L´aspirante suicida
Di
Antonio Giannandrea
Non c’è un giorno a cui io non pensi all’inizio, a quel
momento della mia vita in cui tutto comincio a cadere e
a frantumarsi in piccoli pezzi, come tanti cristalli che
nel loro sfavillio si cingevano a corona sulla mia
anima. La prima a sparire fu la fede, in Dio, in me
stesso, negli altri. Ressi, non volevo convincermene,
invece quando la fiamma baleno´ per poi spegnersi
altrettanto rapidamente, capii che era tutto inutile e
scelsi di farmi travolgere dalla corrente. Nella mia
corsa mi persi, o meglio la mia mente si perse non
smettendo mai di riflettere, sull’orlo tra la paranoia e
la follia, sulla morte e sul suo senso di maestà e di
bellezza, forse l’unico realmente forte da sopravvivere
all’eternità. È da quel momento che tutti gli eventi che
si susseguirono nella mia vita, mi portarono anche
banalmente, all’unica visione nera e vermiglia di
sconfinato piacere ed orrore.
In uno di quei luoghi raduno di tutte le disperazioni e
di tutte le solitudini mi fermai, una notte, a pensare.
Osservavo i volti persi, gli occhi pieni d’amarezza, i
sorrisi ipocriti. Ma una creatura comparve dinanzi la
mia vista, e in quell’attimo tutto mi sembro superato,
mi sentii preso e portato via dall’inferno della mia
esistenza, dalla perdizione del mio essere. Quell´essere
entro´ in me, non so bene in che modo e non volle piu´abbandonarmi.
Le insegne al neon davano un aspetto candido e
abbagliante alle persone intorno a me, Vidi un volto
bellissimo nella sua impassibilità, segnato come di chi
non ha avuto altro nella vita dolore e sofferenza. Era
li seduta su di uno sgabello del bar sorseggiando un
intruglio d’alcool e anfetamine, mi alzai, mi posi
davanti a lei, ma non mi noto neanche, decisi di
avvicinarmi di più, sullo sgabello vuoto vicino al suo.
Ordinai il suo stesso drink, ma come mi voltai non c’era
più. Nello sconforto più desolante allora decisi di
andare via, presi la macchina, e guidai fino allo
sprofondo passando per tutte quelle strade dove sai che
non passa mai nessuno, arrivai a casa ed entrai. Accesi
la tv, davano uno di quei vecchi film di cui non sai mai
il nome ma che tanto non guardi perchè anch’esso come la
vita è sempre lo stesso, mi distesi sul divano fumando e
fissando il soffitto, non riuscendo a togliermi il suo
volto dalla mente, e con i suoi occhi profondi, quasi
vacui che mi sorridevano, mi addormentai.
Anche questa notte, come tutte del resto, esco lasciando
che sia la città a guidarmi, con un desiderio assillante
questa volta, poter rivedere i suoi occhi. Un insegna
scivolo´ sul parabrezza, quel posto, parcheggiai, entrai
lentamente come se fosse la prima volta guardando con
attenzione in giro, ma lei non c’era. Allora un
sentimento mi prese, una solitudine così profonda da
risvegliare quella creatura che era dentro di me con
tutta la sua angoscia con, la sentivo muoversi ed
arrivare fin dove nasce la vita e distruggerla senza
lasciarne traccia. Con questa consapevolezza andai via,
fermandomi fuori città, su di un altura desolata, fumai
un po d’hashish perdendomi in sogni effimeri e
passeggeri. Mi distesi sul cofano lasciandomi avvolgere
dal tepore che esso ancora emanava, guardai le stelle e
tra esse il suo viso, fin quando la notte si eclisso´
facendo largo al un giorno.
“Fino a che punto si puo´ desiderare la carne altrui,
immergere le mani nel calore del suo sangue, strappare a
morsi i brandelli del suo cuore?” L’ho cercata dio solo
sa quanto l’ho cercata prima di impazzire completamente,
prima che il demone che era dentro prendesse il
sopravvento tramutandosi in una belva omicida. Tutte le
mie perverse inclinazioni anche quelle che mai avrei
pensato d’avere, mi passarono davanti agli occhi ad una
velocità vertiginosa, stordito persi l’equilibrio.
Bramavo i suoi occhi, non potevo piu´ farne a meno,
avrei ucciso pur di averli solo per me, o forse l´avevo
già fatto, ero confuso, non ricordavo nulla, a parte,
un immagine, di due occhi fissi, terorrizzati, verdi.
Mi svegliai di soprassalto, ero madido di sudore, avevo
una sete tremenda. Aprii la porta del frigo, e quelli
erano li, due occhi verdi, dilatati dal terrore, che mi
fissavano, mi facevano sentire male, svenire, vomitare,
piangere, mi accasciai sul pavimento freddo, contratto
dal dolore e dalla paura.
Mi scolai mezza bottiglia di Jack prima di riprendermi,
inutile rimettersi a dormire. Non capivo, non riuscivo a
darmi pace, dovevo sapere chi era chi avevo ucciso, di
chi erano quegli occhi.
Uscii, passeggiai sperando e cercando di non pensare,
avevo bisogno di bere, entrai nel primo locale, mi
sedetti al bancone, ordinai un doppio barboun, bevendo
mi voltai, e attraverso il fondo del bicchiere,
intravidi un volto, due occhi, verdi, distolsi lo
sguardo di colpo, ma era tardi, troppo tardi, mi sentii
svenire. Il demone scellerato dentro di me prese il mio
posto.
Mi svegliai sul divano di casa mia. Avevo una sete
tremenda ma quella volta non aprii il frigo, presi
l´acqua dal rubinetto, poi un paio di cubetti di
ghiaccio, bevvi fin quando i cubetti non toccarono le
mie labbra, ma non era ghiaccio, bensi´ due occhi verdi.
Sputai l’acqua che avevo ancora in bocca, inorridito
corsi in bagno, in preda ad una tale angoscia che
scivolai sbattendo la testa, un rivolo di sangue scese
giù fin sotto il collo, dal dolore o dall’orrore svenni.
Un incubo,
una tristezza di tale
devastazione da oscurare il sole, da far collassare
tutte le stelle in un unico lampo, accecante, che
balenando nell’oscurità svaniva nel nulla, abbattendo le
fondamenta stesse della terra, facendola crollare sotto
i miei piedi ed io, inerme, mi lasciavo travolgere dalla
violenza dell’onda d’urto, dallo sconforto. Tutto
cambia, un fiotto di sangue scendeva dalla mia testa,
coprendomi gli occhi, non vidi più nulla, ero morto. Di
nuovo tutto muta, un tanfo, un odore intenso, di carne
imputridita, tale da otturarmi le narici, mi sentivo
svenire, mi accasciai dolcemente, da un lato, respirando
polvere, e ascoltando un fischio, un urlo delirante,
nelle orecchie, nel cervello, la mia anima che
sprofondava nell’antro della perdizione, la mia voce,
ormai incerta, s’infrangeva contro il vento e non sentii
più nulla.
Mi svegliai di soprassalto, lasciai che la debolezza si
impadronisse di me, mi voltai piangendo, consapevole che
il giorno seguente sarebbe stata la fine.
Un odio profondo verso tutto ciò che era vivo. L’odore,
il sapore del sangue mi prendeva e non mi fermavo più,
ero stato messo da parte da un essere che andava oltre
la mia immaginazione. Tutto era diventato confusione,
caos nel mio cervello, un esplosione che aveva ridotto
la materia grigia, in una miriade di brandelli di carne,
calda e tumefatta, un’infezione che mi stava rovinando
e macerando lentamente dall’interno.
Un macigno gravava sul mio petto: Possibile che tutto
sia stato solo un sogno? un´allucinazione, uno squasso
talmente tremendo nella mia mente da farmi immaginare
tutto?
Non riuscivo a darmi pace, col cuore gonfio di un dolore
che a fatica riuscivo a contenere, mi incamminai verso
un destino che non avevo scelto, da quell´essere
demoniaco che si era impadronito di me, come un
qualsiasi barattolo su di un qualsiasi scaffale di
supermercato, l´unica certezza che percepivo come vera
era che qualcosa ancora dovevo fare prima della fine.
Salii in macchina e guidai, finché non ebbi più la forza
di tenere gli occhi aperti, allora mi fermai, scesi ed
entrai in un bar ancora aperto sperando che un caffe´ mi
potesse tenere sveglio. Il locale era praticamente
deserto, solo un ombra in un angolo, all’inizio non ci
badai perso com´ero nei miei pensieri. Ma quando
quell´ombra si alzo´ vendendo alla luce, riuscii a
scorgere un volto, degli occhi, dei tratti famigliari,
quella creatura era fuori me, davanti ai miei occhi. Si
avvicino´ al bancone, si sedette al mio fianco. In
silenzio ascoltavo, il suo respiro pesante, il battito
lento del suo cuore. Con calma mi voltai verso di lei e
lei mi stava gia´ fissando, come se stesse aspettando un
mio cenno, una mia parola. Facendomi forza riuscii a
dire qualcosa che sembrava incomprensibile, senza senso,
quell´essere sembrava aver capito. Ci alzammo ed io la
seguii senza dire una parola. Poco a poco cominciavo a
sentirmi leggero, la calma avvolgeva il mio essere,
uscimmo fuori dal locale. Ci dirigemmo sulla soglia di
un precipizio li vicino. Continuai a seguirla, a tratti
delle voci nella mia testa mi salutavano, mi chiamavano
per nome. Nell’ istante stesso in cui molte delle mie
paure e delle mie angosce sembravano svanire come
polvere nell’immensità del deserto, persi l´equilibrio e
caddi giù. La velocità era tale, mentre cadevo nell´oscurita´
che il cuore sembrava bloccato, senza fiato arrancavo
per respirare, cominciai a perdere i sensi a poco a poco
sempre cosciente pero´ della terra che si avvicinava
rapidamente chilometro dopo chilometro, metro dopo
metro, risi in preda ad un folle delirio, gridai il più
forte possibile ma non sentii alcun suono, la vista
cominciava ad annebbiarsi, una lacrima scivolo´ via
lungo il viso asciugandosi prima ancora di staccarsi.
Provai una sensazione piacevole come di benessere la
mia mente si era totalmente dissociata dal corpo, fino a
quando non toccai il suolo ed fu il nulla e niente più.