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Biografia dell'autore

 

 

 

 

L'ultima notte di Texas Hold'em

di

Antonio Liccardo

 

 

Tap, tap, tap.

Qualcuno tamburellava le dita sul tavolo. Nient’altro, se non si contava uno sfrigolare irregolare da qualche parte, più una nenia impercettibile in sottofondo lì accanto.

Dalle finestre una luna rossastra illuminava malamente la stanza: ogni liquido nelle bottiglie e negli shotglass subiva una colorazione sanguigna.

Tap, tap, tap.

Nuvole grasse e goffe trafficavano punti sempre più lontani del cielo livido che ruttava minaccioso.

Flash discontinui illuminavano diversi particolari: il cappello da cowboy del tizio al tavolo, testa china e labbra strette disegnate nel caos della barba incolta. Continuava a picchiettare.

Tap, tap, tap. Indice, medio, anulare.

Poi, il buio.

Una voce gorgogliava grottesca in una lingua strana, di lato.

Di fronte al cowboy, un'altra voce, gentile ma ambigua, chiese “Allora, direi di cominciare”. Un lampo guizzò nella stanza e gli rese visibile l'infinita ghirlanda di denti esageratamente aguzzi e perfettamente allineati.

Nuovamente tornò il buio.

Tap, tap, tap. Fu la risposta del mandriano.

Di fianco, si udì un latrato e parole senza senso masticate. Tutto intorno si sentì un crepitio come di carta sottile increspata che (ci fu un lampo) era dovuto alle ali di piccole, innumerevoli, fameliche bestie volanti dalle lunghe code a mo' di pungiglione di scorpione che nervose si riavvolgevano su se stesse e poi scioglievano, di continuo.

Ancora il buio.

La litania di fondo si fece più pronunciata, ogni tanto si distingueva la parola “amen”.

L'essere alla destra del cowboy (scoppiò un lampo) era una massa carnosa, più larga che lunga, con due braccia possenti e la testa incassata tra due informi spalle. Con una mano tratteneva un mazzetto di carte e con l'altra si apprestò a lanciarle.

La prima andò (ancora un lampo) al tipo dal ghigno diabolico, capelli corvini perfettamente incollati al cranio pallido, la sclera tutt'uno col nero pece della pupilla.

Tap, tap, tap.

Si alzò un coro di urla deliziate e al contempo disperate, gioiose di rabbia, cariche d'odio genuino.

Subito un altro lampo piombò nella camera e rivelò che in piedi facevano da perimetro decine e decine di uomini, altrettante donne, molte delle quali nude, occhi e bocche spalancati, bianchi come cenci, in parte imbrattati di sangue, alcuni indossavano vestiti eleganti, molti ciò che ne rimaneva.

Erano dappertutto, tranne che alle spalle del cowboy e (due lampi si susseguirono) dell'uomo in saio che quasi urlò la sua continua preghiera, per sovrastare quegli scalmanati: sembrava davvero molto giovane, palpebre serrate e mani intrecciate intorno a un rosario, parte del quale penzolava con un'argentea croce cristiana all'estremità. Era calmo, nonostante tutto.

Da fuori si sentì uno scroscio, senza preavviso; un tuono fece tremare il pavimento, ma nessuno ci fece caso.

Tre lampi: uno mostrò la carta volare verso il tipo col cappello, un altro la esibì scivolare sul legno del banco, all'ultimo la carta si ficcò sotto le tre dita che finirono di tamburellare.

Buio pesto.

Il ragazzo in abito talare sentiva un suono liquido, qualcosa di molle muoversi dalle parti del suo orecchio. Aprì gli occhi e vide a malapena in quella luce malata una delle donne nude battersi la lingua sulle labbra e toccarsi i capezzoli con foga.

“Inter incendia inferni, meretrix!” le urlò contro il piccolo in tunica, e richiuse gli occhi proseguendo nella liturgia lì dov'era stato interrotto.

La donna squittì e parve smettere.

Altre due carte furono distribuite; la folla si zittì.

Restarono il buio e il silenzio per un tempo che pareva interminabile. Solo la prece e il battito di ali e la debole luce rossa a illuminare tutto quanto. Il maltempo era quasi esaurito, i lampi erano bagliori più distanti.

"E così tu saresti il figlio indesiderato del diavolo?" chiese con tono velenosamente mellifluo quello coi denti a sciabola.

Il vaccaro non rispose, restò con la testa china, a coprirsi gran parte del volto col copricapo.

"Eppure il babbo non mi ha mai raccontato di un mio fratello bastardo" lo canzonò, e scoppiò in una risata folle. Il pubblico intero lo seguì: una risata che aveva in se puro divertimento misto ad un'autentica collera.

Il cowboy alzò la testa, fissò il suo avversario. Il suo sguardo era forse gentile, forse per niente. L'iride di un occhio era disgregata in mille sferette che roteavano come pianeti azzurri intorno a una fissa pupilla oblunga. "Tutto", il cowboy fu lapidario.

Il baccano finì di scatto.

"Tutto? Mi sa che non ricordi bene il premio in palio".

"Lo ricordo: torni all'inferno".

"Se dovessi vincere tu. Ma se perdi guarda che la tua anima me la succhio come una succosa e tenera lumaca dal guscio". E giù risate.

La platea fece lo stesso, ma fu interrotta dal secco "Aspetto te" del bovaro, che spostò i suoi gettoni al centro del tavolo.

"Che insolente, lo sentite? Aspetta me!" il dentone si girava verso gli spettatori con boria, poi tornò serio e gettò con altrettanto disprezzo le sue fiches nel piatto.

Il groviglio di carne con le carte in mano si espresse nella sua parlata, tra sbuffi e grugniti.

"Dopo di te" indicò con una mano sottile dalle unghia arcuate e scure l'uomo pallido.

Il cowboy girò le sue carte. Donna di picche, donna di quadri.

"Non abbiamo ancora cominciato" affermò stizzito il suo avversario. Girò altrettanto le sue. Asso di picche, re di picche.

In molti tra gli astanti soffiarono piccati, qualcuno ringhiava.

L'enorme mazziere scartò la prima carta, e pescò le successive tre: prima un fante di picche, poi un fante di fiori, infine un re di fiori.

"Doppia coppia, signori!" iniziò a ripetere applaudendosi il giocatore con asso-re.

Il cowboy non si scompose, non guardava nemmeno le sue due donne. Il piccolo prete al suo fianco continuava a pregare, saldo, impassibile.

"Ma la mia è migliore della tua!" e continuò ad applaudire come fecero tutti gli altri attorno, con ammirazione e livore.

Una manciata di secondi dopo e ritornò la calma. Il giocatore dagli enormi occhi neri smaniava sul suo scranno, fece gesto al goffo croupier di proseguire. Così fu: eliminò la prima carta e poggiò quella buona sul tavolo a testa in su. Un asso di fiori.

Ci fu un boato peggiore dei tuoni di pochi minuti prima. Il tipo coi denti aguzzi batté di continuo i pugni sul tavolo, all'unisono al suono della frase "Doppia asso-cappa!".

Il cowboy rimase immobile. Il prelato era sempre assorto nella sua orazione.

"Ahhh, già ti immagino come mio poggiapiedi personale in omnia saecula saeculorum!".

Tutti lo acclamavano festosi, dannati.

"Vai, dai carte" comandò, fissando coi suoi occhi senza luce la sua doppia coppia di assi e re.

Il dealer ridacchiò sillabe confuse, poi scartò la carta di sopra e piazzò l'ultima da scoprire sul tavolo. Coperta.

Ormai lontani, i tuoni rimbombavano nella vallata. La luna sembrava lasciare una scia sul vetro delle finestre come una mano insanguinata.

Erano completamente presi dall'ultima carta, gli uomini e le donne senza più vita, i rapaci esseri alati, il giocatore dagli occhi esangui e il sorriso demoniaco, il giocatore col cappello da cowboy e l'occhio inusitato, persino il prete si mise a guardare, in silenzio.

Il mazziere piantò il dito tozzo sotto la carta coperta.

La scoprì.

Donna di cuori.

Il tizio con i denti affilati spostava lo sguardo dalla sua oramai inutile doppia coppia di assi e re al vincente full di donne con fanti del cowboy. Il sorriso gli cadde veloce come un sipario su una recitazione pessima. Sembrava in ansia.

La stanza si riempì di mormorii sempre più forti, cattivi, pericolosi.

L'uomo pallido digrignò infine i denti e urlò al cielo, saltò dallo sgabello e si involò con l'enorme paio d'ali membranose e pulsanti di vene ramificate su tutta la superficie che si aprirono alle sue spalle, stracciandogli i vestiti. Si tuffò a fauci spalancate verso il cowboy e il prete, il quale aprì la mano col rosario lasciando cadere un brillante proiettile in quella del cowboy che lo ficcò con il pollice nel tamburo della sua revolver e mirò in direzione del demone.

Lo scoppio fu così fragoroso che il rumore sgattaiolò dalle finestre aperte e si perse, riecheggiando per l'intera piana.

Il colpo fu così forte che il demone balzò all'indietro. Una volta a terra, si notò il foro di entrata del proiettile precisamente incastonato tra i due occhi spenti, che si chiusero.

Il pistolero si alzò dal seggio e sputò sul cadavere del demone.

Più che spaventato, il prete chiese "E con questi che facciamo?".

Tutte le anime perse e i volatili indemoniati li avevano accerchiati.

"Pensavo c-che morto il capo tutti gli altri scappavano via".

Si sentivano lingue schioccare, respiri affannati.

Il pistolero chiese "Sai usare questa?" e gli mostrò la revolver.

"N-no, sono un prete".

"E allora prega".

 Era ancora notte, sulla volta celeste spuntarono i primi astri. Il temporale era passato da un pezzo.

La luna pareva di esser stata lavata dall'acquazzone. Era più chiara.

La gola era deserta, sterpaglia dovunque e un solo cavallo legato all'ingresso dell'unica costruzione presente nel raggio di miglia e miglia.

Tutt'intorno, carrozze sfasciate e segni di zoccoli alla rinfusa.

Si aprì la porta. Ne uscì il giovane prete, quasi scappando. La tonaca e i capelli zuppi di sangue.

Quando si voltò, si bloccò e tenne lo sguardo fisso sul casolare.

Aveva in volto una innegabile sensazione di disgusto.

La porta si riaprì. Due pesanti stivali dalla punta d'acciaio insudiciati di frattaglie e brandelli di pelle lasciarono orme rosse a ogni passo.

"Dovevi proprio farlo?", urlò il prete.

"Se non gli porto la testa del demone, niente denari", rispose il pistolero. Alzò una mano con un sacco di iuta e un coltello gocciolante.

I due erano vicini. Nessuno disse una parola.

"Io non ho più una chiesa da curare", ruppe il silenzio.

Il cowboy si accosciò, si alzò la visiera e mostrò un abbozzo di sorriso e quel suo occhio strano, affascinante, dove i pezzi dell'iride galleggiavano come bolle nei pressi del taglio nero della pupilla. "Dalle mie parti uno come te potrebbe essere utile".

Il prete annuì e ricambiò il sorriso.

Il cavallo fu slacciato dalla staccionata: un enorme purosangue marrone con tre macchie bianche a forma di goccia sulla fronte. Era quieto, il pistolero gli accarezzava il muso.

Il prete cercava di saltare sul dorso, così il cowboy gli diede una spinta.

Una volta su, il giovane trovò il coraggio e chiese "Davvero eravate fratelli?".

Il cowboy montò anch'egli e rispose "Fratellastri, forse. Per sicurezza, non mi faccio domande".

"Ma se avessi perso la partita, come a tutti gli altri ti avrebbe strappato l'anima!"

Il cavaliere si piazzò meglio il copricapo. "Come si fa a perdere una cosa che non si ha più?". Scalciò il cavallo, che s'impennò e cominciò a correre verso l'orizzonte.

Si lasciarono alle spalle quella notte, quella valle e quel fabbricato sul quale campeggiava ancora il cartellone con la scritta L'ultima notte di Texas Hold'em - pronti a dare l'anima?.