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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Doppiamente Morto Ma Mai Sepolti

 di

Marco Amore

 

C’è una storia curiosa che debbo raccontarvi, e lo farò con la massima cura possibile non poiché, cari compagni diletti, amo veder i vostri volti sbiadati sbietolarsi, ma per il fatto semplice che codesta, da me narrata con acume, è una storia vera quant’è vera la vita stessa e, protagonista, son io qui presente.

Rammento, come potrei non rammentare, il giorno in cui decisi di far fronte all’esistenza levandomela di dosso. Come feci? Presi una fune, ci feci un cappio e me l’appesi al collo come oggidì s’appende un cravattino, poi l’allacciai alla trave maestra e chi s’è visto s’è visto. Ma forse dovrei cominciar da prima del giorno in cui m’appesi e ballonzolai inerme dal soffitto. Ancor prima di quando il sangue del tramonto m’inondasse il viso smorto come i vostri, or che s’accingono a vedermi. Mi parete pallidi assai, bevete acqua e zucchero che vi fa colorire e poi continuo. Non avete genio d’acqua e zucchero? Magari al tempo mio c’avessi avuto lo zucchero, forse non mi sarei messo a penzolar col cappio al collo. Magari avrei affogato i dispiaceri in acqua e zucchero, o coi strumenti che oggidì tenete in casa e che consolano i vostri giorni, riempiendoli di suoni e di colori. All’ora mia io non avevo neppure la radio, che mi pare, a veder oggi, oggetto insulso ma che, invece, è un opera degna di un quadro di Leonardo! E se avessi avuto la cornetta! Probabilmente tra corda e corda avrei scelto quella dell’apparecchio telefonico e avrei chiamato la mia Adina! C’avrei raccontato i dolori che m’assalivano di notte e di giorno da quando lei m’aveva gettato, in combutta con suo padre, per pigliarsi quel Filippo! Può sembrare strano, ma anche se ora sono all’aldilà, o meglio all’aldiquà, tutto ciò m’opprime ancora e, se non lo narro, non mi si libera il grugno alla gola che, ahimé, gola più non è dato che son morto, sepolto e marcito pure. Sapete come vanno certe cose voi, no? Ma si che lo sapete. Si va con una donna, le si promette il mondo, lei il mondo se lo piglia e non vi lascia niente. Giustamente il mondo glielo avevate promesso, no? Glielo avete dato, no? E poi da lei che volete? La vostra, a pretendere, è insolenza! Eh si, perché poi i maligni siete voi! Lei vi fa il servizio sano sano e voi siete i malamenti. Se lei parla male, non intendeva; se voi parlate male siete malelingue. Non fu Eva a dar in pasto ad Adamo il pomo sacro? Non voleva crepare da sola, la puttana, al di là del giardino. E poi Iddio se la pigliò pure col poveretto che, dal canto suo, per non sentirla sempre nelle orecchie, per quella rompicoglioni che era, aveva assaggiato quella mela per farla contenta e levarsela dalle palle. E Iddio che fece? Se la prese pure con lui! Iddio se non voleva che Adamo doveva assaggiare il pomo, faceva la donna senza bocca in modo che non potesse scassare il cazzo con continue lamentele! E poi si è sempre saputo che all’uomo la verdura e la frutta non è che piace poi da morire (scusate il riferimento non voluto alla morte). La mangiamo solo perché dobbiamo pur variare ogni tanto (non varrà per tutti, ma per la maggior parte …).

Ma anche l’uomo, dal canto suo, non è perfetto, questo è vero. Come pur è vero che non ogni donna è ingannatrice. Scusate, fanciulle, il generalizzare, ma si sa: mal comune, mezzo gaudio.

Per esempio, in vostra difesa gentil sesso, io racconto che conobbi una ragazzetta tanto bella e graziosa a cui m’affezionai un pochino e che, non senza sofferenza, s’appigliò a me ch’amavo un’altra. E io sciocco c’amai quella sbagliata! Perché poi va a finire sempre così, s’ama sempre quella sbagliata! Mi dovevo infatuare d’Adina io! Quella stronza, quando mi vide morto, gioì pure sulla mia fossa e sui vermi che mi mangiavano e, al mio processo, mi parlò anche contro! Che poi fare un processo ad uno già morto … ci vuole proprio genialità. Che gli levi a un morto? La cosa che più fa ridere, state accorti a ciò che ora vi dico, è che mi diedero la pena di morte! La pena di morte a uno già morto! Poi dici che l’homo sapiens ha cervello. Caro Iddio, se vuoi fare una cosa buona regalagli un briciolo di cervello a tutti quanti. Ma fallo davvero, e non a chiacchiere! Mai visto una specie che uccide se stessa. Gli uomini uccidono gli uomini, e lo sappiamo tutti, sia in modo diretto che indiretto. E con questa mia vicenda vi voglio aggiungere che dopo che l’uomo, vittima della sua stessa specie, la più stupida ed ignobile della terra,  è morto, lo condannano pure a morte! Cose che la morte stessa, a furia di ridere, ci ha perso tutti i denti delle scarne mascelle. E alla morte, per aver perso i denti –molari, canini, incisivi e via dicendo- le consiglio un buon dentista perché oggidì, si sembra assurdo, c’è pure il medico dei denti e, per chi li perde, lui ve ne mette altri. Quand’io ero vivo al massimo c’era uno con un barattolo di sanguisughe che si spacciava pure per curatore. Metti che tu stavi male e lui, con la scusa di toglierti il male, ti faceva il salasso e ti dissanguava! Altro che toglierti il male, finivi di crepare! Per non parlare di quelli che se ne uscivano col Maligno! Tu ti lagnavi per una febbre e loro ti gridavano nelle orecchie che avevi il demonio in corpo e che se ne doveva uscire. Se la febbre oggidì vi procura mal di testa ed emicrania, vi lascio immaginare l’aggiunta delle urla di qualche ossesso nelle vostre orecchie. Quelle urla erano talmente fastidiose che il demonio stesso, per farli contenti, appariva e gli diceva:<<Faccio quello che vi pare, ma statevene zitti. Cani latranti!>>

E poi se pure c’avessi avuto il demonio in corpo, avresti preferito certamente lui a quelle urla stonate!

Una cosa che è rimasta quasi uguale, ma non del tutto, è il modo della chiesa di veder chi, come me, si leva la vita con le proprie mani.

Ai tempi miei però s’era più rudimentali e spietati, credete a me.

Ora, a tal proposito, mi viene alla mente un pensiero alquanto strano. Pur essendo, nella Grecia antica nonché alla Roma dei Latini, condannabile il suicidio, molti casi furono però elogiati e, a tal punto, un dubbio sorse nel mio animo tormentato. Facciamo l’esempio di Seneca, o di Petronio o, addirittura, di Catone Uticense? Loro si son dati la morte come io stesso ho fatto, eppure furono, i loro, considerati estremi gesti d’eroismo. Ora mi chiedo: questo può essere giusto, perché non è da tutti ammazzarsi. Ma perché per loro fu eroismo e per me no? Forse perché, come direste oggidì, loro erano, in un certo senso, V.I.P? Per la gente di Roma la morte di Catone, che aveva preferito uccidersi che finire nelle mani di Cesare, non fu vista come la vigliaccheria di un uomo che non vuole affrontare il proprio nemico per paura, ma come un estremo gesto di libertà. Se m’ammazzavo io come Catone, al suo stesso tempo, sarebbe stata egual cosa? Mah…

E di Socrate ne vogliamo parlare?

Sarà pure stato giudicato, ma la morte lì se l’è cercata lui! È come se si fosse ammazzato con le mani sue, pure se per vie non dirette. Ma questo importa solo ad un povero morto senza un posto al campo santo, come me. La mors volontaria, inoltre, per me non è sintomo di vigliaccheria. Non lo dico perché io stesso mi sono ucciso, ma perché provateci ad ammazzarvi: non è da tutti. Ci vuole un certo coraggio per uccidersi, altrimenti perché ad ammazzarsi sono solo in pochi?

Lo so, il mio modo di ragionare è veramente stralunato, sarà perché ho perso la testa a furia di farla penzolare da quella trave e, oggidì, da questo tronco.

Ma torniamo alla mia storia.

Dopo che m’ero ammazzato, per amor d’Adina (preferisco non ricordare i patimenti dell’amore e scusatene l’omissione), ecco che mi fecero il processo.

Assurdo!

Portarono il mio corpo nella sala puzzolente che addobbavano a tribunale paesano, di tanto in tanto, e col prete lì presente mi presero in giudizio.

Il processo durò qualche giorno, e non vi dico in che condizioni stavo. Naturalmente, minuto per minuto e secondo per secondo, il fetore che le membra mia liberavano era sempre più.

Il cappellano s’atteggiava a giudice, lui che di giustizia non ne capiva niente. Il porcaro faceva l’avvocato, come oggidì direste. Il bovaro, da sempre suo rivale, l’avvocato del cadavere. In tal modo si finì a porci e vacche, credete a me. Per giunta, non sapevo se puzzavo più io in putrefazione o loro: la vera sfida era questa.

Il vaccaio faceva che lui la carne delle bestie, se non morivano di malattia, la mangiava sempre e che era sempre sacra. <<La carne è carne, e com’è la vacca è il mio cliente!>>

Io dal canto mio che potevo dire.

Però non capì il perché di quell’affermazione. Voleva forse mangiarmi?

Il porcaro, dalla sua, faceva che gli animali non s’ammazzano da soli.

Il vaccaio continuava trattando il racconto di una vacca che s’era lanciata in un precipizio, a suo dire, perché la vita da vacca non gli garbava. Ma vedi che pensieri da matti!

La gente, ignorante, ascoltava e s’appellava all’uno e all’altro, dicendo: <<Ma come sono furbi tutti e due. Che scaltrezza!>>

Io avrei preferito ascoltare un porco e una vacca, a dirla tutta. La vacca, a parer mio, avrebbe fatto miglior figura a mia difesa. Sapete che coppia! Un morto e una vacca, magari morta pure lei. Sarebbe stata perfetta quella che si menò nel precipizio. D'altronde la capivo: anch’io, fossi stato vitello, mi sarei ucciso con un padrone così. M’ero ucciso per una donna che, più o meno, è la stessa cosa d’un padrone.

Quell’Adina maldicente, di cui m’ero invaghito, si presentò col padre e con Filippo. Sparlò di me a più dire, l’infame. Da lei almeno m’ero aspettato qualche cosa buona.

Tra vacche e porci si finì ch’io dovevo essere messo a morte. Quando c’arrivarono, n’altro poco, io già m’ero consumato. <<Alla forca!>>gridò la gente infervorata; e alla forca s’andò.

M’impiccarono un’altra volta. Dico io: non mi potevano lasciare direttamente appeso?

Che vergogna per l’umana spezie!

Io so che Wilde scrisse che chi vive più di una vita deve morire più di una morte. Io ho vissuto mezza vita e so morto due volte! (questa è per ridere Oscar, non la prendere a male).

Ma no, io e lui ogni tanto di discorsi se ne fa e gliene sputo sempre una nuova. Comunque, miei cari, non passate più per questi crocevia di notte. Potreste incontrare qualcheduno morto e non morto. Con me non temete, mi hanno fatto fuori due volte per non incorrere in errore. Ora passate pure, e salutatemi la vita!