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Biografia dell'autore

 

 

 

 

L'Immortale

di

Demis Italiano

 

"Non ne posso più di questa vita. Non ne posso più di questo mondo. Ho deciso di andarmene definitivamente, non ho più niente da dire né da fare ormai. Lasciatemi solo dedicare un ultimo pensiero a colei che mi ha rovinato la vita. Che possa bruciare all'inferno insieme a Satana".

Jason Barlow lasciò il foglio sul comodino della sua stanza dopo averlo ripiegato in due parti. Era sicuro che sua zia lo avesse trovato il giorno successivo e avrebbe capito nonostante tutto le ragioni del suo gesto. Aprì la finestra e guardò il cielo per l'ultima volta. Era completamente limpido e

abbellito da migliaia di stelle luminose. "Una cornice perfetta per il mio addio" pensò con un sorriso amaro il ragazzo. Jason Barlow aveva diciotto anni e tutta una vita davanti, ma questo lui non lo

sapeva, non se ne rendeva conto.

Sua madre e suo padre erano morti in un incidente aereo quando lui aveva due anni e, figlio unico, fu affidato alla zia che però era più preoccupata delle rughe che le ricoprivano la pelle piuttosto che alla salute del nipote.

Jason era un ragazzo solitario, taciturno e perennemente triste. I professori di scuola lo descrivevano come un tranquillo che non dava mai problemi, i compagni invece lo temevano perché amava tartassarli per puro divertimento.

Era sempre stato solo e incapace di rapportarsi alle persone in modo normale. Ma fu quando Marika Fletcher, una graziosa ragazza dai capelli rossi di un anno più piccola di lui, gli aveva messo gli occhi addosso che la sua visione del mondo era cambiata definitivamente.

Quando Marika lo aveva invitato per il ballo di fine anno (evento al quale lui non aveva mai partecipato in tutta la sua carriera scolastica) facendogli intendere il suo reale interesse per lui e al ballo stesso gli si era avvinghiata addosso baciandolo con passione, le sue normali credenze erano crollate improvvisamente, lasciandolo nudo contro il mondo.

Non pensava di piacere a qualcuno e la novità lo aveva scosso non poco. Un'esagerata paura di perdere quell'unico affetto conquistato lo prese facendolo diventare troppo ossessivo verso la ragazza, la quale inizialmente non ci fece caso, ma poi, asfissiata dal comportamento ossessivo del suo nuovo fidanzato, lo aveva scaricato senza pensarci due volte.

Una rabbia intensa aveva colto Jason Barlow, rabbia mista a voglia di riconquistarla a tutti i costi.

Per due settimane la seguiva ovunque chiedendole di tornare con lui, chiedendole di ripensarci, urlandole contro tutta la sua rabbia e dicendole che non sapeva chi si perdeva.

Lei inizialmente cercò di spiegare ragionevolmente le sue motivazioni, ma il suo comportamento (che di tanto in tanto sfociava anche in violenza) la portava ad essere maleducata e a trattarlo male (cosa di cui Jason soffriva non poco).

Aveva meditato mille soluzioni per uscire da quella situazione: trasferirsi fuori città e il più lontano possibile da lei, ucciderla e nascondere il cadavere oppure suicidarsi.

Era giunto alla conclusione che la terza ipotesi era la più logica.

"La vita ha un debito con me che ora intendo saldare".

Smise di guardare il cielo e iniziò ad arrampicarsi sul davanzale, si mise in piedi su di esso prima di lanciarsi nel vuoto con gli occhi chiusi. L'impatto fu tremendo ma Jason si rimise in piedi dopo qualche minuto.

Stordito cercò di capire perché non fosse morto, l'impatto era stato terribile e il suo volto era quasi del tutto sfigurato, tuttavia era ancora in piedi sulle sue gambe.

"Devo farla finita, stanotte stessa".

Andò in cucina, prese da un cassetto del nuovo arredamento Ikea, la corda per stendere i panni in giardino e ritornò in stanza. La legò stretta alla base del lampadario e fece un cappio all'altro capo della corda. Il cappio era una cosa che gli usciva particolarmente bene visto che da quando lo aveva visto fare la prima volta, nel film  "Il buono, il brutto, il cattivo" di Sergio Leone, non faceva altro che realizzare piccoli cappi ogni volta che aveva tra le mani una corda di qualsiasi dimensione, lo

utilizzava quasi come un antistress e poteva tranquillamente considerarsi un esperto in materia.

Salì su una sedia che aveva posto proprio sotto il lampadario, vi inserì la testa tumefatta dal botto sull'asfalto del vialetto d'ingresso della sua abitazione e lo strinse forte.

Dopodiché iniziò a far dondolare ritmicamente la sedia finché essa cedette e lui rimase appeso per il collo al lampadario.

Aspettò quasi mezz'ora. La corda gli era talmente stretta intorno al collo da produrre dei profondi solchi dai quali sgorgava del sangue, ma non c'era nessun accenno di strangolamento, niente di niente.

Si slegò in qualche modo la corda dal collo e, sanguinante, si sedette sul letto a pensare.

"Ma che diavolo significa ?" pensò in preda al panico.

Decise di fare un ultimo tentativo.

Scese in garage, dove la Mustang di suo zio Fred del quale andava fierissimo, campeggiava in mezzo ad arnesi di ogni genere, da viti e bulloni a martelli e cacciaviti, il garage di suo zio sembrava più un ferramenta che un comunissimo deposito di automobili. Si diresse verso la cassettiera in metallo, aprì il secondo cassetto a sinistra ed estrasse la Colt 25 di suo zio Fred.

Il grigio della pistola scintillò alla fredda luce della lampadina del garage. Premette il grilletto ma non successe niente.

Esitò poi scoppiò in una fragorosa risata. Non doveva avere fretta, la pistola non era carica e la sicura non era stata tolta.

Caricò la pistola (una volta suo zio gli aveva mostrato come fare), tolse la sicura e cercò all'interno del cassetto il tubo circolare del silenziatore. Non voleva assolutamente svegliare i suoi zii, avrebbero letto da soli il biglietto e capito così le sue ragioni che, nella sua testa annebbiata dall'incomprensibile disperazione, erano sicuramente più che valide.

Cercò a lungo il silenziatore facendo passare la mano sulla superficie liscia e polverosa del cassetto di metallo e finalmente lo trovò.

Lo avvitò con mano esperta sulla canna della pistola (glielo aveva mostrato anche quello suo

zio) e finalmente poté puntarsi la pistola alla testa.

Sparò.

Il rumore fu quasi nullo, pezzi del suo cervello volarono da tutte le parti imbrattando il

muro ma lui rimase in piedi.

Jason Barlow capì in quel momento.

<<Sono immortale>> mormorò animato da un misto di disperazione ed eccitazione.

Spense la luce del garage e ritornò in camera sua.

Si guardò allo specchio nella parte interna dell'anta destra dell'armadio di bassa qualità di

un bruttissimo colore grigio topo.

L'occhio destr occhio era spappolato e pendeva liquefatto dalla sua orbita vuota, il suo cranio era scoperchiato per metà e vedeva il suo cervello pulsare al ritmo del suo cuore, la bocca (spappolata anch'essa dallo sparo) non era altro che un'informe fessura che gli tagliava in due la faccia, denti e labbra erano spariti e con loro la lingua.

Sul collo erano evidenti i solchi profondi lasciati dal cappio, dai quali sgorgava ancora copioso il sangue. Per di più il resto della faccia era completamente rovinato dal terribile impatto sul vialetto d'ingresso della sua abitazione.

Jason Barlow si sporse dalla finestra e guardò in basso, dal suo cranio gocciolava del sangue misto a materia celebrale. Il ragazzo scorse un'ampia chiazza di sangue scura nel punto in cui era caduto lui.

La chiazza di sangue aveva una vaga somiglianza con la sua figura coem se il suo corpo cadendo

aveva impresso la sua impronta sull'asfalto.

Jason prese fra le mani il suo messaggio di commiato e lo lesse ancora una volta. "Non ne posso più di questa vita. Non ne posso più di questo mondo. Ho deciso di andarmene definitivamente, non ho più niente da dire ne da fare ormai. Lasciatemi solo dedicare un ultimo pensiero a colei che mi ha rovinato la vita. Che possa bruciare all'inferno insieme a Satana".

Lo accartocciò e lo gettò nel cestino.

Dopodiché tornò a letto e scoppiò a piangere disperato.

<<Non riesco a morire>> mormorò in preda al panico.

Quella notte Jason Barlow non si addormentò, restando immobile a fissare il soffitto bianco della sua camera. Alle sette meno dieci si alzò ancora gocciolante e, senza cambiarsi ne fare colazione,

prese la sua bici e si avviò verso la scuola. Sua zia e suo zio dormivamo ancora e non lo sentirono uscire. Mentre pedalava guardò furtivamente indietro, lasciava una disgustosa scia di sangue e materia celebrale sull'asfalto. Rise di gusto.

Giunse a scuola e rimase in attesa dell'arrivo dei suoi compagni.

Non vedeva l'ora che arrivasse quel momento.

Finalmente alle otto meno cinque gli studenti arrivarono in massa, sembrava che tutti si mettessero d'accordo per arrivare cinque minuti prima dell'inizio delle lezioni, non un minuto in meno, non un minuto in più. Davanti alla scuola superiore transitò, come tutte le mattine, lo scuolabus delle elementari (giallo anche vecchio e scrostato dalle intemperie), qualche bambino guardò dalla sua parte, ma nessuno urlò in preda al panico, evidentemente non avevano notato le condizioni in cui versava Jason Barlow, mentre i suoi coetanei iniziarono vocianti ad entrare nell'istituto.

Jason rimase immobile di fianco alla porta sperando che qualcuno dei suoi compagni lo notasse, ma nessuno lo fece.

Voleva terrorizzare gli altri studenti, era la sua nuova ragione di vita, dopotutto era un vero zombie vivente.

Finalmente scorse in lontananza la graziosa figura di Marika Fletcher. Jason notò come la sua ex fosse veramente carina, occhi di un verde luminoso, capelli di un rosso brillante e delle leggerissime lentiggini che Jason considerava sexy da morire sparse sul volto eccessivamente chiaro.

Quel giorno Marika indossava dei jeans neri e stretti che le esaltavano le forme sinuose e una camicetta a quadretti rossa che portava con l'ultimo bottoncino slacciato che le formava un decolleté niente male. Marika aveva un seno  decisamente proporzionato al suo corpo magro.

Dopotutto nemmeno Jason Barlow era un brutto ragazzo in condizioni normali, era magro e alto, capelli biondicci quasi rossi e un paio di bellissimi occhi azzurri.

Quando Marika Fletcher gli fu a pochissimi metri di distanza gli sembrò che lo stesse guardando. Quella fessura informe che aveva al posto della bocca si allargò in quello che doveva essere una sorta di sorriso, del sangue scuro e puzzolente usci da essa.

<<Ciao Marika>> disse lui gurdandola col solo occhio rimasto.

Lei non rispose eppure sembrava guardarlo.

<<Marika guarda sono immortale>> disse lui parandosi davanti a lei. Marika proseguì ignorandolo ed evitandolo scansandosi inconsciamente (Jason era sicuro che lei quel gesto non si era nemmeno accorta di averlo fatto, per il semplice fatto che non lo vedeva).

A quel punto Jason Barlow capì di non essere affatto immortale.

Era già morto.

Ritornò verso casa a piedi lasciando dov'era la bici.

Giunto proprio davanti alla sua abitazione vide sua zia piangente di fronte alla grossa macchia di sangue. Si affiancò a sua zia, che tanto non poteva vederlo, e la guardò a sua volta. Non era una macchia di sangue.

Era il suo cadavere.

In quel momento Jason capì, cercando invano di uccidersi non aveva torturato il suo corpo, ma la sua anima che non aveva trovato pace nemmeno dopo la morte. Sua zia non trovò mai il biglietto che lui aveva accartocciato e gettato nel cestino, nessuno si accorse delle tracce di materia organica lasciate da Barlow per il garage, per casa e per il tragitto fino alla scuola, quelli nessun essere

viventi poteva vederli.

Erano frammenti della sua anima, non del suo corpo.

La sua bici venne rinvenuta fuori dalla scuola il giorno seguente, così come la corda appesa al lampadario e la pistola sul pavimento del garage. Nessuno seppe spiegare il motivo di quei ritrovamenti, così iniziò a diffondersi la leggenda metropolitana di Jason Barlow.

Il ragazzo che voleva uccidersi anche da morto.