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Betsy
di
Lodovico Ferrari
-La
fine-.
Il
fuoco nel caminetto si era spento. L’uomo non si alzò per
riaccenderlo. Non serviva più. Erano rimasti in tre nella
stanza: lui, l’angoscia e un coltello arrugginito. Di lì a
poco lui e Betsy si sarebbero uniti. E l’angoscia lo avrebbe
abbandonato.
-Un
anno alla fine-.
-Basta!- Pensò Massimo – Questa vita non fa più per me-.
Stava
trascinandosi stancamente lungo lo stretto corridoio della
nave da crociera “Atlantica” che portava dalla sala macchine
agli alloggi del personale. Puzzava di sudore, di fuliggine
e di grasso una doccia era il suo pensiero fisso da più di
un’ora e finalmente stava per trasformarlo in realtà.
La sua
cabina, la terza a destra, era quella con la porta più
scrostata. E pure la serratura funzionava male. Dopo aver
armeggiato con la chiave per un po’, sentì finalmente il
rumore del chiavistello interno che abbandonava la fessura
dentro la quale si trovava e gli concedeva il privilegio di
entrare.
La
stanza, nell’oscurità più assoluta fino a qualche secondo
prima fu invasa dal chiarore del corridoio che la illuminò
per circa un quarto. Un piccolo lampo di luce fu restituito
alla sua retina dall’interno della cabina. Sapeva benissimo
perché. Era Betsy, la sua preferita. Il bagliore della
lampadina ad incandescenza l’aveva colpita e lei brillava
come una stella solitaria. Chiuse la porta, accese la
lampada del comodino e si avvicinò a Betsy. Lei stava lì a
farsi ammirare.
Massimo osservò le sue forme perfette, la sua eleganza, la
classe che emanava. Come non restare estasiati davanti a
tanta perfezione? Betsy era la sua preferita. Certo, anche
Vera era bellissima, Emma, più slanciata ma un po’ troppo
sottile per i suoi gusti e poi tutte le altre… Allungò le
mani verso Betsy, non resisteva, doveva toccarla. Con
attenzione strinse le dita e la afferrò.
Era
unica. La sua lama in acciaio damasco, l’impugnatura in
ebano con particolari in avorio testimoniava lo stile
superiore del suo produttore, un artigiano di Port au Prince
che gli aveva fornito anche altri esemplari della sua
collezione. Ma lei… era lei.
In
ogni porto, mentre gli altri marinai si godevano le gioie di
mezza bottiglia di tequila o di qualche signorina
compiacente, lui batteva le botteghe dei mastri coltellinai
per strappare loro qualche capolavoro della loro arte. Ci
investiva una parte del suo stipendio ma non se n’era mai
pentito. Poi li portava in cabina e li “battezzava”. Un
vero e proprio rito. Attribuiva ad ognuna di quelle
meraviglie della coltelleria un nome di donna. Per lui i
coltelli erano di genere femminile. Gli davano un brivido
nel guardarli e toccarli che aveva qualcosa di erotico.
La
prima fu Rachel, un coltello Laguiole a serramanico che
aveva comprato a Marsiglia ormai più di venti anni prima e
da allora la sua collezione era aumentata a dismisura, tanto
che, suo malgrado, alcune delle sue “ragazze” non navigavano
più con lui ma stavano nel suo appartamento sulla
terraferma, dove tornava tra una crociera e l’altra. Ma le
sue “favorite” erano sempre con lui e Betsy lo accompagnava
in ogni suo viaggio da sempre.
Passò
il polpastrello sulla lama. Il filo era perfetto, come
sempre. Le sue “ragazze” non avevano, e non avrebbero mai,
tagliato neppure il più morbido dei panini. Lui avrebbe
mantenuto la loro purezza. Posò con attenzione Betsy sulla
coperta e prese Lucretia, un Navaja a serramanico che aveva
comprato a Barcellona, ne provò il meccanismo e si perse
osservandone la lama aguzza come le guglie della Sagrada
Familia. Poi Ester, un Hamidashi giapponese con le sue forme
minimaliste ed elegantissime.
Si
ricordò della stanchezza che lo aveva assalito poco prima e
decise che una doccia calda lo avrebbe fatto stare meglio e,
forse, gli avrebbe fatto cambiare idea.
Si
svegliò il mattino dopo ristorato dalla dormita e di umore
migliore. Ma rimase convinto della propria decisione. Non
poteva continuare a fare quel lavoro, non era anziano,
quarantatré anni non sono molti, ma l’ambiente umido e
malsano della sala macchine, peggiorato pure da quello
stupido incidente al ginocchio che lo aveva lasciato
zoppicante per l’imperizia del medico di bordo, lo aveva
convinto a presentare la domanda di licenziamento alla fine
di quel viaggio.
-Dieci
mesi alla fine-.
Il
mare gli sarebbe mancato, pensò sulla banchina mentre
trascinava la sacca con i suoi effetti personali e la
valigia che conteneva la sua collezione. Salì sull’autobus
che lo avrebbe portato a casa.
La
vita sulla terraferma si dimostrò più sopportabile di quanto
avesse temuto. Lo stipendio della società di navigazione gli
aveva permesso di mettere via un bel gruzzoletto e aveva
trovato un lavoro soddisfacente in un’azienda
metalmeccanica.
Ogni
sera, al ritorno dall’officina, si occupava di Betsy e delle
altre. Inoltre faceva piccoli viaggi per trovare altri pezzi
per la sua collezione e aveva scoperto pure l’utilità di
internet per i suoi acquisti. Era solo, ma lo era stato da
sempre, non gli importava. Le sue “ragazze” brillavano come
non mai, finalmente le poteva accudire tutte insieme nella
sua casa.
-Otto
mesi alla fine-.
-Buongiorno, Signor Mandelli-
La
vicina di casa era sempre cordiale, nonostante lui fosse a
volte scontroso, ma quella mattina era di buonumore.
–Mi
chiami pure Massimo, Signora Monti-
-Oh,
certo, con piacere Signor Massimo-
Non
era esattamente quello che intendeva.
-Mi
scusi se oso chiederglielo- continuò la signora Monti, -ma
arriva da Milano oggi mia nipote Giada e dovrei andare a
riceverla alla stazione alle sedici, per caso, lei potrebbe
portarmi?-
-Ma
certo, con piacere la accompagnerò io-, tagliò corto l’uomo
sentendo scomparire il buonumore come portato via dal
Libeccio ligure.
Appena
era gentile, tutti se ne approfittavano. Decise che da
allora in avanti sarebbe stato più antipatico.
La
strada per arrivare alla stazione era abbastanza breve, ma
il treno era in ritardo di venti minuti, Massimo non
sopportava le attese e tantomeno le ciance di circostanza e
sgrammaticate della signora Monti. Finalmente l’altoparlante
annunciò l’arrivo dell’Intercity Milano - Genova.
Giada
ruzzolò dalla stretta scaletta del vagone e Massimo fu pure
costretto ad aiutarla a rialzarsi. Una ragazza molto carina,
niente da dire, un po’ interdetta, però. Giada parlava poco
e la sua indubitabile bellezza era offuscata dalla timidezza
e dalla goffaggine. Venticinque anni, veniva a vivere dalla
zia per frequentare una scuola di specializzazione in beni
archeologici a Genova. Sarebbe stata lì tutto il periodo
scolastico. A Massimo fu indifferente. Riaccompagnate a casa
le due donne Massimo si rinchiuse nel suo appartamento con
le sue amiche ripromettendosi di girare al largo dalla
famiglia Monti.
Niente
è più lontano dall’amore dell’indifferenza. Non è sempre
vero. Suo malgrado si accorse che Giada stava intrufolandosi
nel suo cuore.
Si
sorprese ad aspettarla fuori dall’uscio per vederla e
parlarle. La invitò a bere un caffè e lei amabilmente
rifiutò. Si offrì di accompagnarla alla scuola e finalmente
ottenne un cenno di assenso. Il suo lavoro di chauffeur durò
parecchio. Tutte le mattine prima di andare al lavoro
portava Giada a Genova.
L’iniziale timidezza di Giada pian piano, con la
frequentazione, lasciò il posto a una simpatia inaspettata.
La ragazza era molto intelligente, aveva argomenti di
conversazione e parlava bene. Quando il cuore di Massimo fu
così colmo d’amore da fargli male decise che fosse il
momento giusto di farlo capire a Giada. Lui aveva diciotto
anni in più e forse si stava illudendo ma non poteva più
resistere, sarebbe uscito allo scoperto.
Un
mattino lo fece nel modo più semplice
–Giada, ti amo-.
Era
fatta, lo aveva detto. Lei rispose l’unica cosa che Massimo
non si sarebbe aspettato.
–Anch’io-.
-Quattro mesi alla fine-.
I mesi
successivi sembrarono a Massimo l’anticamera del paradiso.
Giada era sempre con lui appena la scuola e il lavoro lo
permettevano. La signora Monti, dopo una sfuriata al momento
della notizia del loro fidanzamento non aveva posto ostacoli
alla loro unione. Lui si chiese come aveva fatto a resistere
senza di lei per tutti quegli anni. Vivevano in simbiosi,
non perdendosi nemmeno un attimo di quella relazione.
Massimo smontò le teche dove Betsy e gli altri suoi coltelli
facevano bella mostra di loro, per fare spazio in salotto.
In fondo quando Giada invitava i suoi amici, avevano bisogno
di spazio.
Per la
prima volta si rese conto che aveva pensato a Betsy
definendola “coltello”. La ripose in una cesta con il resto
della sua collezione.
La
lama di Betsy divenne opaca.
Alla
fine dell’anno scolastico gli eventi parevano maturi per un
ulteriore passo:
-Mi
vuoi sposare Giada?-
-Ma
certo che si!-.
Il
manico d’ebano di Betsy si screpolò.
I
preparativi per il matrimonio erano a buon punto: Giada
provò il vestito da sposa.
Uno
degli intarsi in avorio di Betsy si staccò e finì nel fondo
della cesta.
“Domani è il grande giorno”. Massimo era nervoso, il suo
vestito gli stava leggermente stretto, non avrebbe mangiato
quella sera.
Un
lungo solco sfregiò l’impugnatura di Betsy.
Recco,
12 luglio 2010.
TROVATA UCCISA RAGAZZA MILANESE.
Una
giovane di ventisei anni, Giada Monti è stata trovata
accoltellata in tarda serata sul lungomare di Recco. La
ragazza era nativa di Milano e frequentava la scuola di
specializzazione in beni archeologici di Genova. Secondo gli
investigatori potrebbe trattarsi di un tentativo di rapina
finito male. Il coltello è stato trovato nei pressi del
cadavere.
Massimo rientrò in salotto. Già da un mese era vuoto. Troppo
vuoto. Si sedette sul divano al suo posto, nessuno occupò il
cuscino accanto a lui. Accese la televisione, alzò il
volume, voleva coprire ogni rumore. Prese Betsy dalla cesta,
la accarezzò, osservò la lama opaca e l’impugnatura
rovinata.
Una
lacrima rotolò giù dalla sua guancia. La impugnò saldamente
con entrambe le mani, la punta del coltello verso il suo
petto. Con un gesto deciso la mosse verso di se. Quando le
sue carni si avvolsero intorno all’acciaio di Betsy ebbe un
brivido, fece scorrere la lama verso il basso. Il dolore fu
insopportabile ma breve. Mentre il sangue abbandonava il suo
corpo scendendo a macchiare il divano su cui stava seduto la
serenità, finalmente, lo avvolse. Ora si sentiva vicino a
Giada, provava quello che aveva provato lei, il ghiaccio
della lama, l’odore dolciastro del sangue, la vita che
evaporava per lasciare posto all’ignoto. Freddo, poi più
nulla. Betsy sentì il tepore del corpo del suo padrone pian
piano svanire. Ora lo possedeva.
-Il
giorno dopo la fine-.
Quel
taglio era impressionante. Faceva il patologo da anni ma non
aveva mai visto nessuno suicidarsi con tanta violenza. Prese
con i guanti di lattice il coltello ancora infisso
nell’addome dell’uomo e lo estrasse.
Quando
lo appoggiò sul carrello in alluminio, lo osservò ammirato.
La lama scintillava alla luce del neon come se fosse stata
appena forgiata, il manico nero era assolutamente liscio e
l’avorio degli intarsi era lucidissimo. Era il coltello più
bello che avesse mai visto.
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