NON C’E’ NIENTE DI PIU’ BELLO DEI BAMBINI
di
Luca Romani
“Dove sarà finito quel bastardo?”
pensò Jane tamburellando nervosamente, sulla scocca
metallica del proprio Mac, le note di ‘In the End’ dei
Linkin Park.
La
stanza era illuminata dalla sola luce del monitor e
Jane, in trepida attesa di una telefonata che non
arrivava mai, continuava a lavorare al nuovo caso che le
era stato appena affidato. Riguardando le foto scattate
dal medico legale dopo l’autopsia, fu pervasa da una
strana sensazione, suscitata dall’intreccio casuale del
profumo, intenso, fruttato, del bicchiere di Arneis che
stava sorseggiando e dalla foto del corpo privato delle
qualità di uomo maschio.
La
strana sensazione si volatilizzò velocemente, e Jane
venne attirata da un cadenzato, insolito stridore
proveniente dall’esterno; appena aprì la finestra per
capirne la natura, il suono della sirena di un’ambulanza
coprì completamente ogni altro percepibile rumore.
Un’ombra insolita, che s’insinuò dall’alto della
finestra, attirò la sua attenzione. Accese la luce e
con un movimento repentino scrutò l’intera stanza senza
però notare nulla d’insolito.
Suonò il telefono.
Jane
corse, trepidante, ad alzare la cornetta. Nessuno
dall’altro capo del filo.
–
Cazzo! – imprecò ad alta voce.
Un
ulteriore, furtivo movimento o presunto tale, attirò
nuovamente l’attenzione della dottoressa.
“Forse sto veramente lavorando troppo”
pensò tra sé e sé, rimettendosi al computer e
ingurgitando l’ultimo sorso di Arneis. Nervosa e
inferocita, decise di chiamare il suo compagno al
cellulare. Dopo cinque squilli a vuoto entrò in funzione
la segreteria; con una serie d’insulti, urla e
rimproveri al limite di una crisi di nervi, Jane,
scaricata la tensione, scoppiò in un pianto isterico,
liberatorio e incontrollato.
Aveva anche lei sentimenti e reazioni umane; pur essendo
una donna in carriera, sempre piena di impegni e di
responsabilità, non lasciava mai trasparire le sue
sensazioni. Fin da piccola era stata educata a non far
trasparire i suoi sentimenti. La figura imponente del
padre, luminare nel campo della chirurgia, le aveva
cucito addosso quella metodologia di autodifesa. La
scelta di diventare detective, invece di proseguire la
carriera di chirurgo, sulle orme del padre, aveva infine
incrinato definitivamente il loro rapporto. Erano ormai
più di cinque anni che non si parlavano.
Si
spense la luce. Di colpo.
Un bagliore leggero e
istantaneo attraversò tutta la stanza. Alla cieca cercò
di arrivare al contatore della luce per riattivare
l’impianto. “Strano” pensò,
“non può essere il
temporale e non ci sono molti elettrodomestici accesi”.
Finalmente, con non poca fatica, riuscì a riattivare il
contatore e a far tornare l’elettricità
nell’appartamento.
Nessun rumore, nessun movimento. Il diversivo della
corrente le aveva fatto allentare la tensione e
dimenticare la scenata isterica che aveva appena fatto.
Dal
ripiano di marmo dell’angolo bar, si riempì un altro
bicchiere di Arneis. Ne bevve un sorso. Era fresco al
punto giusto. Con il bicchiere in mano decise che era
arrivato il momento di rimettersi al lavoro.
Si
voltò verso la scrivania. Vide la cornice digitale in
cui scorrevano, in uno slide show, le foto sue e di
George, del periodo in cui si erano innamorati. Notò
subito com’era invecchiata rispetto a quelle foto. Si
sentiva ancora molto attraente per i suoi trentacinque
anni, ma in quel momento, vedendo scorrere le foto, il
pensiero della bellezza giovanile che stava svanendo, la
rattristò. Alta e bionda, ormai sul suo viso si
intravedevano i primi segni dell’età, mascherati a
malapena dal trucco e dall’abbronzatura artificiale.
Di
colpo un’interferenza fece svanire le sue foto. Forse
era solo stanca ma le sembrò di percepire un’immagine
confusa caratterizzata da colori cupi, con sprazzi di
rosso sangue e striature violacee. Jane non riusciva a
capire se fosse stata solo un’allucinazione. Era stato
solo un lampo, poi subito era ripresa la sequenza di
foto.
Si
sedette al PC per lavorare. Con le spalle al muro e la
visuale completa della stanza, rimase folgorata da
quello che vide.
Un
bambino in mezzo alla stanza. “Da dove arriva?”
pensò. Il bambino era girato di schiena.
Immobile.
-
Ehi
tu! Piccolo, cosa ci fai qui? – gli sussurrò Jane,
tenendosi a circa tre metri di distanza, senza ottenere
alcuna risposta.
Il
bambino era ancora là, dalla parte opposta della stanza,
senza il minimo accenno a muoversi. L’ennesima mancanza
di corrente interruppe la staticità di quella scena
stoppata, come in un film, con il tasto Pause.
Jane, con un certo timore, si mosse lentamente in
direzione del contatore posto alle sue spalle, senza mai
voltare la schiena al lato della stanza dove stava il
bambino.
Un
altro fascio di luce tenue attraversò la stanza. Poi un
secondo. E un terzo.
Arrivata nei pressi del contatore riuscì, a tentoni, a
far scattare il salvavita e riattivare l’impianto
elettrico. La luce tornò. Ora nella stanza, in posizione
triangolare, uno per ogni lato davanti a Jane, c’erano
tre bambini girati di spalle.
Era
terrorizzata. I bicchiere di Arneis le sfuggi di mano e
che si frantumò in mille pezzi sul parquet.
Iniziò ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola –
Chi siete? Cosa fate? Giratevi! Cosa ci fate in casa
mia?.
Tutti e tre i bambini erano immobili. Girati di schiena.
Da dietro si potevano riconoscere due maschi e una
femmina. Dall’altezza si poteva ipotizzare che non
avessero più di cinque, sei anni.
Finalmente squillò il telefono. Il rumore distolse, per
una frazione di secondo, lo sguardo di Jane dai bambini.
Tremando, si avvicinò lentamente all’apparecchio. Non
aveva il coraggio di andare verso quei ragazzetti
misteriosi che non rispondevano alle sue domande.
Era
George, il suo compagno – Pronto Amore, mille volte
scusa. Ero a una cena di lavoro e avevo dimenticato il
cellulare in macchina – disse tutto d’un fiato George,
aggredendola senza darle la possibilità di parlare.
-
George torna a casa! Ci sono tre bambini in salotto! Non
so da dove siano arrivati e … - non fece tempo a finire
la frase che cadde la linea.
Jane
prese coraggio e decise di avvicinarsi.
-
Come
ti chiami? – azzardò, appoggiando una mano sulla spalla
del più vicino. Appena venne toccato il bambino si girò.
Il volto era normalissimo, ma in bocca, al posto dei
denti, aveva delle enormi zanne che oltrepassavano le
labbra maciullate.
Nell’immagine digitale le foto di Jane e George erano
sparite, sostituite dalla presenza dei tre bambini. La
luce a intermittenza non permetteva di vedere bene. La
vista di Jane era del tutto confusa e annebbiata.
Anche gli altri due bambini si girarono di scatto
mostrando l’asprezza della dentatura e in pochi secondi
le furono addosso. Jane non riusciva a muoversi. Non
provò nemmeno a divincolarsi.
Mentre il telefono continuava a squillare in sottofondo,
con George che cercava di parlare con il suo amore, le
tre creature stavano finendo di spolpare Jane.