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Demoni
di
Fabrizio Merolle
“La
prego, entri pure.”
Rimasi
immobile sulla soglia e lo fissai. “Io lì non mi ci metto”,
dissi indicando il lettino posizionato in mezzo allo studio.
“Va
bene, come vuole. Può accomodarsi qui, di fronte a me.”
Lo
guardai con scetticismo. Tutta quella gentilezza mi dava sui
nervi, per di più sapendo che non era forzata. Poi mi dissi:
Ok, va bene, perché no? Entrai nello studio,
l’infermiere uscendo chiuse la porta e io mi sedetti sulla
poltrona di fronte al dottore.
“C'è
puzza di disinfettante”, dissi.
“Sì,
ha ragione, la sento anch'io.” Si alzò e aprì la finestra.
“Hanno appena fatto le pulizie.”
“Perché il disinfettante?” chiesi.
“Come,
prego?”
“La
pazzia non è contagiosa. Perché non usare un normale
detersivo o sgrassatore?”
“Be',
non lo so. Immagino che vogliano eliminare tutti i batteri.”
Si alzò di nuovo e aprì anche l'altra finestra. “Così va
meglio?”
Annuii
mentre venni investito da un raggio di sole.
Ci
osservammo a lungo senza dire nulla, finché lui non prese a
battere nervosamente le dita sulla scrivania. Strano, sarei
dovuto essere io quello nervoso.
“Lei
sa perché è rinchiuso qui, vero?” mi domandò all'improvviso.
Non
capii perché, ma quella domanda mi diede un lieve senso di
delusione. Forse il motivo era che da uno come lui mi ero
aspettato qualcosa di più originale. “Mi sorprende, dottore.
Io non sono come gli altri pazzi rinchiusi qui dentro,
questo pensavo lo avesse capito.”
“Ah
no? E sentiamo, cos'è che la rende tanto diverso?”
“Ho
avuto modo di parlare con qualcuno da quando sono qui.
Queste persone sono davvero matte da legare. C'è chi ha
ammazzato i propri genitori e neanche se ne ricorda, oppure
chi ha ucciso il fratello perché convinto che venisse da un
altro pianeta.”
“E lei
dice di essere diverso?”
Mi
sporsi in avanti sulla poltrona. Quello era uno dei pochi
movimenti che mi concedeva la camicia di forza. “Durante i
miei delitti sono sempre stato lucido, ricordo per filo e
per segno tutte le operazioni che ho dovuto compiere per
assassinare quelle persone. E se potessi tornare indietro
rifarei tutto da capo.”
“Non
sono le cose che il suo avvocato ha detto al processo.”
“Certo, altrimenti non sarei qui. Il mio avvocato è stato in
gamba, anche se gran merito l'ho avuto io con la mia recita
da malato di mente. Spero comunque che lei non abbia preso
le mie azioni come un atto di vigliaccheria, del tipo meglio
il manicomio che il carcere.”
“Be',
che altro potrebbe essere stato?”
Scossi
la testa. “Potrei anche offendermi per i suoi giudizi
affrettati, ma lascerò correre”, dissi. “Alla fine capirà
perché io ho voluto finire qui dentro. Ho ucciso
diciannove persone a sangue freddo, dottore, e le farò una
confidenza: uscirò da qui molto presto e continuerò a
uccidere.”
Il
dottore alzò un sopracciglio e disse: “Sembra molto sicuro
di sé, ma non credo di essere la persona giusta alla quale
fare questo tipo di confidenze. In questo modo mi costringe
a raddoppiare la sicurezza.” Adesso sembrava aver ritrovato
un po' del carattere e della forza che lo avevano reso
famoso in quell'ambiente. Sostenne il mio sguardo con
incredibile caparbietà. “Dice che capirò, ma come farò a
comprendere tutto se lei non parte dall'inizio?”
Sogghignai. “In gamba. Davvero in gamba, dottore, devo
ammetterlo. Per un attimo, prima, ho pensato che la sua fama
fosse più grande del suo reale valore.”
Lui si
sistemò sulla poltrona, indignato da quell'affermazione.
Credo che fu quella la prima volta in cui iniziò a guardarmi
diversamente.
“Ne
sono contento”, proseguii, “davvero. Credo che adesso lei
sia pronto per ascoltare la mia storia. Non rientrava nei
miei piani, lo ammetto, ma mi sono sempre piaciuti i fuori
programma. E poi credo di doverglielo.”
Il
dottore sembrò non capire, in fondo le mie sembravano
davvero farneticazioni di un pazzo.
“Me lo
deve? E perché mai?”
“Capirà, dottore, capirà. Nessuno conosce la storia vera,
quella reale.”
Il
dottore annuì. “Avanti, allora.”
Mi
risistemai comodamente sulla poltrona. “Iniziò con un mal di
schiena. Un terribile mal di schiena come non ne avevo mai
avuti prima. Avvertivo un tremendo dolore all'altezza delle
scapole, da entrambi i lati. Come se milioni di aghi
avessero deciso di infilarmisi sotto pelle e continuare a
scavare. Durò giorni, forse settimane, chi può dirlo. Ero
confuso, quasi ipnotizzato dal dolore.”
“Anche
se non capisco come il suo mal di schiena possa centrare con
gli omicidi che lei ha commesso, mi sorge spontanea una
domanda. Perché non andò da un medico?”
“Per
via dei sogni. E di ciò che sentivo nascere dalla mia
schiena. Sognavo continuamente di demoni e creature
infernali, non solo di notte mentre dormivo, ma anche di
giorno a occhi aperti. Li vedevo sempre davanti a me, ma non
ne avevo paura. Era piuttosto un senso di protezione quello
che mi infondevano.”
“E...
questi demoni che lei sognava, cosa le dicevano?”
“Niente. Non avevano bisogno di comunicare con me in quel
modo. Semplicemente, come dire, si confondevano con me,
ecco.”
“Si
confondevano”, ripeté. “Senta, le dispiace se prendo qualche
appunto?”
“Non
vedo a cosa possa servire, c'è già un registratore da
qualche parte, no?”
Il
dottore mi fissò.
“Su,
su, dottore. Non sono mica uno stupido. Comunque se proprio
ci tiene può scrivere tutto ciò che vuole.”
“No,
credo che me ne starò semplicemente ad ascoltare”, mormorò.
“Stava parlando dei demoni e della sua schiena.”
Annuii. “Vede, ormai il dolore era arrivato a un punto tale
che a malapena riuscivo a muovermi. Faticavo a stare in
piedi, passavo le giornate sdraiato sul letto a pancia in
giù. Il più delle ore tenevo uno straccio chiuso tra i denti
per soffocare le grida. Qualcosa stava nascendo, qualcosa
dalla mia schiena e, anche se faceva un male dell'accidenti,
sapevo che dovevo solo pazientare. Me lo avevano fatto
capire Loro.”
“Loro?”
“I
demoni. Ogni tanto mi passavo una mano sulla schiena e
sentivo qualcosa di molliccio ma resistente uscire dalla mia
pelle. Qualcosa di piccolo, all'inizio, soltanto due
escrescenze all'altezza delle scapole. Passavano i giorni, e
quegli affari sembravano crescere lentamente. Poi svenni,
credo, o comunque persi i sensi e rimasi incosciente per
giorni e giorni. Continuai a sognare, vedevo i demoni
dappertutto, ormai facevano parte di me. O meglio, io facevo
parte di loro. Quando mi risvegliai da quel torpore che mi
aveva avvolto per tutto quel tempo, sentii che quelle cose
dietro di me ormai erano nate. Non sentivo più alcun dolore,
anzi, avvertivo una forza nuova. Così provai ad agitarle.
Scoprii che riuscivo a muoverle come se avessero sempre
fatto parte del mio corpo.”
“E che
cos'erano?”
Mi
sporsi in avanti. “Due ali. Due enormi ali nere di
cartilagine.” Mi zittii e lo studiai. “Lei non mi crede,
vero?”
“Be',
dovrei? Mi sta raccontando una storia a dir poco assurda.
Non capisco se sta cercando di offendere la mia intelligenza
o se mi sta semplicemente prendendo in giro.”
“Nessuna delle due. Comunque non mi preoccupo, verrà il
momento in cui non potrà più dubitare.”
“Mi
parli di Linda De Francesco.”
“Cosa
vuole sapere?”
“Be',
è stata la sua prima vittima. Perché proprio lei?”
“Mi
era stato ordinato.”
“Cioè
mi sta dicendo che lei ha commesso tutti quegli omicidi per
qualche mandante? Se le cose stanno così come mai al
processo non lo ha detto? La sua posizione sarebbe stata
sicuramente differente.”
“Dottore, credo che ci sia stato un malinteso. Nessun uomo
mi ha mai obbligato a fare qualcosa che non volessi fare.
Nessuno. E qui non stiamo parlando di esseri umani.”
Il
dottore parve meditare sulle mie parole, poi all’improvviso
il suo viso si illuminò. “Ho capito! Lei mi sta dicendo che
sono stati i demoni a ordinarle di uccidere quella donna.”
Annuii. “Lei e anche tutti gli altri.”
Stavolta toccò al dottore annuire. “Lei afferma di non
essere pazzo, ma lo sa che ho già avuto in cura diversi
pazienti che dicevano di aver agito nel nome di Satana?
Gente che adesso posso dire di aver guarito, curata da
innumerevoli terapie e medicine. Eppure quando raccontavano
le loro vicende erano convincenti almeno quanto lei.”
“Volgare gente da manicomio”, dissi. “Io non sono così.”
“Le
dispiace se fumo?” mi chiese.
Scossi
la testa. “Me ne offrirebbe una?”
Si
alzò e me la ficcò in bocca.
“Era
una vita che non fumavo”, dissi buttando fuori il fumo.
“Torniamo a Linda. Cosa le dissero i demoni per convincerla
a ucciderla?”
“Non
ci fu bisogno di convincermi. Semplicemente non avevo altra
scelta.”
“Capisco.”
“Non è
vero, ma fa lo stesso.”
“Cosa
non è vero?”
“Che
capisce, ma non importa. Non pretendo tanto. Le dispiace se
prima di continuare finisco di fumare? Non riesco a parlare
con la sigaretta in bocca. Sempre che non preferisca
togliermi questa camicia.”
“Preferisco aspettare.”
Sorrisi. Quando la sigaretta si accorciò fino a diventare un
mozzicone mi sporsi sulla scrivania e la lasciai cadere nel
portacenere direttamente dalle labbra.
“Va
bene”, continuò il dottore. “Lei ha ucciso Linda e tutti gli
altri perché gli era stato ordinato. Ma perché i demoni
volevano proprio lei?”
“Perché amava fare del bene.”
“Non
la seguo.”
“Linda
era la direttrice di diversi dormitori per barboni e senza
tetto. Nessun guadagno, lo faceva solo per il gusto di far
del bene.”
“E
così l'ha uccisa.”
“Sì.
Salvatore Cascio, la mia seconda vittima: amava raccogliere
fondi per i bambini del terzo mondo e organizzava
beneficenze senza intascare mai neanche una minima parte del
denaro, nemmeno una piccolissima ricompensa. Sergio
Malavoglia...”
“Sergio Malavoglia aveva solo sei anni”, mi interruppe. “Che
cosa mai poteva aver fatto un bambino così piccolo per
meritare di morire?”
“Per
ora nulla, ma tra venticinque anni sarebbe diventato il
leader di una pericolosa associazione per la difesa dei più
deboli che avrebbe trovato milioni di seguaci in tutto il
mondo, pronti a fondare centinaia di associazioni simili su
tutto il pianeta.”
“Mettiamo che ciò che lei dice sia vero, che bisogno c'era
di ammazzare quel bambino? Le associazioni per i diritti
umani esistono già e sono in tutto il mondo.”
“Lo
so, ed è per questo che uscirò da qui al più presto. C’è
ancora un sacco di lavoro da fare.”
“Mio
Dio, lei è ancora peggio di quel che temevo.”
“Gliel'ho detto, capirà.”
I suoi
occhi stavano fissando i miei ma solo dopo qualche secondo
ripresero a guardarmi sul serio.
“E
lei, dottore. Lei ama aiutare gli altri, lo so. Non lo fa
per i soldi, questo è certo. Per lei guarire un paziente
regalandogli la sanità mentale è già la ricompensa più
grande che un dottore possa ricevere. Lo so, lo so perché me
lo hanno detto Loro.” Fu a quel punto che le mie ali enormi
e nere si sollevarono in aria riducendo a brandelli la
camicia di forza. Si agitavano, si spostavano, sembravano
vivere di vita propria.
Il
dottore gridò e cadde dalla poltrona. A me bastarono pochi
secondi per saltargli addosso e conficcargli i denti nel
cranio, mangiando la carne e succhiando il sangue con
avidità fino a ridurlo un inutile corpo senza vita.
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