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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Il Buio di Vicolo D’Agata

di

Filippo Santaniello

 

Una volta a Roma, prima di imboccare vicolo D’Agata di notte, dovevi accertarti che non ci fosse lo Spettro se non volevi essere assalito da una valanga di bestemmie e improperi che avrebbero persuaso a tornare sui suoi passi l’uomo più imprudente di questo mondo. Ma c’era solo un modo per sincerarsi della sua presenza, data l’oscurità quasi completa del vicolo scarsamente illuminato. Percorrerlo. A volte ti andava bene. Lo Spettro non era ancora arrivato, o quella notte non sarebbe giunto affatto. A volte ti andava male. Egli era in piena “terapia”. Tuttavia, per evitare di morire di crepacuore, la gente preferiva allungare il giro sperando che prima o poi le forze dell’ordine avrebbero portato via quel disgraziato che, in pieno giorno in un luogo qualsiasi, per la raffinatezza dei suoi abiti e l’affascinante classe di cui era imbevuto, avresti scambiato per un ricco industriale o un noto avvocato.
Cosa lo Spettro facesse in quel vicolo e perché si accanisse contro chiunque osasse attraversarlo lo scoprii durante una fredda serata invernale, ospite a cena in via Magliotti in un palazzo la cui facciata est dava direttamente su vicolo d’Agata.
Duilio, il padrone di casa, mi disse che l’unica camera che si affacciava sul vicolo era il bagno di servizio, così mi ci feci accompagnare, aprii la finestra e scrutai verso il basso, distinguendo una coppia passeggiare tranquillamente sui sanpietrini lucidi dalla pioggia caduta fino a qualche minuto prima. Ma non udii alcun grido. Nessuno si avventò sui fidanzati latrando come un demonio ubriaco ed essi arrivarono sino in fondo, sani e salvi, ignari del rischio accarezzato.
- E’ presto. – disse Duilio per il quale era chiarissima la ragione della mia curiosità.
Mi voltai verso di lui.
- A che ora arriva? – chiesi.
- Di solito verso le undici. -
Andammo a cena e su mia insistenza si parlò dello Spettro.
Seppi che quel soprannome se l’era meritato per i finissimi capelli bianchi che fluttuavano nella notte come una lucente medusa nelle scure acque marine e quando non era impegnato a scacciare passanti sgraditi, restava immobile al centro del vicolo, gli occhi chiusi e il naso all’insù. Non faceva nulla fuorché respirare. Inalava aria, gonfiando il petto, trattenendola nei polmoni, per poi soffiarla fuori, lentamente, producendo il rumore di un pallone che si sgonfia. Poi, appena un passo disturbava la sua concentrazione, si voltava in cagnesco verso l’ingresso del vicolo scagliandosi contro il povero passante a prescindere da chi esso fosse.
Quando terminammo di cenare la mia curiosità era ormai montata come panna. Io e Duilio tornammo in bagno. Mi affacciai e... eccola là! La vedevo! Quella testa canuta, dieci metri più in basso, al centro del vicolo dove non un lampione era stato installato, dove non la vetrina di una trattoria o le luci di un seminterrato rischiaravano le fredde mura che lo delimitavano. Lo Spettro, immobile, respirava a pieni polmoni sbuffando profondamente. Non fece altro per circa un quarto d’ora, quando due ragazzi si infilarono nel vicolo chiacchierando animatamente. Con la foga di un leone l’uomo, sgolando il proprio odio, balzò contro gli intrusi. Si sbracciava, sbatteva i piedi, saltava avanti e indietro come un selvaggio intorno a un totem.
Il buio è mio! Il buio è prezioso!
Porci ladri! Andate a rubarlo da qualche altra parte!     
I ragazzi lo guardarono atterriti, infine quello più alto strattonò l’amico per la giacca e senza dare le spalle allo Spettro fecero marcia indietro. L’uomo si lisciò l’elegante cappotto con i palmi delle mani e tornò al centro della stradina, riprendendo quel bizzarro esercizio respiratorio in totale concentrazione. 
Una volta a Roma, prima di imboccare vicolo D’Agata di notte, dovevi controllare che non ci fosse lo Spettro... Ora non più.  
Lo Spettro è morto.
Una sera un gruppo di hooligans del Manchester in trasferta romana per i quarti di Champions ha intuito che si arrivava al Sir Daniel’s Pub più velocemente se tagliavano per vicolo D’Agata.
La polizia, dopo i primi accertamenti sulla vittima pestata a sangue, scoprì che lo Spettro, che di nome faceva Eugenio Ramarri, era nato nel 1878. Aveva 132 anni. Nel suo appartamento fu ritrovato un diario le cui pagine svelavano il mistero delle sue notti nel vicolo oscuro.

Il buio dentro il nostro corpo. Ci penso continuamente. C’è luce dentro di noi?

Nei polmoni, nelle vene, tra un osso e l’altro è buio totale o un po’ di luce dall’esterno riesce a filtrare attraverso la pelle?
Il corpo come scatola. Contenitore di buio.
Lo sento parte dell’organismo, vivo come ogni cellula, indispensabile come il sangue.
Si sta ammalando anche lui. Lo sento.
Avverto lo  spaventoso bisognoso di una urgente trasfusione di buio, come una stanza chiusa da troppo tempo ha urgenza di spalancare le finestre per tornare a respirare.
Del buon buio. Profumato, fresco, vitale!
Inizierò a cercarlo da stanotte!


Non abito più a Roma e non so dirvi se mai ritornerò.
Al TG delle 20.00 un servizio attira la mia attenzione.
Un inviato dà le spalle all’ingresso di vicolo D’Agata diventato, a quanto pare, la principale meta turistica della città. Respirare la sua aria di notte, afferma il giornalista, fa ringiovanire! Lo scetticismo degli scienziati non persuade i centinaia di visitatori che ogni sera affollano la via. A breve il comune di Roma aprirà il vicolo al pubblico solo in precise fasce orarie e a pagamento. Nessun cenno a Eugenio “Spettro” Ramarri. Il giornalista compie un passo a sinistra permettendo all’operatore di inquadrare il vicolo in profondità. Donne, uomini, vecchi e anche un paio di stralunati bambini condotti lì dai genitori fiutano l’aria come animali notturni, assorbendo eccitati il potere benefico del buio di vicolo D’Agata.
Forse mi sbaglio, ma tra la folla, con gli occhi chiusi e le narici frementi, mi sembra di riconoscere anche Duilio.