebbe un tonfo al cuore... voleva
trovare un modo per liberarsi e uccidere quella "cosa",
ma come fare?
La creatura si allontanò da lei, dirigendosi verso la
figura incappucciata seduta sulla sedia dalle rifiniture
di madreperla. In un rapido gesto, tolse il cappuccio
che gli copriva il viso. Dana sgranò gli occhi,
riconoscendo istantaneamente quel volto.
–
Jack, oh mio Dio! -
No, qui non c'è alcun Dio – rispose il mostro. - Dimmi
Jack, quante volte te la sei scopata, eh? È brava come
troia? Beh, adesso lo sapremo... -
Jack continuò a mugugnare mentre la figura tornava verso
la donna, liberandosi degli ultimi vestiti laceri e
mostrando la turgidità del suo pene. Ma il mostro prese
una spranga di ferro scagliandola con tutta la forza che
aveva in quell'esile corpo sul viso di Jack. Quell'asta
fù l'ultima cosa che Jack vide coi suoi occhi bagnati di
lacrime.
Dana cominciò a gridare come una forsennata, ma la
figura del mostro si scagliò contro di lei, strappandole
gli slip e mostrando il ciuffetto di peli neri, curato e
depilato, sopra le grandi labbra di un colore rosa,
colore chiaramente visibile grazie alla luce del sole
che ora andava a colpire quella parte anatomica.
Forse sarebbe stato meglio restare in silenzio per non
fomentare l'ira del mostro, aveva ucciso Jack e avrebbe
potuto fare la stessa cosa con lei se non avesse
collaborato.
Il freak si distese viscidamente su di lei, quel corpo
di donna, così caldo, nudo e bello, sarebbe stato il
corpo che avrebbe portato suo figlio. Cominciò a
palparle i seni prominenti ma non troppo, leccarli
servilmente, con una lingua dal colore violaceo. Dana in
quel momento si sentiva una verginella. Quella cosa era
contro natura, eppure non sapeva come, la eccitava...
era un desiderio, un calore che non sentiva da tanto,
qualcosa che i suoi clienti da puttane d'alto borgo non
erano in grado di darle, qualcosa che Jack stesso, che
la fotteva giorno e notte non sapeva darle. Un gemito
fece trasalire il mostro quand'egli infilò il suo lungo
pene in quella stretta fessura tra le cosce della donna,
cominciando a sbatterla... le piaceva, lo sapeva, lo
sentiva... forse adesso avrebbe potuto liberarla dalle
catene, in modo da farla gemere come lui voleva. E così
fece. Dana gemeva, mentre il suo corpo veniva violato da
quella creatura, mentre veniva presa tra quelle braccia
esili a vedersi, eppure forti nel trasportarla alla
bocca di un'orgasmo che nessuno prima d'allora le aveva
mai procurato e che mai certamente le avrebbe arrecato
in seguito. Il mostro terminò il suo amplesso spruzzando
copiosamente il suo seme nella donna, che ora giaceva
stremata. Il mostro stesso ora pareva privo di vita,
accasciato per terra ai piedi della sua amante che
lentamente raccoglieva le forze respiro dopo respiro.
Dana alzò la fronte. Gli occhi semiaperti, riusciva ad
ascoltarsi nel respiro affannato che le solleticava la
bocca... sistole e diastole in sincronia col soffio
vitale mentre l'effluvio dolciastro di sangue le lambiva
l'olfatto. Un deja-vù? Forse.
C'era qualcosa in quel posto con lei... - Oddio si! Il
mostro! -
Dana raccolse le forze, provò a muovere le braccia...
nessun clangore metallico... era libera... si alzò e
corse istintivamente verso la spranga che giaceva ai
piedi del corpo senza vita di Jack. La raccolse, ma una
forza la bloccò alle spalle.
–
Dana, amore -
Riconobbe la voce del mostro che le alitava alle spalle.
Trovò la forza per girarsi e colpire ininterrottamente
il freak con una tale violenza, troppa per una donna
della sua costituzione, colpì, sino a quando il mostro
non giacque a terra senza vita e tra i fiotti del sangue
rosso vivo che scendeva dalla testa e dal corpo anomalo
in rivoli lenti, macchiando la superficie e le pareti di
rosso.
Dana gettò il ferro per terra, pianse ai piedi di Jack,
poi, rialzandosi, realizzò che era libera, che ora
poteva rifarsi una vita... il suo protettore era morto,
il mostro era morto... forse poteva sperare in una vita
normale... forse... si.
La luce che trafiggeva il finestrone la scaldava, mentre
il sangue rapprendeva sul suo corpo nudo. Si rivestì e
prese in mano l'impugnatura della porta che affacciava
all'esterno. Finalmente era libera.
Uscì fuori e respirò aria tropicale.
Era su un isola.
Attorno a lei affluì una moltitudine di gente.
Erano freaks.
Erano mostri!