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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Il ventre della balena

di

Gianluca Ciuffardi

 

 

Nell’ampio vano di accesso alla linea rossa della metropolitana rimbombavano gli echi e i rumori provocati dal procedere dei treni lungo le apposite rotaie. Quella sera ad attendere la corsa numero ventitré, seduta mestamente su di una panchina, c’era anche Karen Clayton. Non si poteva certo affermare che avesse appena trascorso la più bella giornata della sua ancor breve vita: la professione di commessa presso un grande negozio nel centro di Manhattan la obbligava, infatti, ad imbattersi con clienti che era limitativo definire alquanto stravaganti e improbabili.

“Signorina, le sta sanguinando il naso …”, la avvertì con modi garbati un giovane che indossava un paio di occhiali con lenti spesse come fondi di bottiglia.

Istintivamente, Karen trascinò una mano sul viso per costatare la veridicità di quell’affermazione, ma le fu sufficiente accorgersi con orrore della striscia di sangue che stava solcando in fiera solitudine il bianco candido del suo elegante cappotto.    

“Tenga pure questo …”, le disse il giovane porgendole con la mano un fazzoletto di stoffa, “Lei non sta affatto bene, posso aiutarla a salire sulla carrozza?

“No grazie. Penso di farcela da sola.”, rispose quasi stizzita Karen.

Il giovane dagli spessi occhiali le sorrise di nuovo.

“Clive Jensen”, si presentò, “Con chi ho il piacere di parlare?”.

“Karen Clayton”, mormorò con voce asettica e impersonale lei, stando bene attenta a evitare di porgergli la sua mano, che sembrava essere stata immersa in un mattatoio per uccidere maiali destinati poi alla macellazione. Il ragazzo non era poi tanto male, valutò Karen, se si escutevano le due enormi lenti che ingrandivano, come se fossero dei microscopi, due occhi azzurri, i quali altrimenti sarebbero apparsi molto espressivi.

La vettura ripartì con un leggero ronzio, prima accennato e poi sempre più sostenuto e prolungato: la forte accelerazione fece sobbalzare lievemente i passeggeri.

All’improvviso la Clayton vide apparire il volto di un orrendo essere sul finestrino situato alle spalle di Clive. Era come se fosse stato proiettato dall’esterno.     

La Clayton indietreggiò urlando e squarciando l’innaturale silenzio generale che regnava all’interno della vettura. I pochi passeggeri presenti in quel giorno a bordo si voltarono tutti di scatto verso di lei, appena in tempo per vederla scivolare a terra in preda a nuovi conati di vomito. Tutta rannicchiata per terra, tentò invano di inabissarsi per sfuggire al cieco terrore di quella visione aliena, ma l’unico risultato che ottenne fu l’emissione di un debole latrato.

Il volto, allo stesso modo di come era apparso, si smorzò lentamente fino a dissolversi, sommerso da una nebbia biancastra.

Poi il treno della metropolitana deragliò e Clive fu sbalzato violentemente contro il pannello di vetro più distante rispetto al sedile dove il suo corpo aveva trovato una collocazione temporanea. Gli occhiali che indossava si frantumarono immediatamente e per qualche secondo la sua faccia rimase stampata come un francobollo contro la superficie levigata del finestrino, mentre decine di schegge che prima formavano le lenti ottiche si conficcavano una dopo l’altra negli occhi, arrecando irreversibili danni alla sua pupilla acquosa.

Il treno aveva iniziato adesso a rollare su di un piano imprevisto scosceso e frastagliato. Solamente pochi fortunati passeggeri, fra cui anche Karen, riuscirono ad aggrapparsi a un qualche sostegno, come un corrimano oppure la maniglia di un sedile: tutti gli altri, furono scaraventati verso il fondo della vettura, riportando traumi di varia natura nell’atto di cozzare rovinosamente contro la parete di acciaio.

Siccome anche i restanti viaggiatori furono soggetti a svenimenti, compresa Karen, nessuno si accorse che il treno si era arrestato di colpo.

 L’oscurità più totale regnava all’interno del vagone. La Clayton avvertì la sua mano brancolare nel buio alla disperata ricerca di qualcosa di solido da afferrare: percepì un corpo umano accasciato sul pavimento che subito identificò come essere appartenente a Clive, il ragazzo con cui aveva scambiato una breve conversazione prima dello scontro del treno.

Nel tentativo di avvicinarsi al ragazzo per chiedere aiuto, la Karen cozzò sonoramente la fronte contro un ostacolo imprevisto: in seguito a tale urto, esso si rischiarò debolmente, rivelandosi come l’ingresso di una chiesa in stile barocco.

Karen appoggiò la mano sul pomolo dorato e spinse con forza il portale ed entrò nell’edificio, dove un intenso profumo invase i suoi polmoni trasmettendole una strana sensazione di vertigine, come se stesse galleggiando nell’aria, invece di camminare con i piedi ben piantati a terra. Istintivamente, Karen alzò gli occhi al soffitto, verso le volte ardite che lo sostenevano, per essere subito rapita dagli splendidi giochi di luce che, luminosissima, penetrava attraverso le aggraziate nervature e gli stucchi arabeschi.

La Clayton si incamminò lungo la navata centrale: i suoi passi echeggiavano leggeri come se stesse danzando nell’aria anziché camminare. Dopo pochi metri, la sua attenzione fu rapita da una strana pittura rinascimentale, posta sopra un altare secondario, che ritraeva una scena di natività. Non poté, però, fare a meno di notare che un singolare oggetto ovoidale si stagliava nella porzione di cielo a destra della Madonna e che contrastava con la generale staticità del quadro. Incapace di trovare una spiegazione razionale a tali stranezze, Karen salì mesta i gradini dell’altare maggiore.

Al di sopra del ripiano, trovò i comuni paramenti e arredi sacri, anche se adornati diversamente dal solito. Infatti, il motivo della spirale trionfava su oggetti d’arte quali l’ostensorio, la pisside e le ampolline, conferendo così al luogo un che di blasfemo e di profano.

Mescolato al profumo di fiori di pesco, le parve in quel momento di percepire anche un altro odore, certamente più sgradevole, che cominciava a salire dai sotterranei e dalle cripte della cattedrale. Uno sgradevole odore di marciume e di letame stava sgorgando dalle lapidi del sottosuolo, per poi fluire attraverso invisibili fessure poste sul pavimento ad intervalli regolari.

Sul leggio giaceva chiuso un messale. La Clayton, incuriosita, lo aprì. Nel leggere ciò che compariva nelle pagine, rimase stupefatta nell’apprendere che la storia di Gesù e dei suoi discepoli fosse stata un’invenzione di creature giunte da altri mondi che si prefiggevano lo scopo di studiare gli effetti socio psicologici che una tale personalità avrebbe esercitato sulle fragili menti umane. Nello scorrere velocemente le pagine che narravano il resoconto della missione in Galilea nell’anno trentatré, Karen fu presa da un terribile sconforto: odiò con tutta se stessa la civiltà extraterrestre che aveva potuto perpetrare un inganno tanto colossale ai danni dell’intera umanità. 

Desiderava strappare in mille pezzi quell’orrendo libro, ma represse questa sua intenzione non appena lesse il proprio nome fra le pagine finali, insieme a quello di Clive Jensen. Sulla parte superiore del foglio era riportata la data di quel dannato giorno, insieme ad un’annotazione inquietante: l’inizio della fine dei tempi.

Le fece uno strano effetto contemplare la descrizione della propria morte stampata in minacciosi caratteri: pur essendo venuta a conoscenza della verità nuda e cruda che faceva capolino fra le pagine di quel libro maledetto, preferì non tirarsi indietro di fronte all’esame che doveva sostenere, bensì scelse di affrontarlo con coraggio. Ripose accuratamente il libro sopra il leggio, raccolse l’aspersorio dal tavolo di marmo e lo infilò in una piega della cintura. Infine, si avviò decisa verso il suo destino, sentendosi come un cavaliere medioevale che si apprestava a lottare contro un drago.

La morte la stava aspettando paziente all’interno del confessionale. L’approssimarsi dello scoccare della sua ora era scandito dai sinistri scricchiolii delle vetrate, prima deboli e poi progressivamente sempre più accentuati.

Dietro la grata, Karen vide baluginare due occhi spettrali, rossi, spalancati e chiaramente accusatori. Congiungendo le mani tremanti nel consueto atteggiamento di preghiera, si inginocchiò dentro il confessionale, in procinto di rivelare i suoi peccati al confessore di turno. Un grugnito di questi sancì che la belva era finalmente pronta ad ascoltarla trepidante e d eccitata. Per nulla turbata da quell’orrenda visione, la Clayton elencò i peccati che riteneva più gravi, quelli che la tormentavano interiormente, analizzando in pratica ogni singolo aspetto della sua intimità e compiendo una profonda analisi introspettiva.

L’eccitazione del confessore crebbe in maniera incontrollabile quando la Clayton elencò le sue pratiche sessuali proibite e le perversioni erotiche compiute di recente. La creatura, incapace di resistere ulteriormente, con un ululato agghiacciante si scagliò contro la sua giovane preda. Prima sfondò la parete di legno marcito del confessionale, poi cercò di afferrare per un braccio la ragazza, che però riuscì a ritrarlo in tempo. Per ultimo, la belva terminò la sua azione devastante emergendo dall’abisso sottostante il pavimento del confessionale.

Gli occhi di Karen erano dilatati dall’orrore per quella tragica prospettiva, anche se si rendeva conto di aver volontariamente provocato quella creatura. Gli alieni si aspettavano che lei si suicidasse terrorizzata con l’aspersorio dopo aver letto il destino che la attendeva, ma lei aveva deciso di vendere cara la pelle. Indietreggiò con passi veloci, fermandosi nei pressi dell’acquasantiera posta all’ingresso della cattedrale. Quando si accorse che il liquido contenuto al suo interno consisteva in sangue denso, singhiozzando si sedette spalle alla pila di marmo.

Sentiva che la creatura bestiale avanzava verso di lei con torturante lentezza, fissando la colonna di marmo che la nascondeva con un’espressione deturpata dall’odio. Rivoli di saliva acidificata colavano dal suo mento. Si passava nervosamente la lingua nera sulle labbra, poiché già pregustava il pasto che di lì a poco avrebbe consumato. Dopo angosciosi attimi di attesa, il mostro si chinò su di lei per divorarla.

A questo punto, Karen raccolse con la mano l’aspersorio che aveva sottratto sull’altare, e invece di dirigerlo verso di sé, decise di sguainarlo come una spada e, dopo averlo fatto roteare sopra la sua testa, scoccò con esso una pugnalata che aprì un profondo squarcio nel petto della creatura bestiale, presumibilmente dove batteva l’equivalente di un cuore umano.

Il cuore di quell’essere cedette di schianto, e la cosa venuta da un altro mondo si accartocciò su se stessa, per poi esplodere definitivamente. Nello stesso istante in cui trafisse quel torace villoso, le vetrate della chiesa andarono tutte in frantumi con un tremendo schianto, mentre la creatura si estingueva nel buco nero sottostante senza più vita in corpo, non prima di aver mollato la presa che aveva sul braccio di Karen. I pezzi di vetro volarono in ogni direzione: nonostante gli sforzi per proteggersi sotto una panchina, alcuni di essi si conficcarono nelle cosce e sulla schiena di Karen, crocifiggendola quasi per il dolore. 

Terrorizzata, Karen Clayton decise di fuggire da quel luogo senza Dio, lasciandosi alle spalle il diluvio di stucchi e di piccole pietre che si abbatteva dal soffitto. Con le forze residue, riaprì il portale d’ingresso e finalmente uscì dalla cattedrale, ferita e dolorante.

Si ritrovò di nuovo dentro la vettura del treno della metropolitana. Non fu per niente sorpresa nel costatare che la vettura aveva dei sobbalzi: infatti, sapeva che l’esperimento era terminato e che gli alieni avrebbero presto provveduto alla soppressione di tutte le cavie superstiti. Quegli scossoni avevano risvegliato anche Clive, che giaceva seduto in un angolino della vettura, piangendo in modo sommesso come un bambino.

L’umiliazione ricevuta nel corpo e nello spirito, scatenò in Karen reazioni ugualmente devastanti, simili a quelle ch una qualsiasi donna proverebbe subito dopo una violenza carnale. Avvertiva l’insopprimibile bisogno di cancellarle presto, sostituendole con altre più degne di un essere umano.

Cinse Clive con il braccio e sentì le labbra di lui che si posavano sulle sue, schiudendosi in un tenero bacio. Il contatto con la saliva nella bocca di Clive resa gelida dalla paura, in un primo momento le fece ritrarre d’istinto la lingua come se fosse stata morsa da un serpente velenoso. La voglia di dare e di ricevere un po’ di amore era troppo forte, così la Clayton vinse la repulsione iniziale e ribaciò il ragazzo, questa volta in modo più appassionato.

Erano entrambi sporchi di sangue, feriti e sudati, situazione questa che rese quell’ultimo bacio più coinvolgente e le loro anime vibrarono di sensualità.

Alla fine di quel tenero bacio, la luce fioca che ancora proveniva dalle lampade al neon del soffitto evaporò definitivamente. E così i loro cuori, che si spensero all’unisono.