Fiorina
di
Daniele Zecchinato
A
giudicare dalla luce che iniziava a penetrare attraverso
le finestre di tela cerata, il nuovo giorno era in
procinto di albeggiare. Ogni minuto di quella lunga
notte Francisca l’aveva passato sveglia, sperduta nel
vasto letto sconosciuto con il solo conforto della
bambola di pezza che non aveva voluto abbandonare
nonostante fosse già una ragazza cresciuta. Il grigiore
che annunciava l’aurora cresceva all’unisono con i
battiti del suo piccolo cuore, un tamburello dal ritmo
incalzante che voleva sfondarle il petto mentre
attendeva il terribile momento in cui la porta della sua
stanza si sarebbe aperta e quell’orribile megera della
fantesca l’avrebbe agghindata per essere condotta
all’altare.
Al
solo pensare alle mani enormi dell’uomo che sarebbe
diventato suo marito, alla sua barba irta e ruvida come
le spine di un cardo, a quel corpo gigantesco, grosso e
sgraziato, che avrebbe potuto spezzarla come il più
delicato dei cristalli, il nodo che aveva alla gola si
stringeva sempre più, finché arrivò al punto che per non
soffocare dovette scioglierlo con un singhiozzo
affranto.
Mentre la luce crescente scandiva i minuti che la
dividevano dal suo destino, la sua mente in preda a un
delirio disperato non faceva che inviarle immagini
dell’orco a cui era stata promessa in sposa. Sapeva bene
cosa gli uomini facevano alle donne – le damigelle sue
compagne alla vecchia corte non avevano mancato di
istruirla con dovizia di particolari – e si chiedeva se
mai sarebbe potuta sopravvivere ad una notte con lui, o
se avrebbe squassato il suo corpicino nel possederla.
Pensava a quelle mani che si chiudevano sui suoi piccoli
seni, che strisciavano sulla sua pelle, e all’alito
mefitico della sua bocca che le violava le labbra. Si
chiedeva perché avrebbe dovuto sposarsi, quando tutto
quello che desiderava era rimanere chiusa tra le mura
sicure del vecchio castello di suo padre, e filare,
tessere, e fabbricare le bambole che amava tanto.
Per favore, aiutami, ti supplico,
pensava nella foga della disperazione, appellandosi
all’amica invisibile a tutti che l’aveva accompagnata da
quando aveva memoria. Non pensava che sarebbe giunta in
suo soccorso, poiché negli ultimi tempi aveva sempre
tentato di tenerla lontana: il suo confessore le
ripeteva che la visione della sua amica era frutto delle
illusioni del demonio, che la tentava perché era una
ragazzina cattiva. Francisca sapeva che Fiorina voleva
solo il suo bene ed era malvagia solo con chi tentasse
di farle del male, ma si era resa conto che parlare di
lei non era una buona cosa, perché tutti facevano il
segno della croce e quell’insopportabile gesto delle
dita per scacciare il malocchio e i fantasmi. Negli
ultimi tempi quindi, da quando aveva compiuto il suo
quattordicesimo compleanno, aveva cercato di ignorare le
sue visite il più spesso possibile, e riuscendoci anche.
Ora non le importava nulla, nulla delle parole di quello
stupido prete che trattava la sua amica come un demone
infernale, o delle lacrime di sua madre che la implorava
di chiudere la vista a quella che lei credeva un parto
della sua mente maliziosa. Voleva solamente la sua
amica, una faccia familiare che la tirasse fuori
dall’orrore in cui versava. E nel momento in cui
credette di essere sul punto di impazzire, Fiorina
apparve, uscendo dalle ombre che avvolgevano il camino
spento dall’altra parte della stanza, di fronte al suo
letto.
“Oh, mia cara, amica mia…”, iniziò a singhiozzare, ma
l’altra ragazza la zittì con dolcezza, portandosi un
dito alle labbra pallide e facendole un cenno con
l’altra mano, come per dire semplicemente: attendi.
E
fu quello che fece. Con la pesante pelliccia con cui si
era coperta tirata su fin sotto al mento, rimase lì
rannicchiata, scossa dai singulti che non volevano
cessare, ad osservare il viso fiducioso di Fiorina e il
suo sorriso enigmatico.
Passarono i minuti, angosciosi nel dubbio che Fiorina
non avrebbe mosso un dito per soccorrerla e che sarebbe
stata a guardare dall’ombra mentre la preparavano per
quella sorte peggiore della morte. E finalmente, quando
il rettangolo di luce del sole nascente divenne ben
visibile sulla parete opposta alla finestra, la pesante
porta della sua stanza iniziò ad aprirsi con uno
scricchiolio che sembrò toglierle ogni controllo su se
stessa.
Sentì spanderlesi tra le gambe una sensazione di
bagnato, e si rese conto solo vagamente di aver liberato
la vescica come un’infante. “No, no, no, no…”, iniziò a
ripetere mentre la vecchia fantesca si avvicinava al
letto, dondolandosi su e giù con la bambola inerte
stretta al petto.
“Oh su, non essere sciocca, bimba”, disse sbrigativa la
vecchia. “Ci siamo passate tutte, non è la fine del
mondo. Forza, esci dal letto e fatti preparare.”
Ma
Francisca non poteva calmarsi. Scuoteva la testa
nell’isteria che l’aveva presa, facendo volare lacrime e
muco nella foga del terrore. Sentì la domestica
esclamare qualche parola spazientita, ma nel momento in
cui iniziò a strattonarla per un braccio per smuoverla
dal suo posto le parole si tramutarono in urla
agghiaccianti.
Trasalendo per quell’inaspettato inconveniente alzò gli
occhi sulla donna, per poi spostarli nella direzione in
cui il suo sguardo stravolto dall’orrore era diretto. Ed
era proprio Fiorina che la domestica urlante stava
fissando, vedendo inspiegabilmente colei che tutti
avevano giudicato una sconveniente fantasia prima d’ora.
Ma quella che ora stava nell’angolo in ombra non era più
la sua amica, bensì una forma indefinita e pulsante che
strisciava lenta verso la domestica paralizzata
dall’orrore. Mentre la luce crescente si posava su di
essa, Francisca la riconobbe come un ammasso di carne
viva, percorsa da vasi sanguigni palpitanti grossi come
le sue dita; pallide appendici spuntavano a casaccio da
quella massa deforme, bianche e segmentate come le larve
che da bambina trovava sotto terra nel suo giardino,
crestate da file di peli simili a setole nere e
vibranti; in quello che poteva essere definito il centro
del corpo della creatura, un abbozzo di bocca si apriva,
circondato da tre arcate dentali formate da zanne
bavose, tutte appuntite come schegge di vetro e ognuna
di lunghezza diversa dalle altre. Sopra di essa, due
occhi spaiati, rossi e porcini, sembravano tenere ferma
al suo posto la domestica, come immobilizzata da un
grottesco incantesimo.
Nel momento in cui la creatura fu abbastanza vicina, uno
dei suoi tentacoli larvali si allungò a toccarle una
guancia grinzosa. La donna si portò una mano al petto e
le urla strazianti cessarono, sostituite da un
silenzioso grido d’agonia che le spalancò la bocca in un
tondo perfetto mentre stramazzava al suolo. Continuò a
stringersi il cuore e a dimenarsi, finché con un ultimo
spasimo smise di respirare. Francisca pensò che dovesse
essere morta per il terrore, quando immediatamente si
rese conto che la creatura era ancora lì di fianco al
suo letto.
Le
urla che non era riuscita ad emettere proruppero ora,
minacciando di svegliare tutto il resto del castello. E
parve essere così, perché presto irruppe nella stanza il
conte in persona, il suo futuro marito, vestito con la
perfezione che si addiceva al giorno del suo matrimonio,
seguito da due dei suoi uomini in armi. Alla vista
dell’orrore che strisciava sul pavimento gli ultimi due
fuggirono senza la minima esitazione; ma il conte,
contenendo il disgusto che Francisca, impazzita per la
paura, gli vedeva sul viso, ebbe la prontezza di spirito
di calare su di essa la spada che aveva portato con sé
temendo il peggio.
La
creatura informe venne ferita dal colpo, sembrò venire
tagliata quasi in due metà perfette, ma trattenne l’arma
con il suo stesso corpo – se di corpo si poteva parlare
– inglobandola poi nelle pieghe della carne di cui era
costituita. Il conte lasciò la presa, e nel farlo cadde
pesantemente all’indietro sul sedere. Fissando il suo
sguardo scarlatto sull’uomo come aveva fatto con la
vecchia, la creatura lo tenne inchiodato a terra,
strisciandogli poi pian piano sul viso e soffocando con
la sua viscosa mole le urla di lui. Il conte si dimenò
per un po’ sotto quel peso, agitando gli arti come un
pesce messo a morire sulla sponda di un fiume, per poi
giacere esanime dopo qualche minuto.
D’un tratto, davanti a lei non ci fu più quell’incubo
mostruoso, ma vide di nuovo la sua amica, seduta con
noncuranza sul corpo morto del conte. Francisca la
fissava con gli occhi sbarrati, brucianti per il lungo
piangere, cercando di capire cosa fosse accaduto. Quando
Fiorina si rialzò e le porse la mano, Francisca si
ritirò di nuovo in se stessa, memore dell’orrenda
trasformazione a cui aveva assistito poco prima.
Non devi temermi.
Era la voce di Fiorina? E se aveva parlato, come poteva
non aver mosso le labbra? Ti voglio bene, te ne ho
sempre voluto. Sì, dopo tutti quegli anni, sentiva
la voce della sua amica per la prima volta. Ma le parole
non giungevano alle sue orecchie, le si imprimevano
piuttosto nel cervello.
“Mi hai salvata”, mormorò Francisca con la voce rotta
dal pianto. “Ma che sarà di me ora?”
Puoi venire con me.
“Ma chi sei? Dove vivi?”
Vivo oltre la realtà che vedi ogni giorno attorno a te.
Vivo nel mondo che credete appartenere solo alle fiabe e
ai racconti. Puoi chiamarmi con molti nomi: spirito,
fata, demonio… Sono solo parole coniate da voi, che per
me non hanno senso.
Francisca era confusa. Sbatté le palpebre in
un’espressione rintontita, poi posò lo sguardo sui due
cadaveri immobili sul pavimento. Fiorina li aveva
uccisi, ma l’aveva fatto per il suo bene. E la forma che
aveva preso, l’indescrivibile ammasso sanguinolento che
aveva messo fine alla loro vite, era la sua vera forma?
O solo un’illusione creata per degli occhi umani? Decise
che non le interessava.
Vieni, guarda,
disse Fiorina. Francisca le porse finalmente la mano ed
entrambe si diressero verso la finestra, che
spalancarono sull’aria fresca del mattino. Il mondo
all’esterno non era più quello che Francisca conosceva:
o meglio, era lo stesso, ma sembrava che un velo ne
filtrasse ogni connotato, rendendolo un arazzo di luci
sfavillanti che si muovevano in correnti eteree come
piume, ma anche di ombre e di abissi oscuri, tane di
incubi che la mente poteva solo iniziare ad immaginare.
Ogni elemento della realtà, gli alberi, il sole, gli
uccelli nel cielo, il fiume che scorreva ai piedi del
castello, tutto mostrava la qualità cristallina e
diafana, ma allo stesso tempo nebbiosa, che era propria
della luce di quel mondo.
Potrai vivere con me qui, ed essere sempre felice,
perché non conosciamo la morte nel reame fatato,
le parlò la sua amica con quella voce inaudibile dalle
orecchie.
“Diventerò un mostro come lo sei diventata tu prima?”,
chiese non senza una punta di vergogna.
Fiorina la guardò con compassionevole tenerezza e le
posò un bacio sulle labbra.
I
mostri esistono solo nella mente degli uomini,
disse. Vieni, possiamo volare.
E
nel momento in cui posarono i piedi sul balcone di
pietra, Francisca seppe che era così. Con la mano in
quella di Fiorina, si sollevò e lasciò dietro di sé la
vita che aveva conosciuto fino a quel momento, entrando
in quel reame in cui non avrebbe più vissuto né dolore
né paura.