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In pineta
di
Nicola Orofino
I due
ragazzi camminavano abbracciati, un po’ per l’affetto che li
legava e un po’ per il freddo che in quella sera di fine
estate provavano nello stare in pineta. Neanche uno straccio
di luna rendeva il momento romantico, ma certo a loro non
importava granché vista la magia dell’attimo che stavano
vivendo. Fermi lì, col vento che urlava tra i rami dei pini
parole che solo pochi sanno intendere, i due giovani
sedettero su una panchina. Nelle ore diurne era praticamente
impossibile trovare posto, e ora l’intera area era tutta per
loro due, e per i pochi animali che passavano di lì.
Alessandra guardava l’adolescente che amava e ne intravedeva
solo gli occhi. Strinse forte il suo braccio e sussurrò:
“Sai, ho una confidenza da farti. Dimmi, cosa cambierebbe
tra di noi se io mi fossi innamorata di te?”
Dennis
sorrise. I suoi denti bianchissimi rilucevano ovunque, e
disegnavano il suo volto perfetto. Rispose: “Anch’io ho una
confessione da farti. Sii sincera, cosa cambierebbe tra noi
se io…” Lasciò che qualche secondo passasse e poi ripeté le
parole che il vento aveva già pronunciato al suo posto: “…se
io fossi il demonio?”
Alessandra rimase un attimo interdetta e anche impaurita.
Poi guardò Dennis e affermò: “Che scherzo stupido. So
riconoscere la differenza tra un angelo e un demonio.”
Seguì
un lungo bacio frammezzato dall’approvazione, forse, del
vento.
Adesso
s’era fatto però troppo tardi. Nessuno dei due avrebbe
voluto interrompere quel momento, ma bisognava tornare dai
rispettivi genitori. “Certo che lo sei!” rispose prontamente
Alessandra, senza alcun dubbio.
“Cosa?” domandò Dennis, e la studiò perplesso.
“Come
cosa? La mia vita. Certo che lo sei!”
Dennis
si mise a ridere fragorosamente, non aspettandosi
quell’improvvisa rivelazione, e ricambiò con un dolce “E tu
sei la mia!”, poi si baciarono di nuovo.
S’incamminarono verso l’uscita, quando Alessandra impose al
ragazzo di tacere e non muoversi, aveva sentito qualcosa.
“Per
piacere Den, t’ho chiesto di stare zitto un attimo” ripeté.
“Ma
sono zitto” obiettò questi, e lei lo ammonì di non fare lo
stupido.
Dopo
qualche passo, Alessandra gli strinse il braccio talmente
forte che gli fece quasi male, e gli urlò di non parlottare
con quella voce, ché lei si stava veramente impaurendo
adesso.
“Amore
– s’infastidì lui – io non ho proferito parola da quando ci
siamo alzati dalla panchina. La bocca la uso meglio per
baciarti” e stava per poggiare le proprie labbra sulle sue,
quando lei lo colpì con uno schiaffo al viso, e gli disse di
portarla fuori dalla pineta immediatamente che era stanca,
infreddolita e ora anche terrorizzata, grazie a lui.
Il
giovane restò ammutolito davanti a questa violenta reazione,
decise che era davvero spossata dall’orario, e si ripromise
di non dire nulla fino all’uscita.
Quando
vi arrivarono, ed ebbero davanti la strada asfaltata, Dennis
afferrò Alessandra per un braccio e le disse: “Ora che siamo
fuori, spiegami: perché mi hai dato quel ceffone?”
Alessandra rispose, spaventata e docile: “Portami a casa.”
“Eh no
– rispose lui, serio – non puoi mica credere di poter
prendere a schiaffi le persone quando ti pare e poi
comandare pure. Ora dovrai farti perdonare” aggiunge, e
afferratala forte per il braccio, la trascinò di nuovo
dentro la pineta.
“Ho
paura” iniziò a urlare la giovane, e lo pregava di
smetterla, ma ormai i due si erano addentrati nuovamente tra
gli alti alberi, laddove nessuno poteva più sentirli se non
fosse stato in pineta.
In
quel momento il vento dovette avere compassione della povera
ragazza, tanto che iniziò a urlare a pieni polmoni,
spaventando tutte le specie viventi nei dintorni e
richiamando la loro attenzione. E in questa furia di vento,
la fioca luce di una stella riuscì a trovar spazio tra le
nuvole frustate all’impazzata, e permise a Dennis un attimo
di lucidità per dire alla sua amata: “Ale, scappa, non sono
io, non so cosa mi possiede, ti supplico vattene!”
Ma fu
solo un attimo: il vento mandò i suoi cumulonembi a
offuscare il chiarore dell’astro e Dennis fu di nuovo in
grado di sopraffare la ragazza, che ora mangiava il fango
mentre una voce inumana le intimava di chiedere perdono per
lo schiaffo di poco prima.
L’amplesso dei due amanti durò una decina di minuti. Dennis
s’arrestò poi di colpo, guardò per terra, sputò e disse
solo: “Andiamo a casa.”
Alessandra si alzò da terra. Sulle sue guance colavano
sangue e lacrime, tra i suoi capelli ghirlande di rovi la
adornavano, ma lei continuava a star zitta.
Allora
il vento parlò, e il suo linguaggio era ora comprensibile a
entrambi.
“A chi
non è mai capitato di innamorarsi del demonio? Crediamo di
aver trovato la persona che ci farà star bene per sempre,
quando l’unica teleologia del rapporto di coppia è il
proprio benessere, e non l’altrui. Oggi uno di voi ha
imparato cosa significa amare un demonio. Io sono il
demonio. Posso parlare anche tenendo la bocca chiusa. Il
vento parla per me. Ma affinché il messaggio sia chiaro,
ricorda, inutile essere. Il demonio passa sempre per colui
che ha ragione. Colui che tutti credono un filantropo: egli
è in realtà il volto del male. Per questo ho fatto sì che
gli eventi si svolgessero in questo modo: affinché il bene
diventi il male, e il male sia acclamato e richiesto come
unica via di scampo alla sofferenza. Soffrite dunque,
maledetti inetti!” urlò quell’essere immondo, poi squarciò
il corpo della povera vittima e si dissetò con le interiora
di quella sciocca, ignara persona innamorata che era stato
il malcapitato Dennis, costretto dal male prima a provocare
sofferenza alle membra della sua amata e poi a essere da lei
trucidato nella sua vera essenza di Maligno.
Un
cane uggiolava nel cortile, raccontando tutto alla Luna.
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