Il Ginepro
Di
Daniela Barisone
Mia madre mi ammazzò.
Mio padre mi mangiò.
Mia sorella Milena le mie ossa tutte raduna.
Nella seta le ha legate,
sotto il ginepro le ha celate.(1)
La teiera borbotta senza pace sulla stufa, l’acqua
ribolle al suo interno producendo suoni sordi che però
rimbombano nella stanza. Piccole volute di vapore bianco
escono dal beccuccio, sembrano fantasmi nella penombra
delle cinque del pomeriggio, oggi la sera è arrivata
prima.
Quei fantasmi mi guardano da là sopra, sembrano voltarsi
verso di me e deridermi, provocando in me la paura di
essere scoperta e tirata fuori di peso dal mio
nascondiglio dalla governante mutante che mia madre ha
voluto assumere qualche anno fa. Però l’aroma dei
biscotti infornati era troppo forte per resistervi.
Non sono mai scesa in cucina. Non dovrei essere qui per
nessuna ragione al mondo.
Otto tentacoli viscidi e un po’ grassocci scivolano sul
pavimento in pietra della stanza, appartengono proprio a
Miss Rottingale, governante, mai stata sposata ma con
una grande conoscenza del mondo infantile e una sottile
predisposizione ad usare il frustino sui piccoli
abitanti delle case in cui lavorava e questa non sfugge
certo dal cappio.
La ascolto mentre sussurra ad una cameriera qualcosa in
merito alla “notte dei morti”, che sarà proprio questa
sera. Ha sentito dire giù in paese che quei nuovi
signori provenienti dall’America che si sono sistemati
nella vecchia tenuta dei Reeds hanno circondato lo
steccato di enormi zucche con facce mostruose intagliate
su di esse. Secondo la cameriera sono tutte mostruosità
e stregonerie, ma Miss Rottingale ribatte che alcune
voci dicano che tengano lontano i morti.
Io le ho viste quelle zucche, i loro occhi cattivi ti
scrutano da distante, mentre dalle loro bocche ghignanti
ti aspetti che spunti fuori un fantasma e che ti passi
attraverso. Anche in quel caso non sarei dovuta essere
lì.
La governante si domanda se non sia il caso di far
intagliare qualche zucca anche per noi, ma la serva
sembra più terrorizzata che altro alla sola idea, si fa
il segno della croce e la Rottingale la rispedisce ai
suoi doveri.
A questo punto dovrei uscire, ma qualcosa, una mano
fredda e impalpabile si posa su uno delle mie braccia e
stringe, e una voce sussurra – Stasera. –
Urlo spaventata e rotolo fuori dal mio nascondiglio,
proprio davanti ai viscidi, grassi e disgustosi
tentacoli della donna.
Un ghigno si dipinge sul suo volto pallido e il frustino
rotea rapido nella sua mano.
Non posso nemmeno giustificarmi e dire che c’era
qualcosa là dietro con me, perché so già che con me
non c’era nessuno.
Lo sapevo che non sarei dovuta scendere in cucina.
La sera dei morti ci si veste tutti di nero, ci si
siede tutti insieme nel salottino giallo di mia madre e
sempre tutti insieme si prega. Si intonano rosari e
altre stupidaggini in memoria del mio povero fratello
Charles, morto quando io avevo sei anni o poco più.
Alzo lo sguardo verso mia sorella Milena, sempre più
pallida e smunta sotto il velo nerastro che le ricopre
il viso allungato, ogni volta mi ricorda quello di un
cavallo. E’ talmente brutta che nessuno la vuole in
sposa, nemmeno i soldi di mio padre riescono a fare gola
a qualche nobiluomo. Chiunque andrebbe bene, ma a
chiunque non andrebbe bene la brutta faccia di Milena e
il suo apparato meccanico, reso necessario dopo un
incidente dopo la morte di Charles. Inoltre è di pessimo
carattere, dicono, così riservata, sembra quasi
nasconda sempre qualcosa.
Le dita di mia madre artigliano senza pietà alcuna la
pelle di uno dei miei fianchi, riportandomi alla realtà:
non si fissano in faccia le persone con insistenza.
Educazione e disciplina, innanzi tutto.
Mamma è sempre stata molto decisa su questo punto, non
desidera certo che le sue dolci figliole crescano come
cani randagi, nossignore, non se ne parla. Visto che la
Madre Natura è stata inclemente sul suo aspetto fisico e
quello della sua progenie, quanto meno sarebbe utile che
sia io che Milena diventassimo abbastanza compite e
rigorose da aspirare ad un qualche ruolo di governante.
Ha le dita come aculei, nostra madre, potrebbero
strappare tranquillamente le carni di un uomo e
ucciderlo.
Un altro pizzicotto riporta il mio sguardo sul rosario
che stringo fra le mani, continuando a pronunciare
parole incomprensibili per un fratello che ho tanto
amato, ma che francamente non sentirebbe la necessità di
tutto questo.
Non resisto molto e la mia attenzione questa volta è
tutta per mio padre: il suo sguardo vacuo mi ha sempre
ricordato i suini che grufolano nel cortile dietro alla
casa. Stessa espressione, stesso aspetto, stesso modo di
entrare nelle stanze, stesso modo di mangiare.
Finite le preghiere dovremmo raccogliere elegantemente
le nostre nere vesti e ritirarci per la notte, ma sento
l’impellente necessità di dire qualcosa. Sarà forse che
il viso di Charles, perfettamente riprodotto su un disco
di porcellana messo sopra al tavolino al centro della
sala, mi fissa e ride di me. Ride, lo giuro! Perché
nessuno lo vede?
- E se andassimo a trovare Charles? –
Tre paia di occhi si voltano su di me come se avessi
pronunciato una bestemmia al contrario, ma stranamente
sono tutti d’accordo.
Ma perché nessuno lo vede?
La
tomba di mio fratello si trova in un angolo appartato
del cimitero di famiglia. Il buio e la fioca fiamma
della lanterna tenuta su da mio padre non aiutano la
vista, ma è impossibile non notare la lastra di pietra
sulla quale è abbarbicata una pianta di ginepro. E le
tre ombre mostruose che si allungano su di essa,
ricoprendo la mia, si mischiano fin troppo bene con il
resto della notte.
Sai
Charles, non avrei mai pensato che tu fossi un tipo che
amasse la compagnia, mi sei sempre sembrato un ragazzo
silenzioso e amante della lettura.
Come dici? La solitudine è pesante? Lo so, lo so bene.
So anche che la morte è abbastanza indolore, se non stai
troppo a pensarci. Mamma ci ha messo poco a dilaniarmi
con le sue unghie appuntite, papà ci ha messo ancora
meno a strappare le carni dal corpo. Mi dispiace per
Milena, che ha dovuto nascondere tutto il loro brutto
lavoro, non è mai bello dover essere al servigio di due
tali demoni. Diavoli mostruosi che si nascondono sotto
gli abiti eleganti di nobiluomini di campagna.
Sai Charles, Miss Rottingale aveva ragione a voler
mettere delle zucche intagliate vicino al nostro
steccato, tengono lontani i mostri. Invece ora le nostre
ossa sono legate da nastri di seta e seppellite sotto
terra, ma non si è mai detto che le zucche tengano
lontane noi fantasmi.
Povera Milena, non sa che incubi l’aspettano.
Oggi è la notte dei Morti. Moriranno tutti.
(1) Celebre
filastrocca facente parte delle “Canzoni di Mamma Oca”,
narrate ai bambini in epoca ottocentesca.