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Erzulie
di
Claudio Foti
Sapeva
perché l’aveva evocata.
Erzulie era diversa dalle dee dell’amore classiche, queste
avevano marito e figli. Erzulie, non ha figli e tutti gli
uomini di Haiti sono mariti. Ecco la vera dea del sesso.
Ecco quello che gli serviva. Un’entità divina, femmina fin
nella punta delle unghie. Aveva conosciuto il suo culto
durante un viaggio nell’isola caraibica per portare aiuto ai
terremotati. E da allora aveva capito che lei sarebbe stata
la soluzione ai suoi problemi. Erzulie però andava amata e
obbedita e sapeva ormai bene che il suo amore era così
esclusivo che non avrebbe sopportato alcuna rivale. Ma per
lui questo non sarebbe stato un problema. Era un monaco.
Aveva
visto quelle strane cerimonie che si tenevano tutti i
giovedì e i sabato sera sull’isola. Quando milioni di ceri
bruciavano in suo onore, decine di letti attendevano la sua
venuta. Ma la cosa che lo aveva colpito di più erano le
centinaia di uomini, di tutte le età e le classi sociali che
invocavano il suo spirito. E proprio come nella sua abbazia
non potevano entrare le donne così anche laggiù ad Haiti
nessuna donna poteva entrare nella stanza del culto di
Erzulie, se non per pulirla. Erzulie era uno spirito
estremamente geloso eppure laggiù, qualcuno aveva effettuato
un sincretismo tra Erzulie e la Santa Vergine ma, lui sapeva
bene che le due figure non avevano niente in comune.
Quel
Loa rappresentava l’amore carnale. La sua lussuria raggiunge
un tal grado di perfezione e di intensità, che tutte le
altre donne risultano frigide e maldestre. Erzulie è
adorata per la sua sensualità e la perversione. Ne aveva
viste di immagini di quel Loa quando era ad Haiti: una
bella giovane donna forte e prospera, dai seni grandi e
sodi, dalle cosce ben tornite e agili.
Ecco
chi aveva evocato. O meglio la sua intenzione era quella di
invocarla, ma lei aveva scelto altrimenti e lui ora ne
pagava le conseguenze.
Chinando lentamente il capo, con estrema fatica, come se
ogni sua singola vertebra fosse sul punto di frantumarsi, e
lasciando scorrere lungo il proprio corpo scavato e
consumato gli occhi iniettati di sangue, gonfi, arrossati e
impastati dalla sofferenza, il monaco si ritrovò a
contemplare con sguardo allucinato quell’arto contratto e
deforme che era divenuta la sua mano.
Ricordò come gli haitiani si impolverano il viso di talco
per impersonare la Mulatta, che oltre ad essere bella era
anche ricca, adornata con una catena d’oro al collo e un
diamante al dito. Gli sembrò ancora di vederla con quegli
splendidi veli semitrasparenti e gli parve di avvertire
ancora quel suo profumo irresistibile.
Le
vene bluastre spiccavano nettamente sotto la sua pelle
diafana, ingiallita qua e là come una pergamena millenaria,
stropicciata e accartocciata da centinaia di dita avide di
conoscenza che emergevano dall’interno del suo corpo. Le
vene pulsavano, sussultavano come lombrichi intrappolati in
quel fango ormai essiccato, che era la sua pelle, che
impediva loro di suggere l’aria esterna. L’epidermide
pallida e dall’aspetto malsano avvolgeva le articolazioni
artritiche come un sottilissimo tessuto vecchio, unto e
sgualcito. I tendini sottili fasci tesi allo spasimo che si
allungavano fino alle nocche sporgenti, spigolose. Le unghie
spezzate, rotte, frastagliate, annerite da decine di
ematomi, spiacevoli ricordi di una vita di lotte e di
dolori.
Quella
vita che aveva cercato di addolcire con la divinità
haitiana. La sua mente tornò a Erzulie, benefica, generosa e
indulgente con i suoi fedeli, tutti rigorosamente uomini,
cui concede fortune e benessere materiale. Non gli importava
che scegliesse uomini liberi e uomini sposati, gli bastava
che scegliesse lui. Era stanco della sua vita di battaglie e
rinunce, aveva bisogno di conforto materiale. Ne aveva
timore. Sapeva, visto il suo lungo periodo di assistenza ai
disperati di quell’isola che, quando gli haitiani si
accorgevano di essere stati scelti, approntavano una stanza
della casa nella quale le mogli preparavano in modo perfetto
un letto ma senza mai stendersi sopra.
Era
come se vedesse ancora tutto questo davanti agli occhi
piantati sul muro della sua cella.
Padre
Morandi, questo era il suo nome, con fatica distolse lo
sguardo. Si prese la testa tra le mani. Tra quelle mani che
un tempo avevano accarezzato e amato. Quelle mani che poi si
erano pentite. Quelle mani che tanto tempo prima avevano
brandito la croce e che adesso non erano più nemmeno capaci
di reggere una scodella.
Ad
Haiti erano cominciati i sogni nei quali aveva scoperto che
Erzulie lo aveva scelto. Sogni strani, nebulosi in cui una
creatura bizzarra, sconosciuta, gli appariva e gli chiedeva
di fare qualcosa. Le visite oniriche si fecero sempre più
frequenti e precise. A volte Erzulie gli si mostrava senza
ambiguità. A volte no. Quando alla fine si ammalò alcuni
haitiani lo convinsero ad andare a consultare un hougan, un
sacerdote vudù. Fu allora che comprese che la dea dell’amore
lo aveva scelto. In fondo era fortunato, infatti spesso
accadeva che il prescelto fosse innamorato di una ragazza
mortale. Aveva visto uomini resistere coraggiosamente fino
all’imp0ssibile. Fin quando, sfiancati dalla malattia si
piegavano al volere della dea del sesso. Non era quello il
suo caso. Lui non aveva una consorte.
Ma
ora era debole, fiacco. Soverchiato da un potere troppo
grande per il suo corpo vecchio e morente. Come poteva lui
pensare di poter spezzare quelle catene che l’avevano
condannato a un’eterna dannazione?
L’uomo
sentì le palpebre scottare.
Una
traslucente lingua ectoplasmatica scivolò lungo la sua
guancia.
Redimere il Male!
Il
monaco si raddrizzò.
La
linea della mascella s’indurì. I muscoli dell’osso della
mandibola si gonfiarono come grosse noci ai lati delle
guance. La mano, vecchia e tremante, si strinse
scricchiolando determinata. Le articolazioni gemettero sotto
quella forza insospettata.
No, si
disse Padre Morandi. Piangere non servirà.
I
denti stridettero gli uni contro gli altri, mentre gli occhi
della mente riportavano in vita ricordi che per troppo tempo
aveva cercato di estinguere.
I
ricordi della sua dannazione, del suo castigo, della sua
follia. I ricordi di quella notte maledetta, di quel sorriso
osceno, di quel sorriso lubrico che aveva risvegliato i suoi
istinti bestiali, di quegli occhi neri, languidi, così
invitanti, così intriganti, così espliciti, i ricordi di
quella mano, giovane e calda e vellutata, che aveva stretto
la sua, e i ricordi di quel calore nello stomaco, di quella
crescente eccitazione, e i ricordi di quel corpo mulatto e
liscio, i ricordi dei sospiri, dei gemiti. I ricordi della
sua perversione.
Aveva
fatto come i numerosi haitiani che si dedicano
volontariamente al suo culto. In fondo lui era perfetto per
quel ruolo. Gli isolani dovevano fare un giuramento di
castità. Se non erano ancora sposati dovevano restare
scapoli per mostrare il loro attaccamento a Erzulie. Chi
meglio di lui? Aveva la via spianata.
Il
monaco scese con la mano verso il proprio ventre.
La
mano corse decisa, poi fu percorsa da un fremito e rallentò,
incerta, con le dita tese. Come se avesse paura, tremò. Si
mosse di qualche centimetro, ma la determinazione si era
spenta di nuovo.
Bruciore delle palpebre.
La
lingua eterica riprese a scorrere.
Redimere.
Redimere il Male.
Padre
Morandi annuì.
Deglutì.
Le
lacrime gli rigavano il volto.
Sospirò, tremando come se un freddo glaciale gli fosse
penetrato nelle ossa.
Sussultò come un verme attaccato all’amo, poi sfiorò
l’abominio.
“Perdonami, Signore”, mormorò.
Fu
rapido e devastante.
Uno
spasimo. Gli arti vibrarono, incontrollati, mentre dalla sua
gola sgorgava un grido oscenamente pietoso, e ogni singolo
nervo del suo corpo veniva accarezzato da gelidi artigli
eterici. La sensazione fu sconvolgente. Il gelo, il calore,
il piacere e il dolore. Tutto si mescolò in un perverso acme
demoniaco, e il monaco sperimentò nuovamente il desiderio di
compiere ancora quell’azione morbosa, di cedere alla voluttà
dei sensi, di lasciarsi sopraffare per l’ennesima volta
dalla lascivia.
Tremò,
ansimando.
Forse
al ricordo di come era diventato seguace di Erzulie. Era
stato scelto. Gli avevano messo una lunga camicia bianca, lo
avevano disteso su una stuoia di fibre di banano. Gli
avevano lavato la testa mentre il sacerdote recitava tre
Ave Maria, tre Credo e tre Confiteor. Il suo corpo fu
cosparso di petali mentre gli altri adepti intonavano lunghi
canti di amore, a Erzulie. Canti lussuriosi e intraducibili.
Aveva ancora negli occhi il momento in cui l’hougan pettinò
con una riga in mezzo, i suoi capelli, quando lo profumò e
gli ruppe un uovo sulla testa deponendovi al contempo riso
cotto, innaffiato con vino sempre senza mai cessare di
cantare.
Tremò
al ricordo. Ricordò di come il sacerdote prese un pollo e lo
squarciò sulla sua testa, tanto che il panno bianco, con cui
lo aveva avvolto in precedenza, si tinse del sangue versato.
Ricordò le urla e l’ordine repentino conferitogli: doveva
alzarsi per l’ultimo atto dell’iniziazione.
Padre
Morandi rabbrividì nella sua cella fredda, strana sensazione
se contrapposta a quella del calore che lo spirito di
Erzulie, mentre lo cavalcava per la prima volta ad Haiti,
ancora sembrava pervadere il suo corpo. Ricordò come dalle
sue labbra emersero parole sconosciute con cui la dea si
rivolgeva agli astanti. Fece uno sforzo enorme per resistere
e chinò la testa verso il pavimento freddo. Erzulie
conosceva alla perfezione le inclinazioni sessuali dei suoi
adoratori, sia quelle passate che quelle future.
Il
richiamo era irresistibile. Padre Morandi chinò lo sguardo
sulle sue mani, vide le sue dita scarne che tanto bene
avevano fatto al mondo ma la sua attenzione si posò su
quell’anello d’argento che l’hougan gli aveva messo al dito
quasi un anno prima.
Gli
sembrava ancora di poter sentire la sua voce cantilenante
che lo benediceva con nenie sconosciute. Quello lo
conservava ancora, si era disfatto invece della catena d’oro
con il sigillo di Erzulie che portava sotto i vestiti. Nella
sua cella non aveva i vini che andavano offerti agli spiriti
nei punti cardinali, né per spegnere la sete dei morti.
Ormai era quasi un recluso lì dentro. Aveva confessato la
sua colpa da tempo e non era quasi più potuto uscire.
L’abate lo aveva proibito. Nonostante tutto quello che aveva
fatto in passato per l’ordine. Gli aveva detto che doveva
salvare la sua anima dal maligno, non potendo fare più nulla
per il suo corpo. Quello che una volta faceva, gli veniva
fatto.
Redimere il male.
Con il
volto ricoperto da un fitto velo di sudore, padre Morandi
chinò gli occhi, allucinati ed estasiati, su ciò che sin da
allora aveva occultato. Era successo quando aveva chiesto
l’aiuto dell’oscurità, era accaduto quando aveva ceduto alla
languida fanciulla. Se fosse o meno una forma del maligno
non sapeva, quello che sapeva per certo che da quando era
accaduto qualcosa era permeato nel suo corpo. Quel qualcosa
di osceno ma anche di incredibilmente lubrico che aveva
destabilizzato la sua mente. Ma che si era ritrovato ad
amare, piombando in un oblio di orrori e di ombre
demoniache. Si maledì per quei pensieri immondi.
Il suo
sguardo si mise finalmente a fuoco su quell’abominio.
A
sinistra del suo ombelico si apriva una fessura oscura,
trasudante umore vischioso, dall’odore muschiato e
inebriante, attorniata da escrescenze carnose e
cartilaginee. L’orifizio palpitava, come una bocca avida e
maligna.
Il
monaco distolse lo sguardo.
“Oh,
mio Signore, perdonami!”, Urlò “ Ti prego, dammi la forza!
Dammi la forza di sconfiggere il mio Male! Dammi la forza di
sconfiggere per sempre il demone che alberga in me!”
Nella
mano apparve un coltello.
L’orifizio si contrasse.
La
mano si sollevò, rapida e spietata.
La
fessura lo chiamò, grottescamente seducente.
Il
monaco si irrigidì, le lacrime scorsero con il sudore.
La
mano tremò.
Dall’apertura sgorgò un fiotto di liquido denso e odoroso.
“Mio
Signore, abbi pietà di me!” latrò tentando di ignorare quel
richiamo irresistibile.
Il
coltello calò, implacabile. La lama scintillò.
Poi si
bloccò. A mezz’aria.
Un
istante dopo, attraverso le mura dell’Abbazia, ciò che si
udì non fu un grido di dolore ma una serie di lunghi,
sibilanti gemiti di piacere.
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