La
Luce del Giorno che Muore
Di
Eugenio Barone
Quel 31 Ottobre, come tutti i fine settimana e le feste
comandate, Daniel H. Brower lasciava la cittá per
recarsi a Foligno dalla sua fidanzata, studentessa di
Lingue a Perugia. Partiva da Roma Termini con il
regionale delle 18:28. Ma quello non fu un viaggio
qualsiasi, almeno così la sua fidanzata lo ritenne e lo
raccontó ai giornali con straordinaria luciditá, anche
circa particolari che non poteva conoscere. Parlava,
come se ogni volta vivesse ció che descriveva.
Allora se ne chiaccheró molto ma ora tutti si occupano
di altre mostruositá, per questo ho deciso di
rinfrescarvi la memoria: perchè certe cose è bene
tenerle a mente, perchè certe canzoni andrebbero cantate
all’ infinito.
Dall’ entrata laterale della stazione, quella che da su
Via Marsala, riesce ancora ad entrare la luce tagliando
in due la folla: da una parte quelli che si accalcano
alle macchinette dei biglietti e agli sportelli, ancora
ben distinguibili tra il sole rosso che scende e l’
eccitamento di procurarsi il diritto a partire; e dall’
altra quelli che possono giá andarsene. Tra questi c’è
Daniel, anche lui ha giá pagato. Cammina, la gente gli
gira attorno, e lui va tra maschere raccapriccianti,
impiegati, mendicanti, ragazzini e preti e turisti.
Perchè la gente se ne va
da un posto all’ altro?
Chi
grida, chi spinge. Una, incrociandolo, gli offre delle
caramelle e della cioccolata, strega per pubblicitá:
cappello a punta e gonna quasi corta. Gli sorride. Anche
lui sorride a quelle labbra viola aperte, sinuose,
carnose. Lei prosegue, lui si gira, anche lei. Ancora
uno sguardo a quelle labbra, un sorriso ancora. E un
pensiero. Ora prosegue verso il suo binario, tra la
folla, come uno qualsiasi in un giorno qualsiasi di un
posto qualsiasi.
La
guarda. Non puó fare altro, ipnotizzato. Impalato
davanti a quella tela. Sa di averla giá incontrata
quella Madonna non bionda. È un’ immagine del tempo in
cui era bambino, a casa dei suoi vicini italiani e
cattolici. Era rassicurante, allora. Ma adesso il viso
si deforma, si scioglie, la bocca si stropiccia e le
mani lunghe escono dalla tela. Lo afferranno, no: è lui
che si lascia afferrare. Non puó andarsene, lo spingono
giú. Grida, ma non emette nessun suono. Si sente sudare.
Non respira. Bagnato chiude gli occhi, ma puó ancora
pensare di riuscire a riaprirli in tempo. ‘’Posso
controllarli. I miei incubi mi appartengono, sono miei.
Io sono mio’’, se lo dice ancora una volta. Poi un
vuoto veloce e improvviso qui, alla bocca dello stomaco.
Finalmente riapre gli occhi, e d’ istinto guarda fuori
dal finestrino. Le tante linee del verde scuro della
sera che si sciolgono nel marrone delle campagne: la
velocitá del treno che lo sta portando dove deve andare.
Stava pensando all’ incubo che aveva avuto la notte
prima; questo era stato il piú duro da controllare sin
dai primi tentativi che si era autoimposto anni fa per
combattere le sue notti orrende. Imboccano un tunnel, e
ora dal finestrino gli arriva il riflesso del suo volto
come invecchiato, pallido, e con delle goccioline sulla
fronte che lo imbarazzano. Si accorge di una testa
bionda che lo fissa. È su una maglietta rossa, al sedile
opposto, trasandata e leggera per la fine di Ottobre.
Lui adesso si gira.
E mi
sai dire quando dura un attimo?
Ci
sono volte in cui la lancetta dei secondi fa un solo
scatto, ma ci sono occhi in grado di amplificare quel
momento, di fermarti in arie di voluttuose sospensioni:
scuri, stranamente scuri, su quel viso delicato.
Leggermente socchiusi. Su quel corpo. Si guardano solo
il tempo di un sorriso educato, forse. Ma ci sono occhi
in grado di farti credere mille sofferenze là dietro, e
mille forze che vorresti fossero tue, fosse anche solo
per lo spazio di tempo in cui la lancetta dei secondi fa
uno scatto.
‘’Buonasera, biglietti prego’’, guarda che sbadato. Non
ha controllato il biglietto nè a me nè a lei, pensa lui.
Lei chiude completamente gli occhi, e appoggia la testa
al sedile, come per addormentarsi. Ma tiene su il
sorriso. Non sono che a metá del viaggio, e lui cerca di
seguire il suo esempio, e si addormenta.
Il buio della sera e la gente felice che
torna a casa gli solleticano il naso. La stazione gli
sembra diversa, ma sa dove sono le toilette. Gli va
incontro deciso. Le porte di legno delle vecchie,
preziose, stazioni dell’ Umbria. Non si chiudono ma lui
deve andare, e allora va. Ed è lì che la trova. In
piedi, diritta davanti a lui, con la sua maglietta rossa
abbassata giú per le spalle che si mostrano decise.
Riesce a sentire quella pelle morbida, pulita, pur non
toccandola. Lei lo guarda. La vecchia luce gialla del
bagno non illumina che loro due, e la sua testa bionda e
ora ancora piú bionda. Lei lo guarda, ancora piú vicina.
Lui si lascia afferrare, non vuole andarsene.
E io
lo so che mai bacio è stato piú vero e piú voluto di
quello.
Ormai sente quelle mani, quelle labbra. Si sente aereo.
La maglietta scompare del tutto, come i pantaloni di
lui, e lei fa sì che il resto sembri naturale e immenso
come la sera dopo il tramonto. È sopraffatto,
liquefatto, ma vorrebbe non finisse mai. Poi quel vuoto,
veloce e improvviso, dello stomaco.
Gli
occhi si aprono a fatica, il treno fa una curva veloce.
Lui guarda fuori, ora è proprio buio. Si guarda di lato.
Lei sembra dormire ancora, serena. Prova a richiudere
gli occhi, magari riprendere a sognare dallo stesso
punto. Ma non gli riesce: lui puó controllare i suoi
incubi piú spaventosi ma non i suoi sogni piú proibiti.
Guarda l’ orologio e si rende conto che ha dormito solo
qualche minuto. Tra un po’ sará da lei. Prova ad
immaginarla mascherata da vampiro, con quei denti
affilati che gli ha mostrato in videochiamata. Era così
diversa da quando si incontrarono la prima volta alla
Galleria Borghese, entrambi che contemplavano L’
Amore Sacro e l’ Amor Profano. Lui subito si accorse
dell’ accento della West Coast, lui che veniva da San
Francisco, States.
Lei
indossava un maglioncino largo a strisce colorate e
quegli occhialini non nascondevano affatto i suoi occhi
di un colore che ancora non capiva: del mattino di
aprile forse, ma solo forse. E il suo naso, come si
divertivano a giocarci su: lei lo trovava aquilino, lui
adorava baciarlo in continuazione. E il chiaro bronzo
della pelle e dei capelli. No, non poteva starsene
lontano piú di una settimana. D’altronde, entrambi
studenti stranieri a vivere un’ interscambio, si
capivano alla perfezione. Nonostante, lui continuava a
chiedersi come sarebbe adesso se invece di andare a
Villa Borghese quel giorno se ne fosse andato a
contemplare Il Giudizio Universale come aveva
programmato. Col tempo lei era diventata piú padrona del
suo corpo, e i maglioni larghi erano solo un ricordo.
Prende lo Smartphone, mette su le cuffiette e una
canzone dei Pearl Jam
The North is to South what the clock is to time
There's East and there's West and there's
everywhere life
I know I was born and I know that I'll die
The in between is mine, I am mine
La
testolina bionda lo guarda, ma ha smesso di sorridere.
Quegli occhi scuri adesso lo rimproverano. Non pensava
di cantare a voce alta. So che sono nato e so che
moriró, ció che c’è in mezzo è mio, Io sono mio; si
ripeteva di continuo, specie per uscire dagli incubi.
‘Ok, vediamo se c’è posta per me’. Un messaggio non
letto di ben due settimane, 17 Ottobre.
‘Una mia amica mi ha raccontato una leggenda: dice che
lo spirito di una donna tradita si aggira da queste
parti. Si uccise sotto un treno dopo che il ragazzo le
confidó di averla tradita. Seduce gli uomini innamorati
per far tradire loro le proprie fidanzate... Sappi che
non ti perdonerei nessun tradimento, neanche con una
morta... Ti aspetto’
Vorrebbe chiamarla, ma ha appena fatto in tempo a
leggere la mail. Il credito è esaurito. ‘Ho le chiavi,
entreró all’ improvviso e le faró uno scherzo da paura’.
Sale gli scalini, vivace. Da una
finestra vede la croce del Duomo. Sente delle grida: due
scalini alla volta, sta correndo. Ultimo piano. Arriva
alla porta. Ha la chiave, ma non serve: è socchiusa. Le
urla piú taglienti. In fondo al corridoio la sua ragazza
solo con l’ intimo indosso sta inveendo contro qualcuno.
Lo prende a schiaffi, lui si copre il viso. Daniel si
precipita, vuole afferrare quel uomo ma non ci riesce.
Cerca di allontanare la ragazza da dietro ma le sue mani
le passano attraverso! Si stacca. Li guarda. Non puó
fare altro che guardarli, ipnotizzato. Impalato. L’ uomo
corre in camera da letto, lei gli corre dietro,
piangendo. Daniel sente un senso di colpa crescergli
dentro e, alienato, li segue. Lei spinge quello sul
letto, gli grida contro, gli si piazza addosso
cavalcioni e ancora lo prende a schiaffi. Allora Daniel
si avvicina al letto, l’ uomo blocca le mani della sua
ragazza scoprendosi il viso. ‘No, non è possibile’,
Daniel è spinto dietro dalla repulsione per quello che
vede: il suo stesso viso! È lui che sta litigando con la
sua ragazza! Si sente soffocare. Si appoggia con le
spalle al muro lasciandosi scivolare giú. Rannicchiato,
tenendosi le ginocchia con le braccia. Impaurito,
spalanca la bocca, grida, ma non ha nessun effetto sulla
scena la sua disperazione. Nulla cambia in quella stanza
buia. Non la debole luce gialla che arriva dalla zucca a
lanterna sul comodino. Non i denti da Dracula lì sopra
appoggiati. La sua ragazza non smette di gridare a lui
che rimane imprigionato tra le gambe di lei, e nell’
angolo. ‘Io sono mio, i miei incubi mi appartengono!’ ma
il risveglio non arriva. Il pianto della ragazza si fa
sempre piú vivo. L’ altro Daniel farfuglia qualcosa.
Continuando a piangere lei gli straccia la camicia, gli
abbassa i pantaloni. L’ intimo scivola via e lo possiede
come mai prima di allora. Furiosa, incontrollabile,
violenta. Dall’ angolo vede solo i suoi occhi del cielo
d’ aprile che piangono in silenzio mentre rimane sopra
di lui. Un grido improvviso all’ unisono. Non un urlo di
piacere, non affatto. Ma liberatorio. Lei si alza
lentamente dalla sua preda sfinita, è calma ora. Lo
lascia lì, a riposare. Entrando nel corridoio sfiora le
ginocchia di Daniel. Poi si sente la doccia. Vuole
alzarsi, vuole parlarle. Con un sforzo immenso si alza
dall’ angolo, guarda se stesso sul letto sfinito. Guarda
la porta sul corridoio oscuro. Una testa bionda su una
maglietta rossa lo fissa con due occhi scuri, troppo
scuri. La ragazza del treno è lì, è proprio lì che lo
sta fissando, e anche lei si porta nel corridoio.
Lui
con le gambe tremanti che gli impediscono di camminare
si avvicina al corridoio ma non fa in tempo che la sua
ragazza torna. I suoi occhi ora sono scuri, la pelle
bagnata. Sorride con denti affillati. Daniel con uno
scatto di disperata, cercata logicitá, cerca i denti sul
comodino; e sì, sono ancora lì! Completamente impietrito
vede la sua ragazza che si siede al suo fianco, sul
letto. ‘Tu mi hai tradito mentre venivi da me in una
squallida toilette’, dice con voce ferma, bassa. ‘Ora
muori. La tua anima vagherá su quel treno e in quella
latrina solo per andare a vederti morire. Un incubo da
cui non potrai mai piú svegliarti’. Un morso sul collo,
preciso. E sangue ovunque, sul viso di Daniel che si
copre gli occhi con le mani.
Dopo
un attimo (ma poi che significa un attimo?) cala le
braccia lentamente, riapre gli occhi...
Una
stazione piena di gente, la notte di Halloween, quel
senso di vuoto allo stomaco. Daniel H. Brower si
appresta a partire ancora. Si sente strano, ma non
controlla piú niente ormai.
Tradì, facendo ció che molte volte pensó soltanto.
Quando lo confessó era tardi per cantare quella
canzone.