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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Ciaff

di

Paola Severino

 

 

Alice guardava la luce del giorno illuminare le tende, colorandole di rosa. Si era assopita, ma verso le quattro dei rumori l’avevano svegliata. Intorno a lei quella notte c’era qualcosa, lo aveva sentito strisciare sul pavimento, circondandola. Solo ora era tranquilla, con la luce del giorno che inondava il bagno. Se avesse tenuto i piedi sulle piastrelle sicure, non le sarebbe successo niente.

Davide bussò alla porta.

“Alice?” Chiamò.

“Si, entra.” Rispose Alice riavviandosi i capelli.

Davide entrò in bagno e non riuscì a guardarla subito, non si era ancora abituato a vederla seduta sul water. Poi dovette farlo. Abbozzò un sorriso e prese da sotto il lavandino il recipiente che usava per orinare.

“Pensi che oggi sia il giorno giusto?” Chiese Davide.

Alice si guardò le cosce nude scuotendo la testa lentamente.

“Stanotte è tornato, l’ho sentito proprio qua.” Alice indicò il pavimento intorno al water.

“Non penso che oggi sia una buona giornata per alzarmi… forse domani…”

Davide dovette trattenersi, non aveva voglia di litigare all’alba.

“Ti porto la colazione” Disse uscendo con le spalle curve.

 Mentre si vestiva per andare in ufficio, Davide decise che era ora di finirla, avrebbe chiamato un’ambulanza e l’avrebbe fatta portare via da lì e se non bastava poteva chiamare i pompieri.

“Ciao, io vado.” La salutò dall’ingresso, non aveva voglia di andarla a baciare, non aveva voglia neanche di pensarla. Mentre scendeva le scale si chiese com’era successo quel pasticcio. Stava con Alice da un anno e non aveva mai avuto dubbi sulla sua sanità mentale mente. Nell’ultimo mese e mezzo aveva pensato molto ed era giunto alla conclusione che nella testa di Alice, si fosse spento un interruttore. CLIC. Era entrata in bagno e ci era rimasta.

Davide subito ne aveva riso e dopo un paio d’ore che era seduta sul water e non voleva tornare in camera da letto, l’aveva presa in giro facendole una foto dove anche lei rideva stringendosi le ginocchia. Poi era passata un’altra ora e a Davide la voglia di ridere era passata, era stanco e le aveva detto che se non si fosse decisa ad alzarsi sarebbe andato a letto senza di lei. Si era svegliato alle tre e toccando l’altra metà del letto, l’aveva trovata vuota, aveva guardato verso il bagno vedendo la luce che filtrava sotto la porta.

La trovò dove l’aveva lasciata, addormentata con la schiena contro la tavoletta. Tentò di farla alzare, ma sentendosi afferrare Alice ebbe una crisi isterica e Davide spaventato, si arrese.

Alle prime luci del giorno erano seduti uno di fronte all’altra. Avevano parlato per il resto della notte e Davide era giunto ad una conclusione: sotto le piastrelle del suo bagno c’erano mostri pronti a divorarli vivi, l’unico posto sicuro era il water; Alice era impazzita.

La sola cosa che gli aveva impedito di chiamare subito i soccorsi era stato il suo amore per Alice, non voleva vederla mentre degli sconosciuti la strappavano dal water mezza nuda. Pensava che tutto si sarebbe risolto e aveva continuato a pensarlo giorno dopo giorno, ma ormai stava diventando difficile inventare storie agli amici che li cercavano; doveva fare qualcosa al più presto.

 Alice finì la colazione con il vassoio sulle gambe, lo appoggiò sul tavolino che Davide le aveva messo vicino, con il telefono, dell’acqua e una mela. Si era dimenticato il giornale, pazienza. Stirò la schiena e fece qualche movimento con le gambe per riattivare la circolazione. Orinò e torcendo il busto, tirò l’acqua. Con le salviette si occupò dell’igiene personale, come ogni mattina. Prese la spazzola e si bloccò. Roteò gli occhi fin dove il suo campo visivo le permetteva di controllare. Era sicura di aver sentito bene, il rumore era oltre la porta di fronte a lei, in camera da letto.

All’inizio erano solo in bagno e forse con un po’ di coraggio avrebbe potuto lanciarsi oltre la porta, dove sarebbe stata al sicuro, ma ormai era troppo tardi, spesso li sentiva anche nelle altre stanze e forse era arrivato il momento di affrontarli.

Ciaff, ciaff, ciaff

il rumore era di passi liquidi, come quando da bambina saltava nelle pozzanghere e gli stivali le si riempivano d’acqua. CIAFF. Immaginava quella cosa orribile ferma vicino al letto ad ascoltare il suo respiro che accelerava come il suo cuore. Posò la spazzola e prese il rasoio che teneva a portata di mano. Tolse la sicura e lo aprì. Era più vicino. Finalmente avrebbe visto che aspetto avevano gli esseri che le strisciavano intorno, sbucando dal pavimento come pesci che nuotano a pelo d’acqua. Una gobba grigiastra, un orecchio che non aveva niente di umano, due dita lunghissime. Non li aveva mai visti, ma si era fatta un’idea per niente di rassicurante.

Strinse il rasoio chiedendosi se sarebbe riuscita ad usarlo e aspettò.

Trattenne il respiro sforzandosi di percepire il più piccolo suono proveniente dalla camera accanto. Silenzio. Quando fu costretta a riprendere fiato, il cuore iniziò a galopparle nel petto, il sangue le pulsava nelle tempie, fissava la porta che si sdoppiò e si confuse con il muro, sbatté qualche volta le palpebre, fece un respiro profondo e tornò lucida. L’orologio in camera da letto ticchettava, le sembrava che seguisse uno strano ritmo tutto suo, come se il tempo si stesse dilatando.

CIAFF.

Alice si chiese quale essere potesse produrre un suono del genere e strinse ancora più forte l’impugnatura del rasoio, una goccia di sangue le cadde sulla coscia, non si era accorta che l’unghia del dito medio le si era conficcata nel palmo della mano.

 Davide stava finendo il progetto di una villa bifamiliare, aveva convinto i proprietari ad aggiungere un bagno, nell’ultimo mese aveva imparato che due bagni in casa potevano essere indispensabili. Il malumore di quella mattina aveva lasciato il posto al senso di colpa e a un po’ di tristezza. Era dispiaciuto per essere stato freddo con Alice quella mattina, così decise di telefonarle.

Il telefono squillò a lungo, Alice non rispondeva. Strano, ricordava di averlo lasciato sul carrello accanto a lei. Provò di nuovo, un sudore freddo gli appiccicò la camicia alla schiena, cercò di scacciare le brutte cose che la sua mente gli mostrava in quel momento. Due, tre, quattro squilli, si era già alzato e stava andando verso l’uscita quando sentì attivare la comunicazione.

“ALICE? PRONTO ALICE?” Davide stava gridando. I colleghi lo guardarono attraverso i vetri che separavano i loro uffici. Gli sembrava di sentire respirare, ma forse si sbagliava.

“Alice sei lì? Alice?” Davide chiuse gli occhi, poi di colpo sentì un sospiro pesante e la comunicazione fu interrotta.

Davide guardò il cellulare come se sperasse di vedere chi gli aveva risposto, ma lesse soltanto che la chiamata era terminata. Prese la giacca e uscì con un brivido che gli fece rizzare i capelli sulla nuca.

 Quando la porta del bagno si schiuse, Alice fece un respiro profondo. La tensione degli ultimi minuti l’aveva sfinita, ora voleva solo che tutto finisse. La porta scivolò sui cardini e l’essere in camera da letto si fece precedere dal suo odore. Alice sentì lo stomaco stringersi quando l’odore di pesce putrefatto la investì.

Squillò il telefono, ma non trovò la forza di muoversi per prenderlo. La porta era aperta per circa mezzo metro, ma non riusciva a vedere niente. Il telefono smise di squillare e Alice ringraziò il cielo, gli squilli la stavano facendo impazzire. Rimase immobile, respirando appena l’aria nauseante che aveva invaso il bagno, una voce nella sua testa cercava di convincerla che non era niente ti stai immaginando tutto, sei pazza. Un sorriso le sollevò gli angoli della bocca. Pensò con sollievo che era impazzita, era l’unica spiegazione.

Il telefono riprese a squillare e il sorriso si spense, lo guardò e con fatica passò il rasoio dalla mano destra alla sinistra, aprì e chiuse la mano intorpidita un paio di volte e lo prese. Le sembrò di sollevare un macigno. Guardò il display e vide che era Davide, attivò la comunicazione e portò il telefono all’orecchio. Mentre apriva la bocca per rispondere, un piede palmato fece il suo ingresso nel bagno e si posò sulla piastrella rosa.

Alice si svuotò dell’aria che aveva nei polmoni e fissò la cosa che era a meno di due metri da lei.

 Davide era a un chilometro da casa. Guidava senza vedere la strada, aveva ancora in mente il sospiro che aveva sentito per telefono. Gli venne il dubbio che non fosse stata Alice, ma non pensò agli esseri che la tormentavano. La sua idea di pericolo era ancora collegata a cose assolutamente umane e non per questo meno terribili.

Mentre Davide parcheggiava in doppia fila davanti a casa, Alice fronteggiava l’essere davanti a lei. Fissava due occhi rudimentali, ma si sentiva stranamente calma. Il fatto di aver visto ciò che la tormentava da quasi due mesi, l’aveva tranquillizzata. Era pronta ad affrontarlo, anche se era la cosa più orribile che avesse mai visto. Aveva sembianze umane ed era proprio quello che impressionava di più Alice perché sembrava un uomo trasformato in qualcos’altro. Guardò la pelle grigiastra e squamata, due appendici erano distese lungo i fianchi e terminavano con due lunghe dita palmate, cercò di capire se respirava, ma non vide alcun movimento. Non ti farà niente, è orribile, ma non vuole farti del male. La voce nella testa di Alice fece un tentativo disperato per evitare il panico. La puzza era terribile pensò che se fosse sopravvissuta non l’avrebbe mai dimenticata. L’essere sentì il suo pensiero e ne fu compiaciuto, scoprì una fila di denti aguzzi e la fiutò. Alice deglutì e strinse il rasoio chiedendosi se era affilato come quei denti.

Davide mise la chiave nella serratura.

“ALICE?” Corse e spalancò la porta del bagno. Trovò la sua ragazza con il rasoio in mano e gli occhi sbarrati Si accovacciò accanto a lei, che gli svenne tra le braccia.

 Alice aprì gli occhi e urlò, un’infermiera corse a iniettarle un’altra dose di calmanti nella flebo.

Era in ospedale da una settimana. Davide l’aveva portata al pronto soccorso in stato di incoscienza. aveva spiegato al medico di turno la situazione omettendo il motivo per cui la sua fidanzata viveva sul water da quasi due mesi e riducendoli a un paio di settimane. Le avevano diagnosticato un forte esaurimento nervoso, ma fisicamente stava abbastanza bene.

Alice era ripiombata nel nero dove aveva fluttuato negli ultimi sette giorni. Era in bagno e vedeva la mattonella rosa che aveva scelto su un catalogo con Davide. Ne osservava le venature e il colore delicato che le era piaciuto tanto. Poi sentiva quell’odore, se lo sentiva sulla pelle e sapeva che non sarebbe più andato via. Un piede palmato era sulla piastrella, sentiva un sibilo e vedeva la lunga fila di denti curvi che si spalancava pronti per mordere …

Annaspava nel buio per svegliarsi, ma l’effetto del calmante era più forte e Alice rimaneva nel suo incubo, dove alla fine Davide non arrivava.

 Davide rientrò a casa di buon umore. Stava con Alice tutti i giorni dopo il lavoro, finché i medici glielo permettevano. La sua situazione era stabile e gli avevano assicurato che con molto riposo si sarebbe ripresa del tutto.

Aprì la porta e fu accolto da un odore sgradevole, pensò che negli ultimi giorni aveva avuto poco tempo da dedicare alle pulizie. Spalancò la finestra della cucina e tirò fuori dal freezer un piatto pronto da passare nel microonde. Si spogliò, entrò in bagno e vedere il water gli provocò una fitta di nostalgia, poi si guardò allo specchio e sorrise lisciandosi un sopracciglio. Aprì l’acqua della doccia e il vapore riempì il bagno di nebbia. Finalmente si sentiva fuori da un brutto incubo. Con il suo aiuto Alice sarebbe tornata la ragazza di cui si era innamorato. Almeno lo sperava.

Davide entrò nella doccia, si insaponò fischiettando e mentre l’acqua calda gli scioglieva le spalle contratte, due lunghe dita grigiastre spinsero la porta del bagno.