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Il
Tramonto e L’Alba
di
Federico Pergolini
PARTE I
E
finalmente venne il tramonto.
La
ragazza si levò dall’angolino dove era stata accucciata per
tutto il giorno e si diresse verso la finestra. La tenue
luce del sole al crepuscolo mise in risalto il suo viso
pressoché perfetto e il suo corpo statuario. Quando anche
l’ultimo raggio di sole scomparve dietro la collina, la
ragazza sentì la stretta al cuore che la stava
attanagliando, mollare la presa fino a scomparire del tutto.
Non
seppe spiegarsi il perché ma non voleva esporsi al sole e
più di ogni altra cosa, non voleva uscire da quella casa.
Non ne capiva il motivo, ma sapeva che doveva rimanere la
dentro e attendere.
A quel
pensiero per la prima volta si rese conto dello spazio che
la circondava, lentamente si voltò.
Tutto
intorno a lei sembrava vecchio e cadente. Era una casa di
campagna abbandonata.
Che ci
faceva li?
Tornò a
guardare fuori dalla finestra.
Non si
sentiva sconvolta da quell’incertezza, neppure quando capì
di non ricordare neanche il suo nome. L’unica cosa che
sentiva era un senso di vuota lucidità trapassargli l’anima
e dirgli che avrebbe dovuto aspettare.
Aspettare cosa?
Non lo
sapeva e al momento neanche gli interessava saperlo.
Fissava
affascinata le lucciole che illuminavano i campi di grano.
Prima ne arrivò una che si aggirò solitaria per qualche
istante, poi un’altra, poi un’altra ancora fino a quando si
trovò davanti agli occhi un intero esercito di piccole luci
che danzavano solo per lei.
Era
impossibile pensare con quello spettacolo di fronte e quindi
non lo fece.
Rimase
immobile ad osservare fino a quando il dolce soffio del
vento la scosse dal suo torpore. Un ciuffo di lisci capelli
neri le si posò sopra gli occhi. Lo scostò con una mano
mentre con l’altra cercava qualcosa con cui legarli. Nelle
sue tasche non trovò niente, allora tornò a voltarsi per
cercare qualcosa ma ormai l’oscurità era quasi totale.
Una
sagoma scura destò la sua attenzione. Lentamente si avvicinò
e vide che erano vecchi giornali ammucchiati li da chissà
quanto tempo. Ne raccolse uno ma non riuscì a leggere
niente.
La luce
della luna l’avrebbe aiutata.
Si
avvicinò alla finestra, scartando subito l’idea di uscire di
fuori. Rischiarata dalla flebile luce lunare riuscì a
intravedere la data.
7
ottobre 1974.
Quanto
tempo era passato da quella data? Un giorno come
cent’anni si rispose. Dopotutto se non ricordava neanche
il suo nome perché avrebbe dovuto ricordarsi la data? Lasciò
cadere il foglio di giornale e riprese a guardare fuori.
Altre
lucciole si erano aggiunte alle prime e, con loro, anche il
frinire dei grilli. Non sapeva cos’altro fare e così rimase
a guardare e ad ascoltare ciò che la natura aveva da
offrirle. Rimase immobile, appoggiata alla finestra a
guardare, ad ascoltare, a cercare di provare emozioni.
Inutilmente.
PARTE II
Il
ragazzo uscì dalla strada principale e imboccò la sterrata.
Era notte e l’auto procedeva lentamente tra le buche fangose
di quella vecchia e dimenticata stradina.
Ad un
tratto una buca più grossa delle altre fece sbandare il
veicolo che, con le ruote di destra, lambì il fosso.
Il
ragazzo diminuì ulteriormente l’andatura. Non poteva
permettersi questi rischi, aveva fatto un errore e ora
doveva rimediare.
A questo
pensiero rabbrividì, provò a scacciarlo ma non ci fu niente
da fare.
Era
impossibile.
Un
secondo pensiero lo colpì come un macigno facendolo
inchiodare. Si voltò di scatto, la pala era sempre li sul
sedile posteriore. Per un attimo aveva avuto il folle dubbio
di averla dimenticata ma ora che la vedeva si tranquillizzò
un po’. Guardò nello specchietto retrovisore, vide il suo
volto ma non lo riconobbe. Era una maschera di sudore e i
suoi occhi avevano qualcosa di vuoto, poco dopo si rese
conto che la sua mano destra tremava.
«Vaffanculo!»
Mormorò riaccendendo il motore. Non aveva senso perdere
tempo adesso che era così vicino.
Arrivò
alla cascina qualche minuto dopo. Il ragazzo spense la
macchina mentre il tremore delle mani si spargeva senza
controllo per tutto il corpo. Quando si sentì pronto uscì
dall’auto e, presa pala e torcia, si diresse verso la porta
e l’aprì. Appena accese la torcia elettrica vide il mucchio
di giornali.
Stette
ad osservarli per qualche secondo sentendo distintamente il
suo cuore aumentare i battiti e lo stomaco contrarsi e
chiudersi. Avrebbe dato tutto per scappare da li ma ormai
non poteva più tirarsi indietro.
Dando
fondo al poco coraggio che gli rimaneva spostò i giornali e
quello che vide gli causò un conato di vomito che riuscì a
stento a dominare.
Lei era
li, era bella come ricordava, forse ancora di più. Se non
fosse stata per la pozza di sangue rappreso dietro la testa
sarebbe potuto benissimo essere ancora viva.
Aspettò
ancora un po’ che i conati finissero. Quando fu il momento
la prese per le braccia ed incominciò a trascinarla fuori.
Era
ormai quasi alla porta quando i suoi occhi incontrarono
quelli di lei.
Erano
ancora vitali. Era come se la vita non avesse voluto
abbandonarla. Il ragazzo pensò di chiuderli ma non trovò il
coraggio.
«Mi
dispiace!»Balbettò infine, sentendosi stupido per averlo
fatto.
«E’
stato un incidente.» Mormorò tra se. «Tra poco sarà tutto
finito.»
Una
volta trascinato fuori il corpo prese la pala e iniziò a
scavare.
Era
fortunato, pochi giorni prima aveva piovuto molto e la terra
non aveva avuto ancora il tempo di asciugarsi completamente.
Non ci avrebbe messo molto.
«Mi
dispiace.» Ripeté ancora iniziando a scavare.
«Posa
quella pala e alza le mani!»
Il
ragazzo si voltò di scatto, vide i due carabinieri e,
nonostante l’oscurità, ne riconobbe uno. Era presente al suo
interrogatorio quel pomeriggio.
«Mi
avete seguito.» Disse a bassa voce. «Evidentemente non sono
stato convincente come pensavo.»
Le
lacrime iniziarono a rigargli il volto.
«Alza le
mani.!» Urlò l’altro carabiniere.
Entrambi
erano molto nervosi, quasi sicuramente quello era il loro
primo arresto importante. Di sicuro era il loro primo
arresto per omicidio.
Quella
era una zona tranquilla.
Di
solito.
Di una
cosa il ragazzo era sicuro. Quei due non avevano voglia di
rischiare e avrebbero sparato per uccidere.
I due
agenti continuavano a puntare le pistole mentre lui li
osservava con fare apparentemente distaccato.
Pensava.
Valutava.
L’unico
segno di coscienza sembravano essere le lacrime che
continuavano lente a scendere dalle sue guance, non
curandosi di tutto quello che succedeva intorno.
Fuori si
sforzava di apparire calmo ma dentro si sentiva esplodere.
Sapeva che quella era la fine, che non avrebbe mai potuto
cavarsela, che l’aspettava la prigione o la morte. Pensò al
dolore che avrebbe provato sua madre quando l’avrebbe
saputo, pensò a mille altre cose.
Abbassò
gli occhi e rincontrò quelli della ragazza che, col riflesso
lunare, brillavano e sembravano troppo belli per essere
veri, talmente belli che rimase abbagliato.
Ora
sapeva cosa fare.
All’improvviso scattò brandendo la pala come un’arma contro
i carabinieri che all’unisono spararono.
Il
dolore.
Poi il
buio.
PARTE
III
Aprì gli
occhi, non ricordava nulla di quello che è successo. Osservò
la stanza dove si trovava e provò un senso di dèjà vu.
«Ciao.»
La voce lo colpì come un coltello.
Era una
ragazza.
Era
bellissima.
«Chi sei
tu?»
«Davvero
non ti ricordi di me?»
Il
ragazzo stette un attimo a pensare. Sapeva di avere un’aria
stupida, quasi buffa ma non gli importava.
«No.»
Concluse.
«Posso
capirlo, neanche io mi ricordavo di te all’inizio ma a poco
a poco i ricordi sono tornati. Non sarà piacevole ma anche
tu proverai lo stesso.»
La
guardò senza capire mentre una voce dentro di se l’implorava
di non ascoltarla. Lei era il male. Non doveva crederle.
«Che
vuoi da me? Si può sapere che cazzo vuoi?»
La
ragazza gli sorrise.
Lui la
odiò.
«Smettila o giuro che ti ammazzo.»
Il
sorriso si trasformò in una risata. Non una normale risata,
aveva qualcosa di agghiacciante, poteva far impazzire.
«Questa
è carina! Un morto che uccide una morta, per la seconda
volta tra l’altro.»
Il
ragazzo ormai non riusciva più a muovere un muscolo.
Sicuramente era pazza.
Allora
perché non riusciva a convincersene?
«Basta.»
Mormorò con fare (che sperava) minaccioso. «Cosa vuoi?»
«Voglio
che guardi fuori dalla finestra.»Disse tornando
improvvisamente seria.
Fuori
dalla finestra c’erano delle luci, non quelle delle lucciole
però, erano i lampeggianti dell’ambulanza. Il frinire dei
grilli si era trasformato in una serie di imprecazioni che
l’autista faceva lamentandosi con gli agenti per aver
rovinato le sospensioni correndo come un matto solo per
raccogliere due cadaveri.
Potevano
almeno avvertirlo e se la sarebbe presa più comoda invece di
spaccare un’ambulanza nuova e rischiare di rompersi il
collo.
Ci volle
molto tempo ed arrivarono altre auto ma alla fine restarono
soli, lei lo osservava e lui non riuscì a leggere il suo
sguardo.
Quegli
occhi …
«Inizi a
ricordare vero?»
Era
vero. Dapprima solo pochi flash poi tutto il resto. La
serata in discoteca, l’offerta di un passaggio, poi … poi …
.
Non
voleva andare avanti con quei ricordi, cercò di ignorare le
urla che sentiva nella sua testa ma tutto fu inutile.
Il
rumore sordo del cranio che si rompeva, la vista del sangue,
la paura.
Cercò
disperatamente di ignorare tutto ciò ma ogni suo sforzo fu
vano, ora ricordava tutto perfettamente.
«Mi
dispiace!»
«Questa
credo di averla già sentita.»
«Lo
potrai fare?»
«Perdonarti? Tu che dici? Avrei voluto ucciderti ma neanche
questo posso più fare. La vuoi sapere una cosa strana?»
Il
ragazzo non rispose nulla ma lei continuò lo stesso.
«Ora che
sei morto non ti odio neanche più. Non ti perdono e non ti
odio. Non sei niente per me!»
Le
lacrime rincominciarono a scendere dalle guance del ragazzo
mentre bofonchiò qualcosa.
«Cosa
hai detto?»
«Mi
dispiace.»
«Già,
dovevo immaginarlo.»
Passò
del tempo, il ragazzo non seppe valutare quanto. Lei era
ancora li, più bella e terribile che mai. Lo guardava in
silenzio. Cercò di trattenersi ma non poté fare a meno di
chiederle un’altra cosa. «E ora che succederà?» Continuò a
guardarlo senza rispondergli per un tempo che sembrò
infinito.
«Ne so
quanto te! Siamo qui e non possiamo andarcene. Puoi provare
se vuoi, ma credo che neanche tu riuscirai ad uscire.»
Neanche
ci provò. Le credette sulla parola.
«Secondo
te questo è l’inferno?»
«A
questo punto non so neanche se esiste l’inferno o il
paradiso. So solo che ora sono qui per colpa tua e credimi,
vorrei essere a casa mia.»
La
guardò in silenzio, non osava scusarsi per l’ennesima volta.
Lei
continuò.
«Probabilmente è così che nascono le storie di fantasmi. Un
giorno qualcuno entrerà qui dentro e, anche se non riuscirà
a vederci, avvertirà la nostra presenza. Magari qualche
giorno dopo davanti a una birra racconterà tutto agli amici
e pian piano la voce si spargerà. Diventeremo una leggenda
locale. La bicocca dei fantasmi! Ti piace il nome?»
Non gli
piaceva ma ritenne inutile rispondere. Il ragazzo ora non ce
la faceva più a starla ad ascoltare e si voltò lentamente
verso la finestra. Le lucciole, disturbate dall’inaspettata
attività umana di quella notte, erano tornate. Erano
centinaia, forse addirittura migliaia e si libravano tutte
sopra il grano. Guardandole tutti i problemi sembravano
sparire.
E
finalmente venne l’alba.
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