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Biografia dell'autore

 

 

 

 

I mostri del sonno

 di

Giovanni  Fusco

 

 Leila sapeva bene che il suo piccolo preferiva che la porta della cameretta rimanesse per metà aperta. Era un modo per sentirsi più sicuro, per avvertire la presenza della mamma anche se andava via ogni sera e lo lasciava nel suo lettino da solo. In fondo c’era solamente un corridoio che li separava, ma per lui ogni sera era una piccola perdita, un abbandono che ancora non aveva imparato a gestire così come fanno gli adulti. I suoi amici di classe lo prendevano in giro per quella fobia. Loro già dormivano senza nemmeno la buonanotte o le storie che invece puntuale Leila gli narrava per farlo addormentare. Lui ci soffriva per questa cosa, ma ogni sera era come dover affrontare le cose più brutte del mondo. Appena vedeva tramontare il sole, quando si avvicinava l’ora d’andare a letto, cominciava ad inventarle tutte per procrastinare il più possibile quel momento: raccontare quello che era successo a scuola, le marachelle che Giorgio combinava alle spalle della maestra, le interrogazioni andate male. E poi il nuovo cartone alla tv, un altro poco di latte e biscotti, preparare per bene la cartella per l’indomani. Insomma ogni volta s’aggiungeva un nuovo elemento al lungo elenco di cose da fare prima di dormire. Il suo rapporto con il sonno era proprio brutto, non ci poteva fare niente. Non gli piaceva andare a letto e chiudere gli occhi, si sentiva perso. Diceva ch’era come se tutti l’abbandonassero, ma il motivo era un altro: gli incubi. I mostri del sonno. Ne vedeva di raccapriccianti: con due teste, coi canini aguzzi, con gli occhi ciondolanti fuori dalle orbite. Serpenti striscianti che lo soffocavano stritolandolo, uccelli che gli cavavano le pupille. Esseri repellenti dalla pelle squamosa, viscidi, con bozzoli purulenti. Con diverse fila di zanne, senza braccia, col corpo d’animale e la testa umana. Era terrificante dover chiudere gli occhi e ritrovarsi immersi in quelle scene infernali, dove nulla veniva a lenire l’orrore. Martino aveva appena sette anni e a quell’età l’orgoglio d’apparire alla propria mamma come il più coraggioso degli ometti era la cosa più importante che contava. Per questo motivo non aveva mai fatto menzione di quei mostri che ogni sera venivano a popolare i suoi sogni con l’unico scopo di volerlo ridurre a brandelli, di squartarlo spargendo intorno le sue carni di bambino, di versare il suo sangue fino all’ultima goccia. Leila non sospettava alcunché di quel raccapriccio, finché una notte sentì il piccolo gridare come un ossesso. Si svegliò di soprassalto, come se qualcuno l’avesse scossa violentemente. Le urla la colsero impreparata, tanto che dovette focalizzare un attimo prima di riuscire a capire. Poi scappò nell’altra camera in un baleno e quello che le si parò innanzi la lasciò sconvolta, fuori di sé per il raccapriccio. Martino era in piedi in mezzo al letto, con gli occhi chiusi, ancora addormentato, che gridava, sbraitava e si divincolava da qualcosa d’inesistente. Lottava con tutte le sue forze, come se qualcuno stesse attentando alla sua piccola vita. Il corpo in un mare di sangue. Piccole ferite, graffi, lacerazioni, tagli, piaghe avevano reso quel corpicino un martirio inguardabile. Lo choc fu così forte che Leila dovette farsi violenza per riuscire a vincere quel terrore che l’attanagliava. Lo avvolse in un lenzuolo e con voce calma e tranquilla, che non seppe mai in quali recessi fosse andata a pescare, tentò di svegliare piano e rasserenare quel che restava del suo bambino. Svegliatosi guardò con occhi allucinati.

In ospedale dovette subire un interrogatorio terribile. Al danno unire la beffa. Aveva il cuore in frantumi e vedere gli sguardi dei poliziotti credere che avesse fatto lei quello scempio sul suo piccolo le lacerarono l’animo.

Seguì un’inchiesta e le cose andarono per le lunghe. Intanto Martino fu affidato ad un istituto e dovette seguire delle sedute con una dottoressa per uscire da quello stato di catalessi in cui sembrava essere precipitato. Chiedeva sempre e solo della sua mamma. Non una parola sui mostri del sonno. Meno li nominava, meno se ne ricordava. Ma non riusciva a dormire. Dovettero dargli dei farmaci per procurargli un sonno artificiale, finalmente un sonno senza sogni e brutte cose.

Per fortuna tutto finì e la mamma fu scagionata da ogni accusa. Le testimonianze dei parenti, dei vicini la descrissero come una donna affettuosa e una madre premurosa, il cui unico interesse era il bene del suo Martino. Più d’ogni altra cosa però contò la parola del bimbo, che mai ebbe una sola emozione negativa tutte le volte che fu citata sua mamma e gli si fecero domande in merito. Dopo alcuni mesi, dopo una terapia obbligatoria a cui dovettero sottostare, poterono tornare assieme. La cosa sembrava accantonata, ma, sia l’uno, sia l’altra sapevano che non era così. Martino per un po’ dovette continuare a prendere delle pillolette per dormire e sua madre non volle tornare subito sull’argomento. Sapeva però che bisognava in qualche modo riuscire a capire cosa fosse successo quella notte.

Una sera in cui sembrava si fosse creato il clima adatto per parlare, Leila lo mise sulle ginocchia e accarezzandolo amorevolmente cominciò a stuzzicarlo, a fargli piccole domande, paroline insinuanti, finché gli pose il quesito fatidico. Dapprima sua figlio fece finta di non aver capito, poi quando sua madre gli ripeté la domanda, stette un attimo in silenzio e abbassa voce disse: “… I mostri del sonno.” In un primo momento la donna pensò di non aver capito, ma quando chiese ancora ed ebbe la stessa risposta, rimase inebetita. I mostri del sonno? I mostri del sonno avevano fatto quel ben di dio a suo figlio? E lei non era riuscita a far niente contro paure del genere? Suo figlio portava quell’angoscia nel cuore e lei non lo sapeva, non l’aveva capito? Era così terrorizzato da farsi tanto male pur di attrarre l’attenzione della sua mamma? Si maledisse. Si maledisse mille volte. Che donna era da non riuscire a comprendere i disagi del suo bambino? Doveva rimediare. Trovare il sistema perché suo figlio potesse dormire con la tranquillità e la certezza che la sua mamma sarebbe stata sempre con lui, a difenderlo da quelle creature allucinanti. Pensò e ripensò, per giungere ad una conclusione che in fondo considerò essere la più semplice di questo mondo.

“Caro…” disse al suo Martino, alcune sere dopo la rivelazione. “… ho escogitato un sistema perché tu non abbia più a temere alcun mostro del sonno. Questo è un piccolo cuoricino d’oro…” Gli disse mostrandoglielo. “… dentro ho messo una mia foto, tu l’appenderai al collo, così quando dormirai sarò io a lottare al tuo posto con i mostri del sonno e tu potrai dormire tranquillo per sempre.”

“Davvero, mamma?” Gli fece il bimbo entusiasta, ma ancora timoroso.

“Davvero…” Rispose Leila. “… non dovrai più temere alcunché. E mentre io lotterò con quelle belve, tu potrai fare i sogni più belli del mondo.” Negli occhi del bimbo si instillò una nuova speranza.

“Perché non me lo hai detto prima, caro?”

“Mi vergognavo. Avevo timore che tu non mi credessi.” Sua madre lo guardò con tenerezza, ma non gli rispose. Da quella sera Martino chiuse gli occhi con una diversa fiducia nel cuore. Strinse la mano sul cuoricino d’oro e si abbandonò ad un sonno sereno, tranquillo, senza incubi, senza più mostri del sonno.

Passarono i mesi, trascorsero gli anni, Leila cominciò ad invecchiare finché morì dolcemente, così com’era vissuta. Martino era diventato un uomo, ma non una sola notte aveva dormito senza indossare il cuore che sua madre gli aveva regalato anni addietro. Ormai era solo un ciondolo che gli ricordava il tenero volto, l’affetto che quella donna gli aveva regalato in tutti gli anni che avevano trascorso assieme. Lui era diventato un uomo affermato dell’alta finanza e nella sua vita di mostri ne erano passati a centinaia, che aveva ben guardato in faccia e distrutto senza pietà. Spesso però era capitato che ad essere un terribile mostro fosse stato lui e con lo stesso cinismo e crudeltà era passato sulle teste dei suoi avversari senza voltarsi un solo istante a guardare le vittime che lasciava sul suo passare. Come un flagello di dio. Di nemici se n’era fatti a iosa, quello era un campo che non perdonava: o mangiare o essere mangiati. Non s’era sposato, troppo preso dagli affari, ma nella sua vita di donne ne erano passate e decine. Qualcuna s’era innamorata dei suoi occhi da bambino, ma lui non ne aveva voluta nessuna accanto. Storie d’una notte, di pochi giorni, niente di più. Voleva continuare a dormire da solo e non aveva perso l’abitudine di chiudersi a chiave in camera da letto dopo aver accompagnato all’auto la signora di turno. Finché arrivò l’angelo che gli rubò il cuore. Uno spettacolo. L’immagine della perfezione, della dolcezza, della semplicità. Occhi che ti scendevano fin giù nell’anima e la rivoltavano come un calzino. Martino si perse. Non guardò più nessuna e quando finalmente se la ritrovò tra le lenzuola, gli sembrò d’aver toccato il cielo con le mani. Non avrebbe desiderato null’altro, solo lei. I suoi capelli di grano, la pelle d’alabastro, le labbra di fuoco. Solo lei. Nel momento in cui, per la prima volta le chiese di restare, di non andar via, stavolta fu l’angelo a rispondere che non poteva, che qualcuno sarebbe rimasto in pensiero per la sua assenza. Col cuore trafitto l’accompagnò all’auto e tornato in camera, col cervello altrove, chiuse meccanicamente a chiave.

Le urla che quella notte svegliarono la servitù furono disumane. Qualcosa di raccapricciante che accapponò la pelle. Attraversarono di corsa il salone e salirono al piano superiore sia il maggiordomo che le due cameriere. Bussarono e poi tentarono invano di aprire la porta di quercia massiccia chiusa dall’interno. Gli spintoni e le spallate furono del tutto inutili, la porta non si mosse d’un solo millimetro. Intanto le grida, dopo un’ultima ondata terrificante smisero d’improvviso. Quando giunse la polizia, si dovette attendere che arrivassero i vigili del fuoco che con asce e martelli sfasciarono la solida porta di legno massello. Quello che si cominciò a intravedere già dai primi fori fu allucinante. C’era sangue sparso dappertutto, nei posti più impensabili, come se qualcuno avesse deciso di tinteggiare l’ambiente di rosso. Ma il raccapriccio non doveva finire. Al primo sguardo due poliziotti scapparono di sotto in giardino a vomitare, il commissario dovette tenersi ad una parete per non cadere. C’era un fetore schifoso e in giro, sparse alla rinfusa, le membra sbrindellate di Martino. Uno spettacolo da film dell’orrore. Nessuno aveva mai visto nulla del genere. Sul comodino di fianco al letto i due occhi erano stati poggiati in bella mostra come per ammirare meglio lo spettacolo dipanato intorno. Avevano la stessa espressione di quando Leila trovò il suo bimbo in piedi in mezzo al letto allucinato per quanto gli era accaduto.

I quotidiani titolarono a lettere cubitali il fatto in prima pagina: ‘Magnate della finanza trucidato nella sua camera da letto’‘Si suppone vendetta trasversale di avversari del mercato azionario. La polizia brancola nel buio più totale. Nessun indizio, nessuna prova o impronta o oggetto particolare che faccia risalire a qualcuno di specifico. In più, peggio d’ogni altra cosa, la camera era chiusa dall’interno’.

In un’abitazione non molto distante, l’angelo della sera precedente guardava fuori dalla finestra e ascoltava la notizia alla radio. La lingua appiccicosa le schizzò fuori dalla bocca istintivamente ad acchiappare una mosca, mentre piroettava allegramente tra le dita un cuoricino d’oro al cui interno vi era la foto strappata d’una donna.