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Biografia dell'autore

 

 

 

 

A volte i defunti ritornano

di

Federico Izzo

 

 

 

La pazzia è quando l’impossibile

entra nella sfera del possibile

 

 

Ad un tratto uno schiocco. Apro gli occhi sbarrandoli e cercando di capire se quel rumore sinistro sia stato solo frutto della mia immaginazione o sia stato reale. È notte fonda e in casa non c’è nessuno. Forse un qualche assestamento dei mobili giù al piano di sotto. O forse un ladro? La frase mi penetra nel cervello facendomi rabbrividire. Sono stravolto dalla fatica. Sono talmente stanco che non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto. I muscoli mi dolgono, le ossa sono a pezzi eppure maledico la mia mente che è perfettamente lucida. Inizio a sudare perché l’immaginazione galoppa.

Altro rumore. Questa volta meno intenso, ma credo di riconoscerlo come un cigolio. Provo a scandagliare la mente cercando di associare quel nuovo fragore a qualcosa di conosciuto. Mi vengono in mente le scale. Quelle che dal piano sottostante portano direttamente al pianerottolo davanti la mia stanza. Mi si gela il sangue nelle vene. Sono solo in casa e improvvisamente rivivo, come in un film, le mie nefandezze. Ho ucciso. Si l’ho fatto. Il mio corpo, stravolto dall’ira, ha ceduto e ora sono bloccato nel mio letto. Le mie membra sono schiacciate da un gigante che mi opprime e mi costringe a rimanere immobile immerso nelle mie improvvise paure.

Quanti gradini ci sono su quella scala? Dieci? Quindici? Venti? Improvvisamente spero ce ne siano cento, duecento, tanti quanto bastano a far arrivare l’aurora, il sorgere del sole. Con quella piccola speranza nel cuore, d’improvviso, inizio a udire dei passi e questa volta riconosco da dove provengono. Chiudo gli occhi cercando di distrarmi e di cercare una soluzione razionale. La logica mi dice però che non ho scampo. Sono passi, passi che provengono dal piano di sotto. Qualcuno sta salendo. La mia immaginazione inizia a vorticare impazzita mostrandomi la via più oscura. È la coscienza che mi mette di fronte alle mie responsabilità. Intanto i passi si avvicinano. Cerco di muovermi cercando di alzarmi ma lo sforzo profuso nel pomeriggio mi ha reso impotente. Un uomo totalmente incapace di fare anche il gesto più naturale: alzarsi in piedi. Qualche secondo più tardi sento le grida, le risa, i suoni gutturali di mio figlio, le rise di mia moglie mentre lo vede barcollare e finire con il sedere in terra. Giro la testa da una parte all’altra cercando di far fuoriuscire quei pensieri lieti, perché di lieto non c’è più nulla. Non ci sarà mai più da ridere o scherzare. Da molto tempo non era più così. Fino a che non mi sono fatto sopraffare da qualcosa più grande di me.

Quando sento l’ultimo passo dietro la porta della stanza, il cuore smette di sbattere; il respiro si blocca rimanendo in sospeso come il tempo che sembra non passare mai. La disperazione mi assale, il panico mi attanaglia nella sua morsa terribile.

Riesco leggermente ad alzare la testa, quel tanto da scorgere la porta buia come la stanza. Per tutto il perimetro vedo una luce trapelare. Mi sento strozzare in gola perché è impossibile che la luce sia accesa. In quel mentre l’uscio si spalanca.

Di fronte a me, due sagome, una alta e snella, l’altra più bassa. Molto più bassa. D’istinto cerco di accendere la luce. Lo sforzo sovrumano mi fa pulsare le vene del collo e un terribile mal di testa mi scoppia. La maledetta luce non la trovo mentre il terrore improvviso mi suggerisce di puntare nuovamente gli occhi sulle due figure. Guardo la porta e con orrore noto che le due figure sull’uscio non ci sono più. Sbatto le guance sul cuscino girando la testa per scorgere ogni angolo della stanza. Improvvisamente qualcosa mi tocca. Il respiro mi si blocca nei polmoni e nell’espellere l’aria mi esce un mugolio straziante, carico di paura, dolore e pena.

Intanto riconosco che la cosa che mi ha toccato è una mano. Una piccola e gelida mano. Sento il freddo salire lungo la gamba e invadere dapprima le parti basse poi, piano piano, salire ancora fino a fermarsi al cuore. È una sensazione strana. Sembra come se il mio corpo lentamente si stesse immergendo nelle acque gelide del mare del Nord. Io ci sono stato. So cosa vuol dire. Qualche anno fa mi sono trovato a passare una strana vacanza in quelle lande sperdute. Pattinando sulla pista limitrofa all’albergo dove alloggiavo, il ghiaccio ha ceduto all’improvviso e io sono caduto. Il freddo ha cominciato a fare breccia nella tuta lentamente tanto da consentire ai soccorsi di aiutarmi ma non così a rilento da evitarmi comunque la spiacevole sensazione del gelo sulla pelle calda.

La mano inizia a salire. I miei ricordi tornano bruscamente nei meandri della mente mentre cerco di concentrarmi su quella piccola mano che sale, sale sempre più. D’istinto la mia mano torna sul comodino posto vicino al letto per cercare la lampada e accendere la luce. Tasta quasi tutto il perimetro del mobile. Dove diavolo è? Penso digrignando i denti. Finalmente l’indice tocca qualcosa di duro. Risalgo lungo lo stele della lampada e trovo l’interruttore. Li mi blocco. Ho il terrore di sapere cosa si cela dietro quel buio. Dietro quella mano. Brividi impazziti lungo il collo e la schiena mi sorprendono in una morsa incontrollabile. Devo accendere la luce perché altrimenti divento matto, ma allo stesso tempo sono bloccato. Mi inizia a formicolare il braccio. Ho deciso. Premo l’interruttore e la lampadina celata dalla piccola campana del lume emana un bagliore che per i miei occhi ormai abituati al buio risulta devastante. La vista si appanna e quando finalmente riesco ad aprire gli occhi, il mio cuore si ferma. Di fronte a me avrei pensato di non trovare nessuno. Pensavo che solamente la mia immaginazione fosse stata la protagonista indiscussa di quella notte. Invece, due volti imbrattati di sangue mi osservano ora con i loro occhi spenti. Due volti cerei. Mia moglie e mio figlio. La manina dodicenne di quest’ultimo poggiata sulla mia coscia. Il suo viso a non più di venti centimetri dal mio. Il suo odore che emana qualcosa di terrificante. Emana tristezza, dolore, rabbia. Poco sopra l’inizio dei capelli, un buco dai contorni di sangue raggrumato. Foro di cui sono stato io l’artefice e che ora osservo con disgusto e terrore. Non so come distolgo lo sguardo e i miei occhi si fissano in quelli spenti di mia moglie. Uno squarcio sul petto le si apre fino all’ombelico. Artefice anche di quella mortale ferita, la osservo pietrificato. Ormai i miei sensi non esistono più. Vago attraverso i loro sguardi carichi di rabbia e dolore frustrante e interrogativo. Due zombi sono dritti davanti a me e sento rombare nella mia testa le loro grida, la loro bramosia di vendetta. L’efferato delitto l’ho commesso ormai ieri pomeriggio e i miei “cari” sono tornati a prendermi. Cosa pretendo mai? Li avevo nascosti in cantina perché nessuno del circondario venisse a sapere che la felice famigliola nascondeva verità tanto terribili. Sono stato costretto a ucciderli. O forse no? Non sono matto io, mi convinco. Mia moglie spietata e violenta si era rivelata fin da subito. Dopo il matrimonio aveva manifestato segni di squilibrio via via sempre più crescenti e pericolosi. Non era forse stata lei a spedirmi all’ospedale con un taglio profondo dopo che mi aveva fracassato un pesante vaso sulla testa sorprendendomi alle spalle? In quell’occasione la giustificazione fu che un vaso pericolante era caduto dal balcone mentre sfortunatamente passavo sotto. Tutto perché il circondario non doveva sapere. E mio figlio? Che con uno scatto di rabbia nevrastenica, una volta aveva tentato di falciarmi con il tagliaerba? I loro occhi spenti ora mi guardano come quando erano in vita: freddi, spietati, senza la minima familiare umanità. Sono forse io il pazzo? Ora sono qui, davanti a me forse chiedendomi il perché delle mie azioni. Nessuna spiegazione, come nessuna spiegazione mi diede il dottor Carlton, il mio psicanalista, l’unica persona alla quale raccontai quanto succedesse in casa. Mi disse solamente di rivolgermi alla polizia qualora altri episodi si fossero verificati. Ma a me serviva una persona che mi capisse, che mi aiutasse e soprattutto che mi credesse scandagliando il mio animo e verificando che ciò che dicevo corrispondeva alla realtà. Erano stati molti gli episodi. Non solo uno o due. Erano dieci anni che andavo avanti così. Ma mia moglie era una donna molto intelligente. Li studiava bene i piani. Quando era in preda ai suoi raptus, era più lucida di un premio Nobel e più subdola di un diavolo. Alla polizia cosa avrei potuto raccontare? Che la mia amorevole moglie, colei che era conosciuta da tutti come timorata di Dio, con un animo gentile e allegro, era in realtà una folle omicida, spietata e violenta? Oppure che mio figlio dodicenne, in realtà era governato dal Diavolo in persona? Chi mi avrebbe mai creduto? No, nessuna spiegazione posso dare ai due zombie che sono ora immobili davanti a me aspettando chissà che cosa.

«Cosa volete?» Bisbiglio loro improvvisamente. Le parole mi escono comandate da un cervello ormai provato fino all’inverosimile.

I due zombie allora sorridono mostrando una fila di denti gialli. Noto i loro denti a punta. Una fila di zanne aguzze. Non sono come i zombie dei films. Questi si sono trasformati in demoni. In creature provenienti dal mondo degli inferi. Mia moglie fa una manciata di passi indietro mostrandomi le spalle. Varca la soglia della porta e sparisce a destra dietro il muro. Guardo mio figlio che continua a sogghignare. All’improvviso mi stringe la coscia e affonda le sue unghie sporche nella carne. Il dolore arriva lancinante mentre dalla gamba inizia a uscire del sangue. Mia moglie ricompare sul ciglio della porta armata della stessa ascia con cui le ho aperto le viscere. Cerco in tutti i modi di liberarmi della stretta di mio figlio. Con tutta la forza gli sferro un pugno in pieno volto. La piccola testa si catapulta con violenza all’indietro e per un attimo sembra staccarsi dal collo. Odo lo scricchiolio del collo, ma subito dopo il bambino volta nuovamente la testa sorridendo ancora. Il mio colpo non lo ha affatto scalfito. Il collo lussato torna nel suo alloggio naturale e io, affranto e stanco, penso che sia giunta la fine. Mia moglie, nel frattempo compie qualche passo in avanti, lentamente. Molto lentamente. Tiene l’arma con la lama rivolta verso il basso, lungo le gambe. Mio figlio affonda ancor più le dita nella carne della gamba e giunto ad affondare anche metà delle falangi, compie un movimento secco e deciso con la mano strappandomi un consistente pezzo di carne. Caccio un poderoso urlo e sento il sangue caldo scorrere ormai a fiotti imbrattando il letto. Probabilmente l’arteria femorale è stata recisa ma la mia poca sanità mentale è concentrata sulla piccola mano che brandisce il pezzo di carne umana. Con un unico movimento la appoggia sul comodino imbrattandolo. Mio figlio continua a guardarmi e indicando con gli occhi la lampada, poggia l’indice sull’interruttore. Io lo guardo con la vista ormai appannata. Il dolore è come un grosso martello che picchia in testa seguendo il ritmo del mio cuore impazzito.

Vedo l’indice premere sull’interruttore della luce.

Il buio mi avvolge di nuovo mentre nell’aria sento vibrare l’assassina arma affilata.