Cruise ships terror
di
Walter Reali
“Hai paura di morire? Beh, noi siamo già morti. Siamo
morti in un incendio a bordo 13 anni fa, eppure non ci
lamentiamo. Ora ballerai con noi per sempre. Non era
quello che volevi?”
Janet si risvegliò di colpo, soffocata dall’urlo
silenzioso che le moriva in gola. Suo marito si mosse
nel letto, ma non si svegliò. Non si svegliava mai,
neanche quando le grida che l’accompagnavano fuori dal
sonno riuscivano a fuggire alla stretta mortale delle
corde vocali.
Si alzò a sedere sul letto, più stanca di quando era
andata a dormire. Il letto dondolava dolcemente: il mare
era mosso quel che bastava a non trasformare la loro
cabina, e tutta la nave, in un pendolo ambulante. Amava
quando era così. Poggiò la pianta dei piedi scalzi a
terra e rimase lì, seduta sulla sponda, a guardare la
luce del giorno avere la meglio sull’oscurità nel
limpido tetto del mare e del mondo. Si alzò e si
affacciò dal balcone. Princess Cays era già in vista:
presto apparve la lunga striscia bianca della sua
spiaggia immacolata, sospesa tra il verde della foresta
e il blu del mare. Le Bahamas non smettevano mai di
sorprenderla con la loro banale bellezza, una bellezza
universale, silenziosa, comprensibile agli occhi di
qualsiasi essere umano: dal più umile pastore della
Mongolia al più affermato broker di New York, pensò con
un sorriso, anche se aveva dubbi sul secondo. Jack
sbadigliò rumorosamente alle sue spalle, lasciando
intendere al mondo che si era risvegliato.
“Il mio ufficio a Wall Street…” disse, prima di
scoreggiare. “Non mi sorprenderei di ritrovarlo in
fiamme al mio ritorno. Senza di me quel posto…”
Non terminò la frase. Janet chinò il volto a osservare
il mare blu, mentre Jack si girava e chiudeva nuovamente
gli occhi gettandosi tra le braccia del suo prezioso
sonno.
Una volta nella baia la nave rallentò sino a fermarsi
del tutto. Non era possibile attraccare in quella
piccola perla persa nel mar dei Carabi, ancora intatta
non fosse stato per il piccolo tratto di spiaggia
attrezzata. Dopo aver assistito alla rumorosa colazione
di suo marito Janet lo accompagnò per mano al tender,
dove un marinaio Indonesiano, con un vistoso incisivo
d’oro che impreziosiva il suo sorriso, l’aiutò a
montare. Mentre Jack andava a sedersi e incollava gli
occhi sul suo laptop, per controllare chissà quale
diavoleria statistica, lei rimase in piedi vicino
all’entrata per osservare il mare mentre l’imbarcazione
lasciava il freddo fianco della nave per portarli
direttamente in spiaggia. Quel mare e il suo fondale non
finivano mai di stupirla, nonostante quella fosse la
sesta o settima crociera nei Caraibi. A Jack piaceva
coccolarla, o forse gli piaceva solo far mostra delle
sue notevoli possibilità economiche, che in fondo per
lui era la stessa cosa.
Il tender arrivò al piccolo molo della spiaggia, per una
giornata di svago e relax in riva al mare dopo il
movimentato porto di Nassau e il giorno dello sbarco a
Fort Lauderdale. Il marinaio Indonesiano la aiutò a
scendere, prendendole la mano e Janet la sentì ruvida
contro la sua, la pelle di una creatura da sempre votata
al mare. Provò una spontanea simpatia per lui, per il
suo sorriso, provò pena per se stessa, senza condizioni,
senza perché. La sua vita le apparve miserabile e senza
senso mentre metteva piede sul molo e poi accompagnava
per mano Jack fino alla spiaggia, all’ombrellone, sulla
sdraio dove si stese senza mettersi la crema solare,
quasi come se lo facesse solo per potersi poi lamentare
una volta risaliti a bordo in modo tale da rovinarle la
serata.
Una volta parcheggiato suo marito Janet si alzò e andò
incontro al mare. Ora la riva dove erano stati
abbandonati insieme a tutti gli altri passeggeri era
battuta dal vento, partorito dal ventre di papà
atlantico. Il mare di conseguenza era più mosso che mai.
La gente si faceva sempre illudere dalle foto di calette
mozzafiato che passavano nei volantini o in pubblicità,
l’acqua immobile come quella di una piscina. I Caraibi
veri erano diversi, i Caraibi erano quelli: il sinistro
potere dei tropici. Tempeste, burrasche, afa, vite
distrutte e creature velenose. C’era tanta morte quanta
vita in quei luoghi magici.
Si allontanò da quella marmaglia senza nome. Sorpassò il
pontile di legno che sovrastava un canale secondario per
le piccole imbarcazioni a noleggio, giungendo a una
spiaggia protetta dal vento e, a quanto pareva, anche
dai turisti. Fu bello per un momento essere sola al
cospetto di quell’angolo di mondo.
Sola, nell’intero universo che le moriva intorno.
Sola con un ragazzo, che sdraiato sul bagnasciuga
lasciava che le onde del mare lo accarezzassero. Aveva
un mezzo sorriso sul volto, sereno come un bambino tra
le braccia della madre. Quando la intravide ferma, poco
distante, si voltò verso di lei.
“Ciao” disse.
“Ciao” rispose lei, attratta dal suo sorriso. Venne a
sedersi accanto a lui, senza curarsi dell’acqua e della
sabbia che presto le avrebbero rovinato il vestito. In
fondo Jack ne avrebbe comprato uno nuovo, limitandosi a
guardarla come un padre guarda la bambina cattiva alla
quale vuole molto bene, nella casa di bambola che le
aveva costruito intorno.
“Ti sei appartata dagli altri?” Domandò il ragazzo. “Non
sopportavi più la loro inutile presenza, vero?”
Come parlava quel ragazzo? Janet ne fu incredibilmente
affascinata. Si sdraiò a sua volta sul bagnasciuga e la
sabbia le penetrò nei capelli senza possibilità di
rimedio. Si sentiva così bene, come se fosse tornata al
luogo dove apparteneva e gli ultimi venti anni della sua
vita gli fossero stati strappati di dosso.
“Tu sei già stata qui, vero?”
“No” rispose lei.
“Ma ciononostante questo luogo non ti ha mai lasciata. È
sempre stato dentro di te.”
Lei guardò i riflessi color smeraldo dell’acqua nel suo
sguardo e capì che ciò era vero. Chiuse gli occhi, e
respirando sentì la brezza marina entrare a far parte
del suo essere.
“Io avevo una casa alla quale tornare, ma ora sono qui
per sempre” disse il ragazzo. A quella frase bizzarra
Janet aprì gli occhi e non lo trovò dove stava sino a
poco prima. Si alzò a sedere, sorpresa, vomitata
nuovamente nella sua lussuosa realtà. Stava rovinando il
suo vestito, la sabbia le era entrata nei capelli e ora
Jack la stava sicuramente cercando per tutta la spiaggia
importunando come un cafone tutti quelli che incontrava.
Alzando lo sguardo vide una macchia oscura e maligna
emergere dall’immacolato verde del mare. La vide
crescere come un tumore che niente aveva a che fare con
l’assoluta perfezione del luogo.
La macchia nera era un uomo e infine emerse,
carbonizzato, per turbarle vista e mente con la sua
oscena presenza. Egli, o esso, allargò le braccia in un
impeto di ira.
“Sei contenta di ciò che avete fatto?” Urlò. “Io avevo
una casa dove tornare! Mia madre mi sta ancora
aspettando!”
E venne avanti, indifferente alle correnti marine,
mentre lei immobile poteva solo osservare la sua venuta.
L’uomo carbonizzato fu su di lei, le bloccò braccia e
gambe in quella posizione da crocifisso.
“I passeggeri prima!” Le urlò in volto con il suo alito
che sapeva di morte e ammoniaca. “I passeggeri prima,
l’equipaggio per ultimo! La vostra vita valeva più della
nostra, forse?”
Janet ricordò. Capì di aver già visto quella spiaggia in
una foto in bianco e nero, su un giornale. Sullo sfondo
di quel paradiso una nave da crociera in fiamme con
centinaia di passeggeri che, al sicuro sulla spiaggia,
la guardavano ardere.
Janet chiuse gli occhi e chiese scusa, scusa a nome di
tutti loro, nel silenzio della sua coscienza. Chiese
scusa per ogni volta in cui la vita di qualsiasi essere
umano viene valutata secondaria a quella di un altro.
Presto si sentì libera da quel peso che non le
apparteneva e riaprendo gli occhi scoprì che il ragazzo
era scomparso.
Si rialzò e corse verso la spiaggia dove aveva lasciato
suo marito. Non c’era nessuno. Quella che aveva di
fronte era l’istantanea di un luogo dove le persone
erano scomparse da un momento all’altro: ardeva sulla
brace del buffet la carne carbonizzata, le palette dei
bambini erano rimaste incastrate nella sabbia mentre i
castelli attendevano di essere terminati.
Vide fumo in lontananza, proveniva dalla nave. La guardò
ardere in breve tempo, bruciata dall’odio dei non morti,
i cui spettri semi visibili facevano baldoria a riva,
brindando, ballando, cantando a squarciagola contro
quelle anime che li avrebbero raggiunti nel regno dei
non morti.
Alcune persone si gettavano dai ponti esterni, cercando
riparo nel tiepido abbraccio dell’acqua, ma subito gli
spettri li raccoglievano per riportarli nel luogo dove
appartenevano: tra le fiamme dalle quali un tempo altri
erano scampati.
Consapevole di una presenza alle sue spalle Janet si
voltò. Il marinaio Indonesiano dal dente d’oro la
osservava, con il suo inseparabile sorriso amichevole
stampato sul volto. Si stava massaggiando il pacco,
perché in fondo era un marinaio.
“Hai paura di morire?” Le domandò. “Beh, noi siamo già
morti. Siamo morti in un incendio a bordo 13 anni fa,
eppure non ci lamentiamo. Ora ballerai con noi
per sempre. Non era quello che volevi?”