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Biografia dell'autore

 

 

 

 

La bambina no

di

Patrizia Birtolo

 

 

 

 

Io vivo all’inferno.

L’inferno brucia, come questa strada polverosa e larga.

Vista dall’alto, la strada è una freccia di terra rossa che taglia prepotente il centro di Ciudad Juarez.

Da maggio a ottobre la freccia si arroventa.

La polvere entra nei nasi, in gola, nelle orecchie. Così si brucia, qui all’inferno.

Le gole bruciano e gli occhi bruciano e la carne brucia.

Forse, per il caldo la gente smarrisce la ragione.

Il padrone minaccia gli uomini, gli uomini picchiano le donne, le donne e gli uomini  picchiano i bambini, che picchiano i cani, che uggiolano macilenti sotto il sole.

Da ottobre a maggio, le piogge incessanti dilavano ogni cosa.

Battono ossessivamente le lamiere dei tetti di ogni tugurio aggrappato allo stradone.

Forse, per il rumore la gente impazzisce. Passa il tempo mettendosi le mani addosso.

I terratenientes minacciano gli uomini, gli uomini picchiano le donne, le donne e gli uomini  picchiano i bambini, che picchiano i cani, che uggiolano macilenti sotto l’acqua.

Il corso principale diventa un fiume. Il fiume vorrebbe scrollarsi di dosso le stamberghe e questa umanità squallida, formicolante e litigiosa. Si gonfia d’odio diventando grigio di fango e minaccioso di marciume. Sperando di trascinar via tutti.

Ma non me. Niente e nessuno mi può trascinare via.

Io sono potente.

La mia casa è quella con l’albero di acaju sul retro, nel cortile, e la porta dipinta di celeste pallido.

L’albero di acaju e la porta celeste pallido li ha anche qualcun altro.

Quindi, se non volete perder tempo, siate chiari. Chiedete della Curandera.

 

Se avete bisogno, non fatevi problemi, dite pure. Farò tutto ciò che posso.

Ho risolto molti casi con successo. Viene gente che ha lavoro per me anche dai villaggi intorno.

Una volta persino un tizio da Pastaza. Lo aiutai, andò tutto bene. Non era un caso complicato.

Ma ne ricordo uno, di caso. Uno difficile. Lo ricordo perché si ricorda sempre quando si perde.

Odio perdere.

Non fu colpa mia, davvero. Quella volta mi han cercato troppo tardi.

 

Quando Juan rimase vedovo, tutti si dissero: non durerà. Un uomo giovane e solo, per di più con una bimba piccola. In capo a un anno, massimo, ci si aspettava che ripigliasse moglie.

Io gli avrei detto: aspetta.

Lui quando rimase solo tornò a vedersi spesso con un suo vecchio amico, si conoscevano fin da ragazzi. Erano cresciuti insieme. Antonio, l’amico, aveva una sorella.

Una ragazza timida, silenziosa. Una brava ragazza. Giovanissima. Carina.

Meno di una stagione dopo Juan e questa giovane erano marito e moglie.

Juan non voleva o non sapeva o non poteva star da solo.

Questo però non c’entrava col fatto che amasse ancora la moglie che era morta.

In realtà non aveva dimenticato; non se ne era dato il tempo.

Aveva tenuto tutti i vestiti, e le cose di quella donna. Andava al cimitero tutti i giorni, portando la bambina. La bambina era piccola, Juan aveva paura che dimenticasse in fretta.

In più, la ragazza che aveva sposato era buona con lei, e gentile, la trattava come una vera figlia. Siccome la ragazza era bella e buona, la bambina era contenta.

Forse per questo prese a chiamarla “mamma”.

O forse perché Juan aveva preteso che la nuova moglie indossasse i vestiti dell’altra, la morta.

E pettinasse i capelli come lei. E gli cucinasse le stesse cose. (E lo amasse allo stesso modo).

Forse, per tutte quelle ragioni, alla bambina sembrava di stare davvero con la propria mamma. Sapevo che prima o poi sarebbe successo qualcosa, che sarebbe andata male.

 Casualmente  - io non esco molto - avevo incrociato la ragazza ogni tanto, nel villaggio.

La prima volta che la vidi, ancora prima che si avvicinasse avevo cominciato a sentire gli Tséntsak fischiare e sibilare intorno come piccole frecce.

Quando gli spiriti ausiliari si svegliano, li sento.

E poi la vidi.

All’inizio credevo fosse un miraggio dato dalla calura e dall’aguardiente. Io non bevo, ma a volte, per officiare un rito, mi occorre… Lasciamo perdere. A ogni modo non c’entrava il liquore.

Era una visione.

Su dallo stradone polveroso si avvicinavano, stagliandosi sempre più grandi e distinte, le figure della ragazza e della bambina. La piccola indossava un vestitino grazioso, rosa, senza maniche. Ben curata: vestito e faccia erano puliti, diversamente da tutti gli altri mocciosi del paese. La bambina sorrideva per mano alla ragazza, stavano tornando dal mercato con una sporta piena di acquisti, sembravano un po’ stanche ma felici.

Un’altra donna camminava al loro fianco, tenendo l’altra mano della bambina.

Sembrava l’immagine speculare della ragazza, pareva ci fosse una parete di specchio in mezzo alla strada per tutta la lunghezza.

Ma l’immagine della bambina non si rifletteva, mentre quella della ragazza sì.

Chiusi gli occhi, li riaprii. L’immagine era sparita.

Quando camminando a passi lenti – ma io vado ancora più piano - arrivarono all’altezza del punto dove stavo, la ragazza alzò lo sguardo. Accennò un timido sorriso di saluto, venato di una certa affettuosa soggezione.

Povera figliola.

La bambina non mi guardò, si stava rimirando la punta consumata delle scarpette rosa e saltellava sollevando polvere.

Povera bambina.

Non si fermarono, e non le fermai, ma sentivo le frecce, era un sibilo continuo nelle orecchie.

Forse avrei dovuto parlare.

Non so perché non lo feci.

 Quella notte prima di addormentarmi lasciai un bicchier d’acqua accanto al letto.

Se voleva, poteva venire a trovarmi in sogno.

La morta non se lo fece dir due volte.

Eravamo io e lei, nel sogno. Aveva voluto incontrarmi al limitare della selva. Mi guardava con occhi umidi e accesi. Mi disse che non avrebbe voluto morire, ma che così era scritto. Non aveva potuto opporsi.

Non aveva potuto opporsi neppure al fatto che il marito prendesse un’altra moglie, che vivessero nella casa dove un tempo era lei, la padrona. Disse:

Si è presa il mio posto nel mondo: il mio uomo, la mia casa, i miei vestiti, ogni cosa.

Ma la bambina no.

La mia bambina ora la chiama mamma, e non mi pensa più.

L’amore di mia figlia, il frutto del mio ventre, non glielo lascio.

È giovane, si faccia dei figli suoi.

Voglio riprendermi ciò che è mio.

Mia figlia mi appartiene.

Tu non mi fermerai.

 Mi svegliai con la sensazione di essere ancora più vecchia e più stanca di quanto mi fossi mai sentita.

 Accadde meno di un mese dopo.

Una notte la sentirono strillare “Mamma mamma cosa fai? Mamma lasciami!”

Juan tornava sempre tardi dal turno di guardia, furono i vicini ad avvisarlo delle urla.

Juan trovò la giovane moglie vicino al letto della piccola. Le teneva una pezzuola bagnata sulla fronte perché aveva la febbre alta e delirava. La ragazza era molto preoccupata.

Anche Juan quando vide le condizioni della bambina cominciò a preoccuparsi.

Il giorno dopo la febbre era cessata, ma la bambina non mangiava.

Le prepararono le cose più buone, la tentarono con ogni leccornia si potessero permettere.

Lo stomaco non tratteneva nulla. La bambina aveva perso l’appetito. Deperiva.

Juan andò in città e tornò con un aggeggio, serviva per frullare frutta e cibo. Poi cercarono di far mangiare la piccola, ma quella rigettava tutto.

Dopo tre giorni così, la portarono in ospedale.

Alcuni avevano detto di portarla da me, ma Juan non crede in queste cose.

Lui voleva l’ospedale.

L’ospedale!

Mi sarei messa a ridergli in faccia, se non ci fosse stata di mezzo una bimba innocente, di cinque anni.

All’ospedale non poterono far nulla.

A un certo punto la bambina si mise a dire di continuo: voglio tornare a casa, voglio tornare a casa.

Juan si riprese la figlia e la riportò a casa, disperato.

Tanto, anche in ospedale la bambina non faceva che peggiorare e peggiorare.

Prima di tornare a casa venne da me, con la bambina incosciente tra le braccia.

Mi faceva pena, è chiaro.

Diedi un’occhiata alla bambina, più per accontentare lui che per altro.

Non c’era nessun bisogno di studiare la situazione. Anche un iniziato senza alcuna pratica avrebbe capito subito che c’era un’intrusione troppo profonda in quell’organo.

Nemmeno uno sciamano avrebbe potuto sciogliere la cosa. E in ogni caso sarebbe stato necessario un rito assai potente per liberare la bambina. Viste le condizioni in cui versava, il rituale avrebbe persino potuto ucciderla ancor prima della “malattia”.

L’idea di Juan, invece, l’idea che era stata messa in testa a Juan, era che la nuova moglie avesse fatto del male alla sua bambina, per gelosia, una cosa così.

Gli dissi: Juan, non essere cieco.

È lei che rivuole sua figlia. Non capisci?

Forse, se tu allontani l’altra, lo spirito si placherà. La bambina tornerà a star bene.

Ma non puoi vivere con l’altra e soprattutto non può starci insieme tua figlia.

La morta non lo sopporta.

Lui mi guardò stravolto.

Mi disse che ero pazza, e con la bambina in braccio, la testolina che ciondolava inerte, corse fuori dalla mia casa.

Adagiò la bimba sul sedile della sua macchina sgangherata, si mise al volante e filò via.

Quella sera la bambina si spense, mi dissero poi.

Lui impazzito per la disperazione diede la colpa alla seconda moglie, e la scacciò.

Così perse in una volta tutte e due.

Se mi avesse dato ascolto, forse avrebbe ancora almeno la bambina.

Ora è rimasto solo. Lo vedo passare tutti i giorni, lo seguo con lo sguardo dalla finestra, quella che si affaccia sei mesi sulla strada infuocata, sei mesi sul fiume di fango.

Juan vaga per questo inferno con lo sguardo spento.

Barcolla diretto verso il cimitero con un mazzo di fiori in ogni mano.