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Il Castello Barocco
di
Gaetano
Lo Castro
Una volta c'era un antico castello. Era un bel castello
barocco, immerso in un agrumeto.
Da un balcone del primo piano si affacciò un giovane
in jeans e camicia casual, e si appoggiò con le braccia alla
ringhiera. Rimase a scrutare nell'oscurità della sera,
respirando l'aria profumata della primavera. La fragranza
di za-
gara era tanto intensa che sembrava salire sino al tondo
volto della luna.
Dopo un po' rientrò nella stanza, a stento rischiarata dalla
rada luce d'un lampadario. Il mobilio dell'ambiente era
dello stesso secolo del castello. Il giovane si sedette su
uno sgabello, sollevò il coperchio di un clavicembalo, e si
mise a suonare una musica malinconica. Il suo sguardo
s'alternava tra la tastiera e la luna piena.
Come attratta dalla melodia struggente dello strumento,
entrò silente nella stanza una giovane. Mora, con un lungo
abito nero, ed accompagnata da un cane cirneco. Era davvero
bella.
"Gabriella." sussurrò lui con un sorriso soffuso di
tristezza.
Lei gli si avvicinò, avvolgendolo con uno sguardo maliardo
dei suoi occhi neri. Il cirneco gli scodinzolò. I due
giovani rimasero a rimirarsi con quell'intenso sentimento
che crea un ponte sul fiume del tempo. Poi lei andò in una
parete, seguita dal cirneco, l'attraversarono e scomparvero.
Lui s'alzò e s'accostò alla parete piena di quadri scoloriti
dai secoli. Spolverò un ritratto con cornice barocca: una
bella mora in abito nero suonava il clavicembalo, con
accanto accucciato un cane cirneco.
Appena aprì la porta del balcone la stanza fu conquistata
dal sole del mattino. Il giovane prese dalla libreria colma
di volumi antichi un quaderno con la copertina stinta,
e scese nel cortile.
Si scorgeva tra piante di palme e buganvillee, oltre il
cancello del portale di pietra lavica, la via che collegava
il vicino paese col non lontano mare. Vi s'intravedevano
veicoli passare. Si sedette su una panchina e aprì il
quaderno. Sulle sue pagine ingiallite, le parole erano ormai
sbiadite. Le rilesse l'ennesima volta.
Ho iniziato le lezioni di clavicembalo alla signora del
castello. Sono tre incontri settimanali a giorni alterni.
C'è il disagio della strada a cavallo da casa al castello,
ma per il compenso concordato ne vale la pena. E' generosa
la signora Gabriella, oltre che bella.
Sollevò lo sguardo e li vide nel centro del cortile. Lei gli
sorrise, e il cirneco dimenò la coda. Lui agitò il braccio
con gioia. La giovane e il cane presero a giocare giostrando
attorno al pozzo. Li guardò per un po', poi riprese a
leggere il diario del maestro di musica.
La signora si dimostra predisposta per suonare. E' dotata
d'orecchi sensibili e dita abili. E' un'allieva eccellente,
ed una donna colta e intelligente.
Le diede un'occhiata. Correva per il cortile rincorsa dal
cirneco.
Tra noi, senza rendercene conto, s'è creata una certa
confidenza. Non dipende solamente dal fatto che siamo quasi
coetanei. E' come se fra noi ci fosse una forza
d'attrazione,
al di fuori della ragione. Una forza naturale, che non si
può contrastare. Mi ha confidato d'aver sposato l'anziano
castellano costretta dai genitori. Lui non l'ama. Più la
conosco e più me ne sento attratto.
A un tratto se la trovò seduta accanto. Il cane si
accovacciò ai loro piedi.
Ormai per entrambi il sentimento è talmente evidente, che
non si può più far finta di niente. Noi due ci amiamo!
Il nostro è un grande amore!
Chiuse il quaderno e lo posò sopra la panchina. Si
fissarono negli occhi. Ancora una volta non seppe resistere
al desiderio d'abbracciarla. E ancora una volta le sue
braccia strinsero l'aria.
Dopo una dormitina, nel pomeriggio salì sulla loggia.
Poggiata al parapetto lei ammirava il panorama carezzando il
cane. Si vedeva sul verde dell'agrumeto l'azzurro del mare,
e il biancore della neve sul vulcano.
Gabriella mi ha regalato il suo cannocchiale. Nei giorni in
cui non c'incontriamo mi basta uscir di casa per riuscire a
scorgere con esso il castello. E' una maniera per averla più
vicina quando non abbiamo lezione.
Insieme guardarono il paesino sopra il promontorio che
dominava la costa.
Più vicina per gli occhi, perché per il mio cuore lei
non è lontana, e non lo sarà mai. Né lo spazio né il tempo
potranno tenerci lontani. Niente e nessuno potranno mai
separarci.
Li unì uno sguardo sorridente.
Darei la vita per lei.
Dalla parte del mare scuri cumuli di nuvole navigarono
veloci verso di loro.
Con il cannocchiale ho avvistato un vascello saraceno
ancorato di fronte la foce del fiume! Un'incursione di
corsari al castello! Gabriella!...
Un forte tuono fece tremare l'aria.
Sono corso in chiesa a suonare le campane a distesa. Alla
gente accorsa ho dato notizia della scorreria dei saraceni.
Senza perder tempo sono riuscito a riunire un manipolo di
uomini armati alla meno peggio con bastoni, forconi,
roncole, coltelli, accette. Ci siamo lanciati al galoppo
verso
il castello. In testa a tutti io spronavo il mio cavallo, ed
incitavo urlando gli uomini, mentre nella mia mente pregavo
Dio per lei.
L'improvviso temporale s'abbatté sul castello.
E appena arrivati, ci ha accolti un silenzio di morte.
Il cancello del castello era spalancato. Nel cortile c'erano
dei corpi di uomini al servizio del castellano. All'interno
l'edificio era devastato e depredato. Sono corso col cuore
morso dall'angoscia nella camera di Gabriella. C'era solo il
corpo del cirneco. Deve aver cercato di difendere l'adorata
padrona, pagando con la vita. Sono corso nel cortile
gridando al gruppo di rimontare, e l'ho condotto al gran
galoppo verso il mare.
Il viso di lei era oscurato dal terrore.
Siamo giunti in spiaggia. I saraceni s'apprestavano a
caricare sulle barche il bottino e i prigionieri del
castello, per trasportarli sul vascello. Assaliti con furia
e colti di sorpresa, non hanno fatto molta resistenza. Sono
fuggiti con le barche, abbandonando tutto sulla riva.
Risaliti a bordo, hanno levato l'ancora, e il vascello si è
allontanato all'orizzonte.
Il volto di lei era illuminato dalla gioia per la
liberazione, e dall'amore per il suo salvatore.
Allora Gabriella mi ha guardato il petto con orrore. Sulla
mia camicia bianca una macchia vermiglia si ampliava
a vista d'occhio. Io mi sono sentito mancare, e sono
crollato sulla sabbia.
Lui schiuse la sua camicia jeans, e guardò il segno all'altezza
del cuore che portava dalla nascita. Aveva il colore e la
forma d'una ferita da lama.
Le malinconiche note del clavicembalo empivano l'ambiente
rischiarato, fluivano fuori del balcone, e salivano ver-
so il nero cielo pieno di stelle. Quelle note della sonata
da
lei tanto amata l'avevano sempre evocata. Ma stavolta lei
non compariva. Si alzò e andò alla libreria. Prese il diario
e sedé sul divano.
Sono solo, disteso sul divano, e scrivo il finale del mio
diario. Gabriella è corsa a vedere perché il medico ancora
non arriva. Sento che non serve.
Lei non veniva.
Dal balcone entra l'odore d'una serena sera di primavera.
Il cielo brilla di stelle. La lieve luce del candelabro
rischiara la stanza in cui io e lei abbiamo trascorso molte
ore liete insieme suonando il clavicembalo. La musica, lei,
io: un perfetto trio.
Perché lei non appariva?
Dio è stato generoso con me. Mi ha donato il talento
artistico e il grande amore. Quanti esseri umani possiedono
queste due cose così preziose?
Con apprensione guardò la stanza vuota.
Le sue lacrime mi hanno causato più sofferenza della ferita
al petto. Le ho ripetuto che niente e nessuno potranno mai
separarci. Nemmeno la mor...
Il diario del maestro di musica si concludeva così. Sul-
la pagina seguiva, come a sigla, una larga macchia
brunastra. Inchiostro o sangue? D'un tratto sentì una fitta
nel petto. Come un colpo di lama al cuore. Infarto, immaginò
gemendo di dolore.
"Gabriella." invocò con una smorfia premendo le mani sul
petto.
Lei gli apparve davanti sorridendo e tendendo le braccia
aperte. Lui sentì sparire di colpo il dolore. Si sollevò e
l'abbracciò, attendendosi l'ennesima frustrazione. Invece
l'avvertì con sorpresa solida e viva. Si voltò e vide il
proprio corpo riverso sul divano.
"Finalmente! Da tanto tempo attendo questo momento!" esclamò
lei.
"Anch'io!" disse lui stringendola forte.
Apparve anche il cane abbaiandogli festoso. Lui lo
accarezzò affettuoso.
"E' giunto il momento di andar via." disse lei prendendolo
sottobraccio.
"Sì, andiamo."
Scesero nel cortile, e uscirono dal cancello. Diedero un
ultimo sguardo al castello. Poi a braccetto al chiaro di
luna
si diressero verso il mare, col cane che salterellava
attorno
a loro. Giunti sulla spiaggia indugiarono ad ammirare
l'immensità del cielo-mare. Quindi ripresero a camminare
verso quell'unità.
Ripresero ad andare verso l'eternità
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