[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  
 
Biografia dell'autore

 

 

 

 

Alla Mia Sinistra

di

Elisa Minì

 

 

                Accade sempre di notte. Arriva un momento in cui il buio si assottiglia e l’oscurità cede il posto a una polvere grigia. Un odore di ruggine mi entra nei polmoni. Non posso muovermi, sono obbligato a rimanere disteso nel letto, ma sono in grado di ruotare le pupille. Le roteo a sinistra e a destra, lentamente, ma non riesco a vedere niente se non i contorni cupi della stanza.

                So già cosa sta per accadere. Il macigno sul mio petto ha preso posto. Non ha la consistenza della pietra, è pesante ma morbido e vivo nella sua astrazione. Si perché io lo sento ma non lo vedo. I suoi movimenti sono appena percettibili quindi è vivo. Qualcuno è acquattato sul mio petto e mi impedisce di respirare. So che non mi schiaccerà. Tiene i piedi uniti, le gambe piegate, la testa sulle ginocchia. Non avverto la presenza di braccia o mani.

                Lo sento respirare, un soffio tremulo mi arriva dritto in faccia, come se uscisse da un mantice puntato verso di me. Sento il suo respiro e i suoi pensieri come se mi guardassi allo specchio. La sua mente non è come la mia, i suoi pensieri sono piccole scatole grigie, intangibili, le une vicine alle altre come in un tetris, anche a più livelli. Riesco a percepire tutto questo ma sono lontano dal capire cosa pensa.

                Poi la sensazione svanisce, non è più sul mio petto e so già che se roteassi le pupille a sinistra lui si materializzerebbe lì, in ginocchio, accanto al mio letto, a meno di un passo da me. Muovo le pupille a sinistra e lui è lì. Adesso lo vedo e continuo a restare nella mia immobilità forzata. E’ glabro e mi guarda con i suoi occhi di ghiaccio senza ciglia. Sono occhi spalancati sull’inferno. Io non so niente dell’inferno ma se provo a immaginarlo lo vedo popolato di creature glabre e orribili come lui e sento un intenso odore di ruggine. La sua bocca priva di labbra è aperta ma non esce niente da quel buco nero e rosso, inerte, a parte il soffio di mantice che parla una lingua sconosciuta, la lingua del vento e della polvere.

                Non ho domande per lui, nessuna curiosità sul suo mondo che non vorrei mai condividere col mio. Deve essere un mondo segreto, di tenebra, fatto di corpi sotterrati nella terra, vivono lì, immobili, in attesa di qualcosa, e intanto il loro messaggero viene a trovare me e forse qualche altro sventurato solo come me, per un motivo che ignoro. Mi terrorizza col suo essere qui alla mia sinistra ma non ho io il potere.

Per lui è uno scherzo, per me un tormento. Ha richieste da farmi, ma non le comprendo, non sono sicuro di volerle comprendere,  mi entrano dentro col soffio di mantice e rimangono in qualche angolo del mio corpo in attesa di essere tradotte, in attesa del suo ritorno e di una nuova immobilità.

 

*  *  *

 Sono passati tre anni dalla prima volta e in tutto questo tempo ho fatto notevoli progressi con il mostro notturno. Adesso so chi è e cosa vuole da me, è riuscito a penetrare la mia mente e io a comprendere quella lingua da principio sconosciuta. C’è voluto un po’, molte nottate ad ascoltare la sua litania, tale e quale a quella del giorno prima e del giorno prima ancora. L’ ho imparata a memoria e mi è entrata dentro come un parassita.

Passavo ore a ripeterla, come se dicessi il rosario, fino a che non ha avuto un senso. E da quel momento lui non è più tornato da me. Credevo di essermi liberato di lui invece lo sentivo più pressante di prima e il macigno che mi opprimeva il petto fino ad impedirmi di respirare adesso soffocava la mia la mente.

Ero diventato mero esecutore dei suoi ordini e forse ce n’erano altri come me. Commettevo atrocità, imprese orribili, senza provare alcun rimorso, nella consapevolezza di preparare il terreno per il suo avvento. Ogni malvagità di cui mi rendevo complice era ricompensata da una sua visita notturna. Durante quegli incontri, nella mia immobilità, notavo che si stava trasformando in qualcos’altro, in qualcosa di davvero terrificante.

Cresceva in statura e anche la corporatura si espandeva e si moltiplicava diventando sempre più scura e squamosa. La bocca aveva iniziato a riempirsi di denti aguzzi e storti. Gli occhi non erano più grigi e glaciali ma di un rosso bruno che diventava nero nei momenti di maggior eccitazione. Impartiva ordini nuovi poi scompariva. Aveva un modo tutto particolare di andarsene. Si decomponeva, diventava polvere e si dileguava.

So di essere destinato a morire, l ’ho scoperto da poco. Da principio non ci avevo pensato, non badavo molto al mio aspetto e soprattutto nutrivo uno scarso interesse per la cura della mia persona. Accadde una mattina soleggiata. Avevo commesso una delle tante crudeltà all’interno di un palazzo fatiscente che dava su un vicolo fetido e umido.

Quando uscii da lì mi specchiai nella vetrina di un negozio che stava proprio di fronte alla porta del palazzo. Non mi riconobbi, i capelli erano caduti quasi tutti. Avevo perso molti denti e ora la mia bocca sembrava quella di un vecchio centenario.

Avvicinai il viso al vetro e notai i miei occhi di ghiaccio senza ciglia. Stavo morendo per lasciare il posto a qualcos’altro, come doveva essere, come io ho permesso che fosse. E non si torna più indietro dall’orrore senza nome.