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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Dragonheart’s Voice

di

Federica D'Avola

 

Il lampo squarciò il silenzio notturno, facendo sobbalzare Helena dal letto. Il cielo lacrimava da settimane e il sole sembrava essersi addormentato tra le tenebre. Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Il cielo aveva capito che la terra era ormai troppo umida e si era chetato.

Improvvisamente un lampo troppo luminoso irradiò la notte ed Helena cadde indietro. Quando si spense, in ginocchio guardò fuori: esso aveva lasciato un cratere metri lontano casa sua.

Il cuore iniziò a batterle forte ed il respiro ad affannarsi: qualcosa si muoveva.

Similmente ad un umano, quell’essere si erse su due gambe e camminò nella sua direzione.

Metri dopo altri metri, le membra le tremavano sempre più. Nella notte nera, quasi senza lampioni accesi, Helena poteva lentamente studiare i lineamenti dell’essere. Era alto, forse 1 e 90 e più, i capelli gli ondeggiavano sulle spalle ad ogni passo ed aveva un bel portamento. Ogni qualvolta egli passava vicino la luce di un lampione, esso bruciava cosicché lei poteva scorgere solo pochi particolari alla volta. Ondulati capelli corvini incorniciavano il più bel viso che avesse mai visto. Un altro lampo squarciò la notte e il ragazzo non fu più sotto il suo sguardo. Lo cercò in ogni punto fuori dalla finestra, appannando il vetro con il fiato ... poi sentì un sospiro che non era il suo. Abbassò gli occhi, tendendo bene le orecchie, sperando di esserselo immaginato. Una cantilena le tolse le ultime speranze.

Si girò lentamente e lo vide. Seduto sul suo letto con le gambe incrociate stava lui.

Le carnose labbra purpuree si muovevano appena canticchiando parole che non riusciva a sentire, mentre i suoi brillanti e profondi occhi blu la fissavano. Si mordicchio il labbro inferiore e si alzò. Il cuore di Helena sembrasse voler fuggire senza il suo colpo, mentre il ragazzo si avvicinava. Poi il movimento delle sue labbra la ipnotizzò e la cantilena invase i suoi pensieri. Svenne tra le sue braccia …

La sveglia suonò per l’ennesima volta prima che lei avesse la forza di alzare il braccio e gettarla in un angolo, spaccandola. Aveva fatto un così strano e coinvolgente sogno che le aveva prosciugato le forze. Si alzò obbligata dal compito di letteratura di quel giorno e indossò la divisa. La giornata era uggiosa e fredda. Il vento le intorpidiva le ginocchia a causa dei collant leggeri: la divisa di quella scuola la odiava proprio per questo. S’incamminò, con un biscotto in bocca e lo zaino a penzoloni su una spalla; i capelli neri e lisci rilucevano sotto i pochi albini raggi solari e gli occhi cerulei e assonnati si perdevano nel vuoto. Arrivò pochi minuti dopo il suono della campanella: i suoi compagni erano già in classe. Una strana aria si respirava quella mattina, qualcosa di diverso dal solito la stava infastidendo. Entrò in classe, il professore non era ancora arrivato, e l’atmosfera divenne ancora più fastidiosa.

<< Ehi Helena! >> le sussurrò la compagna di banco.

<< Dimmi >> sbuffò.

<< Hai visto quello nuovo? >>

<< Dove? >>

<< Ultimo banco >> sorrise la ragazza, ammiccando.

Helena si voltò. Il più bel ragazzo che avesse mai visto si trovava a pochi metri da lei.

Capelli corvini e gli occhi profondamente blu rendevano elegante il fisico scolpito e ben proporzionato. La camicia bianca metteva in risalto gli addominali. Malgrado fosse seduto, si notava che era molto alto. Il ragazzo guardò fuori dalla finestra e schiuse le labbra purpuree e carnose. Da ogni angolo della classe si udirono sospiri.

<< Bene, c’è un nuovo ragazzo >> esclamò il professore lasciando la cartella sulla cattedra.

Guardò il registro e lo rimproverò: << Signor Dragonheart perché non ha indossato la divisa? Non so da dove proviene lei, ma qui, in questa scuola cattolica, si usa rispettare le regole ed indossare la divisa è tra le più importanti >>

<< La preside mi aveva detto che non ce n’era bisogno >> rispose lui con la voce più soave e angelica che il mondo avesse mai udito.

<< Mi pare strano … >>

<< Può andare a chiedere >> rispose, curvando la testa sulla destra.

Un altro sospiro echeggiò per l’aula ed un altro ancora quando scostò i capelli dagli occhi.

<< Vado. Ragazzi comportatevi bene in mia assenza >> disse, uscendo.

Il ragazzo si alzo e camminò tra i banchi, si sedette sulla poltrona del professore e mise i piedi incrociati sulla cattedra. Poi sorrise.

<< Oggi voglio fare un gioco >> disse, con voce deliziosamente ammaliante.

Gli sguardi di tutti erano su di lui.

<< Ho trovato la mia bambolina … però non ho voglia di tornare a casa >>

Helena alzò lo sguardo verso i suoi occhi: l’aveva già incontrato. Lo strano sogno che aveva fatto le tornò in mente e le si raggelò il sangue nelle vene.

<< Il vostro professore non tornerà più … ma presto lo raggiungerete anche voi … tutti voi … tranne la mia piccola Helena … >> si leccò le labbra ed iniziò a canticchiare una melodia sconosciuta.

Qualcuno si alzò alle sue spalle, ma lei non riusciva a staccare gli occhi dal suo sguardo penetrante. Rumori strani echeggiarono per la scuola mentre uno strano odore riempiva l’aria. Il piede le si mosse su qualcosa di bagnato e spostò lo sguardo giù: qualcosa di rosso le aveva sporcato la scarpa. Si voltò terrorizzata ad osservare dietro di lei e li vide: sangue, sangue … sangue dappertutto!

Tutti i suoi compagni erano stati uccisi dalla furia omicida che scaturiva dalla voce di quel ragazzo.

Si voltò verso la cattedra, con il cuore in gola e lo vide alzarsi. Scattò in piedi e scappò.

Fuori dall’aula, tutto era ricoperto di sangue. Decine di cadaveri erano ammassati qua e là per i corridoi e l’aria si faceva via via più malsana.

<< Helena, amore, ti piacciono?! Sono il mio regalo di nozze >> sorrise lui, camminando, tranquillamente, tra i cadaveri.

Le sue parole la terrorizzarono ancora di più e corse senza fiato verso il cancello.

Lo scenario non cambiò neanche in strada. La gente si stava uccidendo a vicenda, senza tregua, mossa dalla strana furia che il cantare del ragazzo provocava. Macchine che si scontravano tra di loro, vecchiette che tiravano bastoni contro giovani teppistelli e neonati che aggredivano le loro madri: lo scenario era apocalittico.

Tutti aggredivano tutti, ma nessuno sembrava notare la ragazza lacrimante che correva tra i piccoli incendi ed i cadaveri. Si rese conto ben presto che non c’era posto dove scappare e, anche se lo aveva seminato, sapeva che presto l’avrebbe ritrovata.

Si fermò a pensare per pochi istanti e poi riprese a correre verso l’ultima ancora di salvezza.

La cattedrale della città era parecchio antica e si ergeva sulla collinetta troppo lontana e nascosta dal boschetto di querce e salici, ma non aveva altra speranza. Corse più che poté, tenendosi lontana dai suoi concittadini assassini, ma poi inciampò su qualcosa. Provò a rialzarsi ma non ci riuscì: qualcuno o qualcosa le aveva afferrato un piede.

Una manina scheletrica che usciva da un buco nel terreno le stringeva la caviglia e non le permetteva di scappare. La strattonò talmente forte da staccarla, ma poi il proprietario venne a reclamarla. Usò l’altra mano per issarsi dalla buca e il piccolo mostriciattolo venne rischiarato dalla cupa luce dell’eclissi solare che aveva investito la città dal momento che il ragazzo aveva iniziato la sua melodia.

In un turbine di sangue misto alla pioggia che iniziò a scendere veloce come le sue lacrime, Helena corse verso una moto capovolta sopra ad un cadavere.

Mentre lei sfrecciava tra un cadavere e l’altro, dalle numerose buche quei mostri sbucavano; i cadaveri morti da più tempo, riprendevano a muoversi scoordinati strisciando sull’asfalto, mentre le loro mani si allungavano fameliche verso di lei. L’eclissi si fece rossa come il sangue, la pioggia era purpurea ed ormai il gelo di quel diabolico vento le era penetrato tra le ossa, quando arrivò a destinazione scaraventando a terra la moto e salì strisciando gli infangati e antichi scalini della cattedrale. Uno scalino dietro l’altro e il suo respiro divenne sempre più normale. Uno scalino alla volta e sentiva l’aria benedetta invaderle i polmoni. Era talmente vicina alla porta d’ingresso che sentiva i cori angelici dell’antico organo.

La sua mano, che l’aveva trascinata fino ad ora, si fermò su qualcosa di differente dall’ultimo scalino. Alzò la testa verso il proprietario del piede e lui le sorrise con arroganza. La prese per le spalle e la tirò in piedi.

<< No, no, Helena, ti sei sporcata tutta >> disse, scuotendo la testa.

<< Ti prego, lasciami >> lo supplicò lei, cercando di divincolarsi, ma la sua presa era troppo forte.

<< Mai … rimarremo insieme per sempre!>>.

Lui sorrise, ma aveva ancora troppa voglia di giocare e la lasciò andare.

Helena spalancò le porte della cattedrale e se le chiuse alle spalle.

L’unico essere che popolava quel posto era un monaco incappucciato rivolto verso l’altare.

<< La prego, mi aiuti! >> disse Helena, tirandolo per un braccio.

Egli si girò e si tolse il cappuccio: 2 occhi di fuoco sbucarono da sotto lunghissimi capelli purpurei.

<< Se qualcuno ha qualche problema … parli ora o taccia per sempre >> disse la ragazza, con magniloquenza.

Helena cadde e strisciò indietro senza staccare gli occhi dalla bellissima ragazza.

Le porte della chiesa si spalancarono.

<< Stella, sorella mia, le nozze sono pronte? >> disse il ragazzo, sistemando il colletto della camicia nera.

<< Max sta arrivando >> rispose, con la voce più musicale che orecchie umane avessero mai udito.

L’organo iniziò a suonare una macabra marcia nuziale e i presenti si voltarono verso colui che la intonava.

<< Max, gemello mio! Possiamo iniziare >> sogghignò Stella.

Nico afferrò Helena per il braccio e la trascinò sull’altare.

<< Vuoi tu Nico, nostro divino fratello maggiore, prendere in sposa la qui presente umana? >> chiese la ragazza, togliendosi il mantello.

<< Certamente >> rispose.

<< Bene! Visto che siamo tutti d’accordo … fratello smetti di suonare e tu, fratellone, dai un bacio alla sposa e torniamocene a casa! >> ordinò, irritata.

Nico diede un lungo bacio alla ragazza, mentre lei perdeva le ultime forze che le erano rimaste cercando di divincolarsi, poi tutto divenne scuro.

Helena si svegliò di soprassalto dal suo letto: aveva fatto un sogno stranissimo. Era tutta sudata e affaticata; tremava dalla paura e per parecchi minuti rimase a fissare la lampada sul comodino.

Poi prese coraggio e si alzò.

Si avvicinò alla finestra lentamente e scostò la tenda: non vedeva nulla.

<< Maledetta nebbia! >> disse, fra i denti.

Dopo interminabili istanti, la nebbia iniziò a diradarsi.

Pian piano i contorni si intravidero, poi i particolari: c’era una strana luce, forse un’eclissi, pensò lei.

Guardò giù verso la strada e si rese conto che c’era qualcosa che non andava.

Qualcosa si muoveva adagio, troppo, tra la nebbia. Quando si diradò quasi del tutto, non ebbe il coraggio di urlare. Tappò la bocca con le mani e iniziò a piangere.

<< Questo è il mio regalo di nozze! >> disse, con soddisfazione, Nico alle sue spalle.

Sopra la gente morta tornata in vita, sui tetti, 2 esseri alati sovrastavano la scena.

La voce dei gemelli spadroneggiava la notte.

Similmente a serafini cantavano le loro melodie perfettamente identiche e con le stesse identiche note: Stella, alla destra, dalle ali bordeaux infuocate controllava i cieli pieni di creature mostruose; Max, alla sinistra, dalle ali nere come la terra, lucenti di luna oscurata comandava i morti.

<< Per sempre >> disse Nico, aprendo le sue ampie ali nere come lo spazio.