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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Carillon

di

Elena Mian

 

 

 

Un rumore di chiave che gira nella serratura.

“Sono tornato!” disse una voce maschile proveniente dall’ingresso.

“Papà!” urlò una bimbetta andandogli incontro e gettandosi tra le sue braccia.

“Ciao Principessina, ti sono mancato?” chiese il padre stringendola a sé. La bimba sorrise e annuì.

“Cosa mi hai portato? Cosa mi hai portato?”

“Ora vedrai” le rispose teneramente, appoggiandola a terra e salutando il resto della famiglia.

“Com’è andato il viaggio in Giappone?” chiese la moglie con un dolce sorriso.

“Benissimo, che posti meravigliosi!”

“Regalo, regalo” insistette la bambina tirandogli una manica.

Lui andò alla borsa e aprì una cerniera laterale tirando fuori un involucro di carta colorata.

“Questo è per te Ellie” le porse l’oggetto e la bambina glielo strappò dalle mani, scartandolo in meno di un secondo. Ciò che le rimase era una piccola scatolina di legno, dipinta di rosso con intarsi floreali sui lati.

“E’ un carillon” le spiegò il padre sollevando il coperchio e inondando la stanza di note musicali.

C’è chi avrebbe trovato quella musica alquanto inquietante, poiché quella era la tipica sinfonia dei carillon in grado di far accapponare la pelle, come se fosse il preludio per l’arrivo di una qualche misteriosa e oscura presenza.

“Musichetta da brividi, sarebbe l’ideale per un film dell’orrore” osservò Alice, la sorella maggiore.

Ellie invece ne rimase totalmente affascinata, era come ipnotizzata da quel suono.

Quando la melodia si concluse, alzò lo sguardo verso il padre mostrandogli un sorriso raggiante per poi correre in camera sua a gustarsi meglio il nuovo regalo.

“L’ho trovato su una bancarella durante l’Obon, la festa delle Lanterne.” continuò il padre “E’ stato davvero un spettacolo affascinante: si dice che durante quella ricorrenza gli spiriti tornino sulla terra a far visita ai loro parenti e le lanterne, tutte colorate con all’interno dei lumini, vengono messe sul fiume e servono ad indicare loro la via del ritorno.” A quel punto, l’uomo si fermò e sorrise arrossendo lievemente “Sono anche riuscito a farmi sgridare da un collega del posto. Per salvare il carillon che mi era caduto sulla riva, inavvertitamente ne ho fatta affondare una e lui non la smetteva più di ripetermi che per colpa mia ci sarebbe stato uno spirito costretto a vagare senza meta incapace di ritrovare la strada.”

Ellie era seduta a gambe incrociate sul suo letto, accarezzava delicatamente la superficie liscia del carillon come se fosse un oggetto di fine cristallo. Le sue dita scorrevano sugli intarsi del coperchio per poi seguire le linee dei fiori dipinti sui lati. Si sentiva stranamente attratta da quel piccolo oggettino, in fondo non era che un cubetto di legno, eppure c’era qualcosa di più, sentiva che c’era molto di più.

Fece scattare la piccola serratura dorata che teneva chiuso il coperchio e lo sollevò piano: la melodia partì immediatamente come se le note volessero fuggire all’esterno per non rimanere chiuse dentro. Ellie rimase a fissare il piccolo ingranaggio sul fondo della scatola che produceva il suono, ma alla melodia si era aggiunto qualcosa, una sorta di fruscio, come il suono che produce un mantello che striscia sul pavimento. Alzò lo sguardo spaventata guardandosi intorno e il movimento brusco fece chiudere il coperchio del carillon interrompendo di colpo la musica.

 “Alice per piacere vuoi allontanarti un po’ dalla tv? Sei talmente vicina che quasi ci finisci dentro” le disse la mamma, senza distogliere lo sguardo dalle carote che stava tagliando.

“Ok” sbuffò Alice indietreggiando fino ad appoggiare la schiena al divano.

Dopo qualche istante si udì un rumore debole, come un graffiare di unghie su una parete.

La mamma si avvicinò alla finestra della cucina e spostando la tendina scrutò nell’oscurità della sera. Niente. Tutto era immobile, la luna gettava la sua opaca e argentea luce sul paesaggio, facendo sembrare tutto come congelato nella sua staticità.

Ancora quel rumore, come di qualcosa che stride su una superficie.

“Mammina” mormorò una voce impaurita poco distante. La madre si voltò e fu il caos.

Buio e silenzio.

Ellie era rimasta immobile e con gli occhi chiusi per un’eternità o così almeno le era sembrato. Quando li riaprì niente era cambiato, la scena era ancora la stessa che le era rimasta impressa negli occhi quando li aveva chiusi: la sua famiglia massacrata, la sala impregnata di sangue con le pareti segnate da schizzi, come se un pittore pazzo l’avesse scelta come tela per un macabro quadro. Li richiuse di nuovo e le tornarono alla mente dei frammenti di ciò che era successo poco prima: sua madre in cucina davanti ai fornelli, suo padre in poltrona e la sorella seduta sul tappeto a guardare la tv. Poi lo scenario era cambiato, si era riempito di urla e la stanza si era fatta buia con qualche fugace bagliore di luce lunare che si rifletteva sulla lama del coltello che straziava i corpi. Sua madre, che urlava con voce strozzata e gorgogliante a causa del sangue che le riempiva la gola, aveva cercato invano di aprire la porta graffiando con le unghie la superficie di legno, ma il terrore e il dolore le avevano reso i movimenti goffi e insicuri. La sorella invece, rinchiusa in un muto terrore, era stata capace solo di appiattirsi contro il muro, inerme di fronte alla lama che calava su di lei. Il padre dopo un inutile tentativo di fuga era caduto inciampando nel tappeto, capì subito che era finita quando una cosa fredda e appuntita gli trapassò la schiena e un liquido denso e appiccicoso lo avvolse.

Ellie, nascosta dietro la poltrona, con la schiena appoggiata ad una parete, pareva quasi far parte della tappezzeria se non fosse stato per i suoi occhi che, nuovamente aperti, ora si muovevano vigili osservando la stanza. In lontananza iniziò a sentirsi il suono di una sirena che pian piano si avvicinava, la vicina doveva aver sentito le urla e chiamato la polizia. Tra poco tutto sarà finito pensava la bambina, cingendosi le ginocchia al petto con le manine insanguinate, stringeva ancora con forza il carillon fino a sbiancarsi le dita, come se dal contatto con quell’oggettino dipendesse la sua sanità mentale. Ancora non le sembrava possibile che fosse successo e, facendo un ennesimo tentativo, chiuse gli occhi ancora una volta e li riaprì sperando fosse stato tutto un sogno… ma non lo era. La sua famiglia non c’era più, erano tutti morti e lei era rimasta sola, questa era la realtà dei fatti. Devo solo aspettare ferma qui, poi questa scena sarà solo un ricordo. Il suono delle sirene era ora più forte, le rimbombava in testa e iniziava a vedere le rosse luci lampeggianti delle volanti della polizia filtrare attraverso le finestre, spandendo una luce rossastra in tutta la stanza che rendeva ancora più sinistro l’ambiente. I poliziotti irruppero nell’appartamento e la scena che si trovarono davanti era a dir poco agghiacciante: tre corpi senza vita giacevano riversi al suolo in posizioni scomposte e innaturali, circondati da laghi di sangue mentre una bambina, con il vestito e le braccia striate di rosso, era immobile in un angolo e si voltò a guardarli con occhi lucidi e spaventati. Un agente la prese in braccio e la portò fuori mentre i suoi colleghi ispezionarono la stanza. Fuori nel giardino gruppi di curiosi osservavano la scena. - Povera bambina -  bisbigliavano - Chi può mai aver fatto una cosa tanto orribile - qualcuno mormorava - Spero che lo prendano il bastardo -

Ellie li ascoltava, ma senza preoccuparsene, sapeva che il colpevole non lo avrebbero preso mai. D’altronde chi mai sospetterebbe di un’innocente bambina di 7 anni? Pensò lo spirito stringendo ancora tra le mani il carillon e schiacciando il viso sul petto del poliziotto per nascondere un ghigno. Gli occhi, che ormai non appartenevano più a Ellie, parvero scintillare nell’oscurità della notte.