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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Le Menadi di Miriam

di

Stefania Tuveri

 

 

– Altro cadavere. Stesso modus operandi: è lo stesso S.I. che ha ucciso gli altri.

Shawn Stren guardava inorridito da tre anni lo stesso spettacolo, ma non riusciva ancora ad abituarsi: un ragazzo con un marchio a fuoco che strillava Miriam, una ferita aperta sul cuore che mostrava uno spazio vuoto, la schiena completamente abbrustolita su una graticola posta su un falò.

Shawn non chiudeva più occhio, lo scopo della sua vita era diventato quello di inchiodare chi, senza cuore, si prendeva quello degli altri.

Le indagini non procedevano e i giornali avevano montato milioni di articoli su questo pazzoide.

Dicevano che era un gruppo che riprendeva i riti delle Menadi, le seguaci del dio Dioniso.

Shawn conosceva le pratiche dei sacrifici delle invasate e riconosceva che probabilmente il killer doveva essere un esperto di mitologia greca o di culti misterici orientali.

Il commissario si passava la mano tra i capelli biondi, scuotendo la testa consapevole di essere stato battuto da questo folle.

 Ava era di un pallore disarmante che contrastava con il nero corvino dei suoi capelli.

Probabilmente Madre Natura era stata informata del suo destino e l’aveva plasmata di conseguenza. L’Incontro, poi, l’aveva resa irresistibile agli occhi di qualunque uomo e riluttante alla sola idea di andare con uno di loro.

Doveva essere forte e battere il suo sdegno per compiere il suo tenebroso destino.

La Signora aveva donato a lei, Jay e Lara la telepatia. Un piccolo sfizio affinché potessero scegliere le vittime migliori. Perché quando sai cosa pensa una persona, la puoi avere subito.

Per la maggior parte degli esponenti del sesso maschile fascino e alcol erano sufficienti allo scopo, ma era più divertente assistere alla loro sorte sa sobri, perché, benché assuefatti, si rendevano conto di tutte le torture che stavano subendo.

Alle cacciatrici bastava una notte.

Un giovane avvenente passeggiava sul viale alberato, immerso nei suo pensieri. Erano le due del mattino e Ava non poté fare a meno di notarlo.

“Chi diamine sei, brutto bastardo? Uccidere così, i loro cuori, il marchio! Le Menadi. E’ tortura allo stato puro. Non lascia nessuna traccia, come fa? Io di questo passo impazzirò.”

La ragazza sorrise: perfetto.

 –  Ciao!

Bastò questa sola parola di Ava per accelerare il battito cardiaco del maschio. Sentirlo le faceva venire appetito. Si avvicinò e si presentò.

La cacciatrice aveva il compito di mantenere i suoi battiti accelerati, le bastò dire poche frasi di rito, di quelle che ormai ripeteva da anni, e in poco tempo fu suo.

Li portava nel suo piccolo appartamento, dove nei vasi aveva messo sangue umano, per rendersi più forte, nel caso in cui i battiti dell’uomo fossero rallentati prima della Fine.

Lo accarezzò e  gli levò la camicia, lentamente, per assaporare la bile che le saliva in bocca e lo baciò sul petto, vicino al cuore.

Lui si sentì d’improvviso sopraffatto, confuso, ma completamente “innamorato” di Ava.

La ragazza sorrise, mentre si rendeva conto di essere sempre più brava a fare il suo mestiere.

Lo prese per mano e in men che non si dica lo scenario era completamente cambiato.

Al posto delle pareti spoglie della stanza c’erano alberi, si sentiva odore di pioggia provenire dalla terra. Il falò era già acceso e le altre stavano preparando tutto il necessario per il rito.

“Dove mi trovo? Cosa succede? Gira tutto!”

I pensieri del ragazzo erano privi di qualsiasi paura, nonostante si rendesse conto che ne avrebbe dovuta avere in abbondanza.

– Non volevi sapere? Ti sto accontentando, contento, piccolo poliziotto impiccione?

“Cosa? Non capisco! Portami a casa!”

– No, no. –, disse Ava allegramente. – Non fare il codardo: dicevi voler sapere. Ecco. Risponderò a tutte le tue domande. Ma sai come si dice, a volte le parole non bastano e i fatti contano molto di più.

Iniziava a sentire paura, ma non importava: il cuore non avrebbe rallentato il suo battito.

Lo sollevarono come se fosse una piuma e misero sulla graticola, mentre Jay prese l’enorme spiedo infuocato e iniziò a incidere un nome sul torace del maschio: Miriam.

Il ragazzo sentiva un dolore atroce e le lacrime gli bagnarono il volto. La carne fumava, un profumo piacevole per le cacciatrici aleggiava nell’aria e il sangue colava, deformando la scritta.

Shawn aveva capito: loro erano il serial killer e la loro somiglianza con l’immagine data dalla stampa del serial killer era impressionante.

Si posero intorno al corpo inerme del ragazzo con aria seria e concentrata.

Si lordarono le mani con il sangue del ragazzo e si unirono in cerchio, tenendosi per mano.

Miriam, Signora ecco l’essenza: mostrati.

Ripeterono la formula più volte e una donna apparì dal fuoco. Era la Signora.

Il lungo vestito rosa era macchiato di sangue, il volto mostrava la carne viva, senza pelle, gli occhi erano di sangue.

La sua inquietante epifania era eccezionale.

La graticola fu messa sul fuoco, nel punto esatto in cui sorgeva la figura impalpabile e indistinta della Signora.

Jay con un colpo secco e deciso infilò la mano nel petto del maschio, afferrò la massa pulsante e strappò il cuore tra le urla della vittima. Il sangue era dovunque.

Le aguzzine divisero il cuore e lo mangiarono, acquistando a ogni boccone nuova forza.

I loro occhi erano un lago rosso dal quale emergeva una minuscola isola nera.

La Signora, ferma, respirava profondamente, intenta ad assorbire l’essenza vitale di quella nuova vittima sacrificale.