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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Effetti collaterali

di

Leonardo Boselli

 

 

                Il dottor Jordan parlava lentamente e allo stesso tempo leggeva la cartella clinica che teneva in mano. «Le sue caratteristiche sono eccellenti. Cerchiamo proprio una persona come lei».

                Il suo tono rassicurava Michael, perché quel lavoro gli era davvero necessario. Aveva già provato di tutto per mantenersi agli studi, ma il posto da sguattero gli portava via troppo tempo, e le banche del sangue e del seme non erano abbastanza remunerative: c’era troppa concorrenza di studenti squattrinati e bisognosi di pagare affitto e rette universitarie.

                «Sì, lei è proprio il nostro candidato ideale», concluse il dottore sollevando lo sguardo dalla cartella. Michael si sentì osservato attraverso quegli spessi occhiali: Jordan scrutava il suo aspetto con attenzione.

                «Ne sono felice» rispose. «Ha detto che il compenso è di mille dollari anticipati, vero?»

                «Sì, anticipati. Se la cosa la interessa, firmi questo contratto standard e la liberatoria, indichi il beneficiario dell'assicurazione sulla vita e si presenti domani mattina alle otto».

                Michael lesse i fogli del contratto. Erano riportate le solite clausole che conosceva a memoria e aveva già siglato varie volte: ormai si poteva considerare una cavia da laboratorio professionista.

                Il medico si alzò e fece il giro della scrivania. Mentre stringeva la mano a Michael, si tolse gli occhiali e li ripose nel taschino del camice. «Il suo contributo ci sarà molto utile. Sono felice che sia dei nostri».

                In quel momento il dottor Jordan gli ricordò suo padre. Sì, proprio suo padre, che al termine del liceo voleva imporgli di intraprendere la carriera di ricercatore in medicina, seguendo le sue orme. Michael si era rifiutato. Ricordava con orrore le lezioni di biologia dove era costretto a sezionare orribili rane, e non voleva avere nulla a che fare con le cavie di laboratorio. Quando scelse la facoltà di giurisprudenza, il padre andò su tutte le furie e non volle finanziare i suoi studi, perché odiava quegli squali che si avventavano su di lui ogni volta che un suo paziente moriva.

                Per questo ora gli toccava fare da cavia, ancora una volta, e chissà per quale esperimento. Mentre se lo domandava, disse: «Di solito non chiedo la finalità della ricerca a cui collaboro, ma questa volta...»

                «È un suo diritto» rispose il dottor Jordan interrompendolo. Prese alcune foto dalla cartella che aveva sulla scrivania e le mostrò a Michael. «Guardi questa cavia, prima e dopo il trattamento: è stupefacente!»

                Osservò con attenzione. Nella prima foto compariva un grosso ratto, anzi decisamente obeso; nella seconda, scattata tre settimane dopo, lo stesso ratto appariva molto magro, ma comunque in forma.

                «È la stessa cavia?» chiese Michael scettico.

                «Certo! La sostanza che stiamo testando è miracolosa. Per il momento abbiamo difficoltà a ottenere gli stessi effetti sugli esseri umani, ma stiamo facendo progressi. Può ben immaginare le implicazioni sulla qualità della vita che potrebbe avere questo medicinale. Si sente più tranquillo ora?»

                «Sì, ma io non sono obeso».

                «Non si preoccupi di questi dettagli. Il suo contributo ci sarà utile», disse Jordan con tono rassicurante, mentre gli sventolava davanti al naso, come un trofeo, la foto della grassa cavia da laboratorio.

 

*    *    *

 

                Michael si sentiva imbarazzato. Era coperto solo da un camice troppo corto e l'infermiera era davvero carina. Senza un filo di trucco, con i capelli biondi raccolti nel copricapo e un seno prorompente chiuso nella camicetta bianca, sorrideva e faceva domande senza importanza per distrarlo, mentre cercava la vena sul braccio destro. Lui non rispondeva, perché tentava di trattenere disperatamente la sua eccitazione per quel contatto così ravvicinato. Gli capitava spesso quando aveva a che fare con una bella donna, ma in quel momento non aveva modo di dissimularlo.

                «Ecco. Non c’è voluto molto, vero?» disse l'infermiera estraendo l'ago.

                Michael vide che la ragazza si era accorta della sua reazione involontaria e rispose balbettando: «Mi... mi dispiace».

                «Non preoccuparti, capita a tutti. Ne sono lusingata». Lo disse con un tono comprensivo, come se ci fosse abituata. Quindi, dopo avergli applicato i sensori di un rilevatore, aggiunse: «Ora girati sul fianco. Inietterò il principio attivo».

                «Non dovrebbe essere presente il dottor Jordan?»

                «Il supervisore sta osservando la procedura dal monitor».

                Michael si guardò intorno e si accorse solo in quel momento di una telecamera appesa in un angolo della stanza con una spia rossa accesa.

                «Ora stai fermo. Si tratta di un'intramuscolare. Non farà male: ho la mano molto leggera».

                Era vero. Michael non sentì quasi nulla.

                «Io ho finito. Ti lascio. Distenditi e rilassati».

                Seguì l'infermiera con lo sguardo mentre usciva dalla stanza portando con sé le siringhe usate e una fiala del suo sangue. Prima di chiudere la porta, la ragazza gli sorrise ancora una volta.

                Michael si sollevò sui gomiti e si mise a osservare il locale. Era spoglio. C'era solo quel lettuccio nel mezzo, il totem con una serie di monitor che rilevavano le tracce delle sue pulsazioni e la telecamera in un angolo. Infine due tubi al neon appesi al soffitto illuminavano intensamente la stanza, tanto che le pareti colorate di bianco ghiaccio risultavano abbacinanti.

                A un tratto ebbe un capogiro. Gli sembrava che quelle mura  si richiudessero su di lui, ma non fece in tempo a capire cosa gli stesse succedendo, e ricadde sul lettino privo di conoscenza.

 

*    *    *

 

                Michael pensava d’aver dormito per ore. Sentiva una voce molto distante. Qualcuno lo chiamava, ma non riusciva a capire se quella voce fosse lontana da lui nello spazio o nel tempo.

                Era buio. Aveva cercato ripetutamente di sollevarsi, ma senza successo. Il suo corpo era immobile, inerte. Per quanto si sforzasse, le sue braccia restavano incrociate sul petto, come legate da una camicia di forza. Poteva muovere solo gli occhi. Vedeva nella semioscurità la stanza, i monitor accanto a lui e la telecamera nel suo angolo. Si sorprese nel constatare che fosse tutto spento.

                Dopo numerosi tentativi, si ricordò d’aver già vissuto quella situazione da bambino: credeva di essere nel suo letto ormai sveglio, ma in realtà dormiva ancora profondamente e stava sognando, sognava d’essere sveglio nella sua camera.

                Ora provava la stessa sensazione. Vedeva intorno a sé la stanza, ma era solo un’esatta replica nella sua immaginazione. La volontà non era sufficiente a muovere il suo corpo; era come se la sua mente vi fosse imprigionata. Doveva arrendersi e, forse, si sarebbe svegliato.

                La voce riprese a chiamare: «Winston, Michael Winston».

                In quell’istante gli sembrò che la luce si riaccendesse e, mentre il suono di quelle parole terminava di rimbombare nella sua testa, con uno sforzo sovrumano si sollevò sul lettino e si mise a sedere.

                Ebbe un attimo di smarrimento. «Chi mi chiama?» chiese più volte, ma non ottenne risposta.

                L’incubo sembrava finito, ma non si sentiva veramente sveglio. Si chiese che cosa gli avessero iniettato e pensò che la cavia obesa aveva di certo provato quelle stesse sensazioni, ma gli sarà stato difficile descriverle ai ricercatori.

                Scese dal lettino, o così gli sembrò d’aver fatto, e in quel momento si accorse di un ragazzo che lo fissava, seduto sul pavimento. Doveva avere la sua età e sembrava nudo, ma non ne era certo perché le sua braccia si avvolgevano intorno alle ginocchia e il suo pallore si confondeva con le pareti bianche. Inoltre i lineamenti di quel volto erano enigmatici: gli ricordavano qualcuno, ma non riusciva a capire chi fosse.

                «Chi sei? Perché mi hai chiamato?»

                Il ragazzo taceva e continuava a fissarlo.

                «Cosa fai lì seduto?»

                Le sue domande cadevano nel silenzio più totale.

                Si rivolse quindi verso la telecamera e gridò: «Dottor Jordan, che cosa sta accadendo?»

                Anche quella domanda non ottenne risposta, anzi ebbe l’agghiacciante sensazione di non aver pronunciato alcuna parola di quella frase e che nulla avesse rotto il silenzio da quando aveva ripreso conoscenza.

                In quel momento si aprì la porta ed entrò il dottor Jordan seguito dall’infermiera che l’aveva preparato. Pensò che fossero venuti perché lui li aveva chiamati, ma gli passarono accanto ignorandolo. Solo quando giunsero al lettino, Michael si accorse con terrore che steso su di esso c’era un corpo. Era il suo corpo.

                «I parametri sono nella norma» disse il dottor Jordan. L’infermiera prese alcuni appunti su una cartella che teneva in mano, poi gli misurò la pressione ed eseguì altre analisi sommarie.

                Nel frattempo Michael cercava di richiamare la loro attenzione, gridava, si disperava, cercava di scuoterli, ma era tutto inutile: il suo corpo rimaneva immobile sul lettino e lui poteva sentirlo respirare a fatica. Ciò che vedeva del se stesso che si agitava non aveva nulla di corporeo, ma non poteva fare a meno di crederlo tale.

                Il dottor Jordan prese una siringa e aspirò un liquido da una fiala. Senza molti riguardi iniettò il contenuto nel braccio destro del corpo steso sul lettino e disse: «Signorina, segni sulla cartella: dopo un quarto d’ora dalla prima somministrazione, abbiamo iniziato la seconda fase».

                Quindi se ne andarono e richiusero la porta dietro di loro, sordi alle urla di Michael. Nella stanza tornò il silenzio.

                Rimasto solo, cercò di scuotere il se stesso inerte sul lettino, ma provava la stessa frustrante sensazione di quel sogno da bambino: la sua volontà non aveva presa su quel corpo.

                «È tutto inutile».

                Michael si voltò. Il ragazzo seduto sul pavimento continuava a fissarlo. Aveva parlato, o almeno gli era parso, così gli chiese: «Cosa mi sta succedendo? Cosa significa tutto questo?»

                Il ragazzo si alzò da terra, o forse era sempre stato in piedi, Michael non avrebbe saputo dirlo con certezza, e gli si avvicinò. Si trovavano uno accanto all’altro e di fronte a loro era disteso quel corpo immobile.

                Il ragazzo riprese: «Mi hai riconosciuto? Sono Andrew Nicholson».

                Michael si ricordò di quel nome. «Sei lo studente scomparso il mese scorso! Cosa ci fai qui?»

                «La stessa cosa che hai fatto tu. Ho contribuito al progresso della scienza, ma qualcosa non è andato secondo le previsioni e hanno preferito liberarsi del mio cadavere. Ti aspettavo perché ho un messaggio da affidarti. A me è stato lasciato da coloro che ci hanno preceduto».

                «Ci hanno preceduto? Quanti sono stati?»

                «Due. Ricordati dei nostri nomi. Se riuscirai a tornare, devi raccontare cosa ci è successo. Per ognuno potrai fornire una serie di solide prove».

                Quindi gli raccontò tutto quanto sapeva e ciò che i predecessori gli avevano detto di ricordare, ma a un certo punto Michael si sentì pervadere da un forte calore. Allarmato chiese cosa gli stesse succedendo.

                «Sta iniziando la seconda fase. Io ho assolto al mio compito, ora posso andare».

                «Aspetta! Mi hanno detto che il farmaco funziona sulle cavie...»

                «È probabile, ma entrambi abbiamo sperimentato gli effetti collaterali sull’uomo: in un certo senso, provoca il distacco dell’anima dal corpo, e il corpo senz’anima non può sopravvivere».

                Mentre il ragazzo si allontanava da lui, gli sentì ancora dire: «Sulle cavie non ha quest’effetto: le cavie non hanno un’anima». L’ombra ripeté l’ultima parte più volte, finché scomparve.

                Il calore divenne presto intollerabile. Gli sembrò di avere benzina incendiata al posto del sangue e perse di nuovo conoscenza.

 

*    *    *

 

                I monitor erano impazziti. Il dottor Jordan cercava disperatamente di rianimare il corpo.

                «Credevo davvero di aver trovato il giusto dosaggio».

                L’infermiera gli rispose con un tono comprensivo, come se ci fosse abituata: «Non deve abbattersi. La prossima volta andrà meglio».

                Il dottore applicò il defibrillatore sul petto di Michael e ordinò la scarica, il corpo s’inarcò, ma il cuore non riprese a battere. Provarono e riprovarono, aumentando a ogni tentativo il voltaggio, finché non desistettero.

                Michael non aveva di che lamentarsi: ce l’avevano messa tutta per salvarlo.

                «Non c’è nulla fa fare. Indichi sulla cartella l’ora della morte».

                «Devo richiedere al servizio di sicurezza la solita procedura?» domandò l’infermiera.

                «Sì» rispose il dottore sconsolato.

                Lasciarono Michael da solo nella stanza. Adesso era il suo turno d’aspettare. Era sicuro che non avrebbe dovuto attendere a lungo: di studenti squattrinati era pieno il campus. Avrebbe affidato il messaggio al suo successore e allora sarebbe stato libero  d’andarsene. Doveva soltanto avere pazienza.