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Biografia dell'autore

 

 

 

 

La casa sull'argine

 di

Paolo Bartolozzi

 

 

Continuai a fissare la lapide, sempre più incredulo, mentre l’occhio passava dalle foto alla data della morte come la pallina di un macabro flipper. I volti nei piccoli ovali di ceramica erano sicuramente i loro e a togliere ogni dubbio erano anche quei due nomi così rari e d’altri tempi, Santina e Domenica.  D’altri tempi come la scritta: “Travolte dalle irruenti acque del canale in piena, nel vano e disperato tentativo di salvarsi trovarono la fine in un ultimo tragico abbraccio”. Ma l’anno della morte, il 1924, era a dir poco inquietante, per due donne che avevo visto e conosciuto non più tardi di una settimana prima.

 Era stato la domenica precedente, la penultima del novembre 1977, e stavo tornando da una licenza alla caserma Cavalli di Novara sulla mia 500 L color aragosta. Era una di quelle notti di novembre dove la nebbia era talmente fitta che della striscia di mezzeria se ne poteva distinguere a mala pena un segmento per volta e l’umidità talmente elevata che viaggiando si doveva azionare il tergicristallo. Ma in quella strada che scorreva tra le risaie la carreggiata era talmente stretta che le strisce non erano neppure disegnate. E ai lati della stretta e dritta strada si aprivano i fossati piene d’acqua per le recenti piogge pronti a ingoiare chiunque per errore si fosse discostato dalla striscia d’asfalto.

Era proprio in una di quelle numerose stradine a reticolo percorse solo dai contadini delle cascine che mi ero andato a cacciare quando avevo lasciato la provinciale. La nebbia era così fitta che probabilmente avevo preso una delle stradine laterali a cui di giorno non avevo mai fatto caso e che per un certo tratto corrono di fianco alla statale salvo poi abbandonarla per andarsi a insinuare nella campagna del vercellese. Da li poi era stato impossibile invertire la marcia per non andare a finire in uno di quei fossati ed ogni tentativo di rimediare prendendo deviazioni che sembravano poter riportare indietro avevano sortito lo stesso effetto dei tentativi della mosca che una volta invischiata nella tela si agita e si muove e finisce per avvilupparsi sempre più nei fili tesi dal ragno.

 Senza alcun preavviso l’auto cominciò prima a singhiozzare  per poi spengersi dopo qualche metro priva di benzina. Provai a riaccendere il motore ma inutilmente.  Sapevo di non avere molto carburante ma sapevo anche di aver ancora meno soldi per potercene mettere prima del giorno successivo, quello di paga. Guardai sconsolato la lancetta del serbatoio quasi a convincerla che non era ancora arrivata allo zero totale. Provai a riaccendere il motore e per un nanosecondo mi dette anche l’impressione di farcela, probabilmente per l’effetto della poca  benzina che era restata nei tubi, ma poi ogni tentativo fu vano. Detti un pugno sul volante maledicendo la mia dabbenaggine, poi scesi e spinsi l’auto ai bordi della strada.

 Fortunatamente mi ero fermato proprio prima di un ponte sul canale Cavour e di lato c’era un terrapieno nel quale lascia la macchina. La chiusi e mi guardai intorno. La visibilità non superava i dieci metri.

 Decisi allora di andare in cerca di aiuto e di percorrere lo stretto sentiero che scorreva sull’argine del canale e mi incamminai. Dopo qualche metro inciampai in due lattine di birra che qualcuno aveva abbandonato e ne scalciai una che, cadendo, andò a posarsi proprio sulla cima di un ramo di un cespuglio lì vicino. Percorsi duecento metri, ero sul punto di tornare indietro deluso quando scorsi una luce di una casa che distava non più di una ventina di metri dal canale. Mi avvicinai. Era una casetta molto piccola simile a quelle dei casellanti dei treni ma a due piani e con un minuscolo giardino così ben tenuto, che mi fece sperare fosse abitata. Bussai e dopo qualche secondo una signora di circa cinquant’anni con i capelli grigi raccolti all’indietro ed un viso senza trucco mi chiese con una voce gentile e per niente stupita dal vedermi lì e a quell’ora:

“ Buonasera. Si è perduto, vero?”

“ Sì, cioè no,” risposi io molto più sorpreso di lei,” sono rimasto senza benzina sulla strada per Novara. Mi chiedevo se ne avesse un po’ da prestarmi per arrivare almeno fino alla caserma.”

“Intanto si accomodi.” Aggiunse sempre con quel fare gentile.

Entrai nella stanza che di fatto, a parte una rampa di scale che portava al piano superiore, rappresentava l’intera superficie dell’alloggio. Pur se piccola era molto ben tenuta, con decorazioni e fiori ad ogni angolo. Stavo per dire qualcosa quando dalle scale scese un’altra donna, appena poco più anziana della prima. L’altra che nel frattempo aveva chiuso la porta dietro di me approfittò per fare le presentazioni:

“Io sono Domenica e questa è mia sorella Santina.”

“ Io mi chiamo Andrea,” e quasi sentendomi di dover giustificare la divisa aggiunsi:

“ Sto facendo il servizio militare a Novara. Sono in licenza fino a mezzanotte e se non rientro prima di quell’ora tre giorni di cippierre non me li toglie nessuno.”

“ Andrea è rimasto senza benzina e ci chiedeva se possiamo dargliene un po’. “ Disse Domenica rivolgendosi alla sorella, poi verso di me:

“ Il problema è che non possediamo un’auto, qui non serve.”

“ Possiamo dargli la benzina del tosaerba.”Disse la sorella. “ Penso che ne  dovremmo avere ancora un po’ di scorta in una tanica.”

Feci un sospiro di sollievo. La situazione che stava per divenire quasi “drammatica” stava per risolversi nel migliore dei modi.

La donna più giovane, Domenica, uscì da una porticina per andare a prendere la tanica. Osservai con più attenzione la sorella. Anche lei portava i capelli nello stesso modo, raccolti all’indietro, e forse questo le faceva apparire entrambe più vecchie. Non si somigliavano molto ma erano molto simili nei modi di fare. Molto pacate, per niente intimorite di trovarsi da sole con un uomo in una cascina lontano dal mondo. Mi venne in mente che potevano non essere sole anche se la casetta non mi sembrava adatta a ospitare più di due persone Non mi sembrò il caso di chiederlo ma mi bastò dare uno sguardo alla tavola, apparecchiata solo per due, per esserne certo. Domenica rientrò portando trionfante una tanica riempita per meno di un quinto. Santina, che nel frattempo aveva notato che avevo fatto caso alla tavola, colse l’occasione:

 “ Se non ha ancora mangiato può unirsi a noi, stavamo appunto per cominciare. Se si accontenta di quello che abbiamo si può accomodare.”

Non me lo feci ripetere due volte. Anche se fossi riuscito a tornare in caserma a quell’ora la mensa era chiusa da un pezzo.

“ Grazie, accetto volentieri.”

 Le due sorelle erano così ospitali e così serene che tutta l’arrabbiatura per la piccola disavventura che avevo avuto svanirono e mi lasciai coinvolgere da quell’ambiente caldo e accogliente.

Mangiammo e chiacchierammo come vecchi amici. Alla fine bevemmo anche un paio di bicchieri di marsala fino a vuotare la bottiglia che aveva una buffa etichetta con il volto sorridente di una bambina mulatta. Erano quasi le dieci e mezzo quando mi alzai dicendo che dovevo proprio andare. Santina prese la tanica di benzina. C’era poco meno di un litro di carburante ma più che sufficiente per la mia 500 per arrivare fino alla caserma. Con un imbuto travasammo il contenuto della tanica nella  bottiglia vuota di marsala che ci eravamo appena finiti di scolare e, anche se a malincuore, ringraziando me ne andai lasciandomi alle spalle il sorriso e la gentilezza delle due donne.

Giunto alla macchina versai il carburante nel serbatoio e misi la bottiglia vuota sul sedile di dietro in attesa di gettarla via quando fossi arrivato alla caserma. Provai a mettere in moto e dopo qualche tentativo, appena la benzina arrivò al carburatore, finalmente la 500 si mise di nuovo in moto e partì.

 Nei giorni seguenti, come sempre accadeva al ritorno da una licenza, mi toccarono i turni più scomodi  e duri  e non riuscì a mettere il naso fuori della caserma se non per poche ore. Fino a quella domenica quando la libera uscita fu data a mezzogiorno e ne volli approfittare per andare a salutare quelle due donne alle quali non avevo smesso di pensare tanto era stata rara e cordiale la loro accoglienza. Rifeci la strada che avevo percorso quella sera. Arrivai al ponte sul canale Cavour e fermai la 500 sul lato opposto rispetto a dove l’avevo lasciata la settimana precedente. Mi guardai intorno e mi resi conto di quanto ero stato fortunato quella sera. Infatti non si vedevano altre case a perdita d’occhio. Salì sull’argine e mi avviai lungo il sentiero. Inciampai nella solita lattina di birra  e sorridendo cercai con gli occhi per vedere l’altra lattina che continuava a troneggiare sull’arbusto dove l’avevo tirata sette giorni prima. Percorsi duecento metri e, quando arrivai all’altezza della casa, rimasi impietrito. La casetta sembrava essere lì dove l’avevo lasciata ma ora, di fronte a me, si parava praticamente un rudere, chiaramente abbandonato da anni. Senza porte ne finestre con il tetto caduto all’interno dove dominavano pruni e sterpaglie che riempivano anche il giardinetto che avevo lasciato così ben tenuto. Pensai che avevo sbagliato casa ma guardando in giro era evidente che non ce n’era nessun’altra nel raggio di chilometri. Forse avevo sbagliato addirittura il sentiero ma le lattine di birra, ed in particolare quella adagiata sull’arbusto, erano lì a dirmi che la strada era proprio quella.

 Conclusi che avevo confuso il ponte sul canale e di conseguenza anche il sentiero sul quale, per una straordinaria coincidenza, avevo trovato le stesse lattine di birra nella stesa posizione. Per quanto inverosimile, essendo quella l’unica spiegazione possibile, decisi di tornare alla macchina per cercare il ponte giusto, quando vidi quella lapide che non avevo notato fino ad allora. Era una lapide di marmo vecchia e coperta di muffa ma le foto e le scritte si leggevano ancora nitide. E quei nomi erano li a dirmi che tutto era vero, il ponte, il sentiero, la casa e tutto il resto. Ma come era possibile che due donne che avevo visto e con le quali avevo parlato fossero morte mezzo secolo prima? Ero confuso ma deciso a trovare una ragione di quel mistero. Ma l’unica  spiegazione che riuscii a darmi era che quella sera non avevo affatto terminato la benzina ma, colto dal sonno, avevo fermato l’auto prima di quel ponte. Poi per chissà quale ragione avevo percorso il sentiero fino ad imbattermi nella lapide dove avevo letto i nomi e visto le foto di quelle donne. Poi, sempre in preda a qualcosa di simile a un episodio di sonnambulismo, ero tornato alla macchina e avevo percorso i pochi chilometri che mi separavano dalla caserma dove finalmente ero andato a letto e avevo sognato tutta quella scena in cui erano comparse le due sorelle. Tutto sembrava assolutamente inverosimile ma era l’unica possibilità razionale esistente.

 Ancora più confuso e quasi in trance tornai alla macchina. Misi in moto e mi diressi verso Novara. Arrivato nella via, presso la caserma,  dove abitualmente lasciavo l’auto, parcheggiai e, mentre mi voltai per fare manovra, lo sguardo mi cadde sulla bottiglia di marsala adagiata sul sedile posteriore, sulla cui etichetta  sorrideva il volto di una bambina mulatta.

 

 FINE