Io
vivo all’inferno.
L’inferno brucia, come questa strada polverosa e larga.
Vista dall’alto, la strada è una freccia di terra rossa
che taglia prepotente il centro di Ciudad Juarez.
Da
maggio a ottobre la freccia si arroventa.
La
polvere entra nei nasi, in gola, nelle orecchie. Così si
brucia, qui all’inferno.
Le
gole bruciano e gli occhi bruciano e la carne brucia.
Forse, per il caldo la gente smarrisce la ragione.
Il
padrone minaccia gli uomini, gli uomini picchiano le
donne, le donne e gli uomini picchiano i bambini, che
picchiano i cani, che uggiolano macilenti sotto il sole.
Da
ottobre a maggio, le piogge incessanti dilavano ogni
cosa.
Battono ossessivamente le lamiere dei tetti di ogni
tugurio aggrappato allo stradone.
Forse, per il rumore la gente impazzisce. Passa il tempo
mettendosi le mani addosso.
I
terratenientes minacciano gli uomini, gli uomini
picchiano le donne, le donne e gli uomini picchiano i
bambini, che picchiano i cani, che uggiolano macilenti
sotto l’acqua.
Il
corso principale diventa un fiume. Il fiume vorrebbe
scrollarsi di dosso le stamberghe e questa umanità
squallida, formicolante e litigiosa. Si gonfia d’odio
diventando grigio di fango e minaccioso di marciume.
Sperando di trascinar via tutti.
Ma
non me. Niente e nessuno mi può trascinare via.
Io
sono potente.
La
mia casa è quella con l’albero di acaju sul retro, nel
cortile, e la porta dipinta di celeste pallido.
L’albero di acaju e la porta celeste pallido li ha anche
qualcun altro.
Quindi, se non volete perder tempo, siate chiari.
Chiedete della Curandera.
Se
avete bisogno, non fatevi problemi, dite pure. Farò
tutto ciò che posso.
Ho
risolto molti casi con successo. Viene gente che ha
lavoro per me anche dai villaggi intorno.
Una volta persino un tizio da Pastaza. Lo aiutai, andò
tutto bene. Non era un caso complicato.
Ma
ne ricordo uno, di caso. Uno difficile. Lo ricordo
perché si ricorda sempre quando si perde.
Odio perdere.
Non fu colpa mia, davvero. Quella volta mi han cercato
troppo tardi.
Quando Juan rimase vedovo, tutti si dissero: non durerà.
Un uomo giovane e solo, per di più con una bimba
piccola. In capo a un anno, massimo, ci si aspettava che
ripigliasse moglie.
Io
gli avrei detto: aspetta.
Lui quando rimase solo tornò a vedersi spesso con un suo
vecchio amico, si conoscevano fin da ragazzi. Erano
cresciuti insieme. Antonio, l’amico, aveva una sorella.
Una ragazza timida, silenziosa. Una brava ragazza.
Giovanissima. Carina.
Meno di una stagione dopo Juan e questa giovane erano
marito e moglie.
Juan non voleva o non sapeva o non poteva star da
solo.
Questo però non c’entrava col fatto che amasse ancora la
moglie che era morta.
In
realtà non aveva dimenticato; non se ne era dato il
tempo.
Aveva tenuto tutti i vestiti, e le cose di quella donna.
Andava al cimitero tutti i giorni, portando la bambina.
La bambina era piccola, Juan aveva paura che
dimenticasse in fretta.
In
più, la ragazza che aveva sposato era buona con lei, e
gentile, la trattava come una vera figlia. Siccome la
ragazza era bella e buona, la bambina era contenta.
Forse per questo prese a chiamarla “mamma”.
O
forse perché Juan aveva preteso che la nuova moglie
indossasse i vestiti dell’altra, la morta.
E
pettinasse i capelli come lei. E gli cucinasse le stesse
cose. (E lo amasse allo stesso modo).
Forse, per tutte quelle ragioni, alla bambina sembrava
di stare davvero con la propria mamma. Sapevo che prima
o poi sarebbe successo qualcosa, che sarebbe andata
male.
Casualmente - io non esco molto - avevo incrociato la
ragazza ogni tanto, nel villaggio.
La prima volta che la vidi, ancora
prima che si avvicinasse avevo cominciato a sentire gli
Tséntsak fischiare e sibilare intorno come piccole
frecce.
Quando gli spiriti ausiliari si svegliano, li sento.
E poi la vidi.
All’inizio credevo fosse un miraggio dato dalla calura e
dall’aguardiente. Io non bevo, ma a volte, per officiare
un rito, mi occorre… Lasciamo perdere. A ogni modo non
c’entrava il liquore.
Era una visione.
Su dallo stradone polveroso si avvicinavano,
stagliandosi sempre più grandi e distinte, le figure
della ragazza e della bambina. La piccola indossava un
vestitino grazioso, rosa, senza maniche. Ben curata:
vestito e faccia erano puliti, diversamente da tutti gli
altri mocciosi del paese. La bambina sorrideva per mano
alla ragazza, stavano tornando dal mercato con una
sporta piena di acquisti, sembravano un po’ stanche ma
felici.
Un’altra donna camminava al loro fianco, tenendo l’altra
mano della bambina.
Sembrava l’immagine speculare della ragazza, pareva ci
fosse una parete di specchio in mezzo alla strada per
tutta la lunghezza.
Ma l’immagine della bambina non si rifletteva, mentre
quella della ragazza sì.
Chiusi gli occhi, li riaprii. L’immagine era sparita.
Quando camminando a passi lenti – ma io vado ancora più
piano - arrivarono all’altezza del punto dove stavo, la
ragazza alzò lo sguardo. Accennò un timido sorriso di
saluto, venato di una certa affettuosa soggezione.
Povera figliola.
La bambina non mi guardò, si stava rimirando la punta
consumata delle scarpette rosa e saltellava sollevando
polvere.
Povera bambina.
Non si fermarono, e non le fermai, ma sentivo le frecce,
era un sibilo continuo nelle orecchie.
Forse avrei dovuto parlare.
Non so perché non lo feci.
Quella notte prima di addormentarmi lasciai un bicchier
d’acqua accanto al letto.
Se voleva, poteva venire a trovarmi in sogno.
La morta non se lo fece dir due volte.
Eravamo io e lei, nel sogno. Aveva voluto incontrarmi al
limitare della selva. Mi guardava con occhi umidi e
accesi. Mi disse che non avrebbe voluto morire, ma che
così era scritto. Non aveva potuto opporsi.
Non aveva potuto opporsi neppure al fatto che il marito
prendesse un’altra moglie, che vivessero nella casa dove
un tempo era lei, la padrona. Disse:
Si è presa il mio posto nel mondo: il mio uomo, la mia
casa, i miei vestiti, ogni cosa.
Ma la bambina no.
La mia bambina ora la chiama mamma, e non mi pensa più.
L’amore di mia figlia, il frutto del mio ventre, non
glielo lascio.
È giovane, si faccia dei figli suoi.
Voglio riprendermi ciò che è mio.
Mia figlia mi appartiene.
Tu
non mi fermerai.
Mi
svegliai con la sensazione di essere ancora più vecchia
e più stanca di quanto mi fossi mai sentita.
Accadde meno di un mese dopo.
Una notte la sentirono strillare “Mamma mamma cosa fai?
Mamma lasciami!”
Juan tornava sempre tardi dal turno di guardia, furono i
vicini ad avvisarlo delle urla.
Juan trovò la giovane moglie vicino al letto della
piccola. Le teneva una pezzuola bagnata sulla fronte
perché aveva la febbre alta e delirava. La ragazza era
molto preoccupata.
Anche Juan quando vide le condizioni della bambina
cominciò a preoccuparsi.
Il
giorno dopo la febbre era cessata, ma la bambina non
mangiava.
Le
prepararono le cose più buone, la tentarono con ogni
leccornia si potessero permettere.
Lo
stomaco non tratteneva nulla. La bambina aveva perso
l’appetito. Deperiva.
Juan andò in città e tornò con un aggeggio, serviva per
frullare frutta e cibo. Poi cercarono di far mangiare la
piccola, ma quella rigettava tutto.
Dopo tre giorni così, la portarono in ospedale.
Alcuni avevano detto di portarla da me, ma Juan non
crede in queste cose.
Lui voleva l’ospedale.
L’ospedale!
Mi
sarei messa a ridergli in faccia, se non ci fosse stata
di mezzo una bimba innocente, di cinque anni.
All’ospedale non poterono far nulla.
A
un certo punto la bambina si mise a dire di continuo:
voglio tornare a casa, voglio tornare a casa.
Juan si riprese la figlia e la riportò a casa,
disperato.
Tanto, anche in ospedale la bambina non faceva che
peggiorare e peggiorare.
Prima di tornare a casa venne da me, con la bambina
incosciente tra le braccia.
Mi
faceva pena, è chiaro.
Diedi un’occhiata alla bambina, più per accontentare lui
che per altro.
Non c’era nessun bisogno di studiare la situazione.
Anche un iniziato senza alcuna pratica avrebbe capito
subito che c’era un’intrusione troppo profonda in
quell’organo.
Nemmeno uno sciamano avrebbe potuto sciogliere la cosa.
E in ogni caso sarebbe stato necessario un rito assai
potente per liberare la bambina. Viste le condizioni in
cui versava, il rituale avrebbe persino potuto ucciderla
ancor prima della “malattia”.
L’idea di Juan, invece, l’idea che era stata messa in
testa a Juan, era che la nuova moglie avesse fatto
del male alla sua bambina, per gelosia, una cosa così.
Gli dissi: Juan, non essere cieco.
È
lei che rivuole sua figlia. Non capisci?
Forse, se tu allontani l’altra, lo spirito si placherà.
La bambina tornerà a star bene.
Ma
non puoi vivere con l’altra e soprattutto non può starci
insieme tua figlia.
La
morta non lo sopporta.
Lui mi guardò stravolto.
Mi
disse che ero pazza, e con la bambina in braccio, la
testolina che ciondolava inerte, corse fuori dalla mia
casa.
Adagiò la bimba sul sedile della sua macchina
sgangherata, si mise al volante e filò via.
Quella sera la bambina si spense, mi dissero poi.
Lui impazzito per la disperazione diede la colpa alla
seconda moglie, e la scacciò.
Così perse in una volta tutte e due.
Se
mi avesse dato ascolto, forse avrebbe ancora almeno la
bambina.
Ora è rimasto solo. Lo vedo passare tutti i giorni, lo
seguo con lo sguardo dalla finestra, quella che si
affaccia sei mesi sulla strada infuocata, sei mesi sul
fiume di fango.
Juan vaga per questo inferno con lo sguardo spento.
Barcolla diretto verso il cimitero con un mazzo di fiori
in ogni mano.