Lo
Sguardo
di
Emiliano Riva
Molti pensano che con l'esperienza si sviluppi una sorta
di abitudine a trattare con le mostruosità, le
nefandezze e gli abissi di condizione nei quali si va a
ficcare la gente.
Sono dodici anni che presto servizio al commissariato, e
sarei ipocrita a negare che il tempo formi una specie di
"callo" psicologico al riguardo. È tutto molto
differente dalla prima volta che ebbi a che fare con un
cadavere: si trattava di un poveraccio morto assiderato
nel suo catafalco di cartoni, in una notte di gennaio.
Avevo ventidue o ventitré anni, e mi dovettero quasi
prendere a calci per fare il verbale. Ci misi ore.
Adesso, non che sia diventato insensibile, ma espletare
le procedure di routine è molto meno faticoso.
In una città come questa, la maggior parte delle
disgrazie con le quali abbiamo a che fare non sono cose
molto fantasiose. Barboni ritrovati sotto i ponti,
tossici stecchiti con la siringa ancora in vena,
incidenti stradali, qualche lite degenerata. Dietro alla
maggior parte di questi fatti non c’è nessun mistero da
indagare, se non la squallida, ordinaria, cruda
tragicità della vita stessa. Perciò, la mattina del
tredici maggio, ricevere la segnalazione di due ragazze
trovate morte in un appartamento al quarto piano non mi
fece piacere, ma non mi scosse nemmeno più di quel
tanto. D’istinto, pensai subito a un incidente o a una
tragica fatalità – tipo una festa finita male,
un'overdose, o qualcosa di simile.
Invece, in quell'appartamento mi si presentò davanti
una scena ben diversa. Una bella ragazza, magra,
pallidissima e dai capelli lunghi, era sdraiata sul
letto disfatto con i polsi completamente aperti. Il
sangue aveva inzuppato le lenzuola, colando a terra in
un'enorme pozza scura. Un metro più avanti, ai piedi del
letto, c’era l’altra, una brunetta un po' più robusta,
distesa sul fianco in un'enorme chiazza purpurea.
Sembrava crollata lì, quasi fosse svenuta mentre tentava
di spostarsi, o andarsene. Ma la scia liquida e
impastata, larga circa venti centimetri, che cominciava
poco dietro i suoi piedi, conduceva ad un’altra chiazza,
dove un coltello a serramanico con la lama aperta e
striata di rosso indicava in modo chiaro ed
inequivocabile cos’era successo. Tutt’intorno c’erano
decine di fazzoletti di carta stropicciati e intrisi di
sangue.
A
occhio e croce, le due ragazze dovevano avere circa
vent’anni. Per un attimo, pensai a mia figlia,
ringraziando Dio che al momento ne avesse solo otto.
Fuori dalla stanza c’era parecchio movimento. I
colleghi andavano avanti e indietro cercando di tenere
il più possibile lontano curiosi ed estranei. Il
silenzio, surreale, era intervallato da qualche grida o
commento ad alta voce. Qualcuno piangeva. A prima vista,
era tutto abbastanza chiaro: si trattava di un doppio
suicidio, le cui ragioni erano ancora da scoprire.
Mentre i colleghi della scientifica procedevano ai
rilievi e alle foto dei corpi, prima di portarli via,
cominciai a ispezionare l'ambiente per provare a far
luce sulla situazione. Lo stereo era acceso e fermo –
segno che il CD nel lettore (niente di che, un album dei
Pink Floyd) era terminato. Sul frigorifero una candela,
ormai spenta, s’era semisciolta sulla fiancata destra.
In giro, le solite cose da studenti – libri, cd,
vestiti, tutto un po' in disordine. Esattamente quello
che si può trovare in una dimora di studenti
universitari, neanche troppo diversa da quelle che avevo
frequentato qualche volta, una ventina d’anni fa.
Il
dettaglio più interessante erano forse i fazzoletti di
carta. Forse, pensai, la ragazza stesa a terra si era
resa conto troppo tardi della cazzata che aveva fatto, e
aveva tentato in qualche modo di rimediare. Se solo
fosse riuscita ad arrivare al telefono…
Non c'era in giro nulla che lasciava presagire l'uso di
stupefacenti. Al massimo, un po’ di alcool. Quindi,
pensare ad un suicidio indotto da uno stato mentale
alterato non mi convinceva. Non era un ambiente da
tossici.
I
volti delle due ragazze s’erano fissati in espressioni
tutt’altro che serene. La biondina, che stando ai
documenti si chiamava Jennifer, sembrava una mistica
cristallizzatasi durante uno stato di estasi. Bocca
leggermente aperta, occhi rivoltati all’indietro,
colorito freddissimo. Chissà qual era stato il suo
ultimo pensiero.
L’altra ragazza, Barbara, aveva la bocca spalancata e
la lingua mezza fuori, in una smorfia quasi ridicola. Il
forte contrasto con il nero dei capelli rendeva il
pallore del suo volto ancora più evidente. Non avrei mai
creduto che fosse possibile raggiungere una tonalità
così algida. La pupilla spenta che si intravedeva dagli
occhi semichiusi era fissa verso un punto indefinito tra
il frigo e il tavolo. A differenza di Jennifer, le mani
insanguinate erano contratte, rigide, come se fossero
rimasta preda fino all'ultimo secondo di uno spasmo di
terrore.
Comunque, non c'erano moltissimi indizi immediati, e
quindi guardai un po’ lì intorno, alla ricerca di
qualche dettaglio più significativo. Fu in quel momento
che notai il quadro appeso. Era oggettivamente brutto:
davanti a uno sfondo fatto di alberi e cielo limpido,
c'era una bambina sorridente dai capelli lunghetti con
cerchietto e gli occhi azzurri, che indossava una specie
di salopette blu e reggeva in mano un ridicolo,vistoso
mazzo di fiori lilla. L'intento bucolico del dipinto era
fuorviato dalle tinte troppo accese, in modo particolare
l'azzurro, che lo rendevano simile ad una vecchia foto
stampata coi colori fuori registro. Lo sguardo della
bambina, poi, aveva un che di sinistro: come se dietro
l'espressione spensierata ci fosse qualcosa di vivo, di
magnetico, anzi, addirittura... di malefico. Sulla tela
non c'erano né iniziali né scritte particolari, solo una
piccola "G." seminascosta nell'angolino in basso a
destra, quasi che il pittore avesse avuto timore di
siglare l'opera.
Ad ogni modo, non si trattava certo del tipo di quadro
che mi sarei mai immaginato di trovare lì. Anzi,
probabilmente quella schifezza c'era già. Questi
appartamenti affittati agli studenti spesso e volentieri
finiscono per essere il cimitero del passato prossimo
delle cianfrusaglie dei padroni di casa.
Volevo proseguire l'indagine oltre il quadro, ma dopo
qualche secondo iniziai a sentirmi a disagio, come se lo
sguardo di quella strana bambina mi seguisse. Era come
se sentissi i suoi occhi seguirmi, una costante presenza
indiscreta e fastidiosa che non riuscivo ad ignorare.
Provai a razionalizzare il tutto dicendomi che si
trattava solo di una costruzione mentale. Come poteva il
famoso "callo" mentale frutto di dodici anni di servizio
vacillare davanti a una sottospecie di crosta dipinta da
qualche vecchiarda inacidita? Probabilmente non volevo
ammettere che tutto l'orrore in quella stanza mi aveva
turbato, e quindi cercavo una scappatoia mentale. Mi
concentrai sugli altri oggetti della scrivania o sulle
altre cianfrusaglie, ma quando incrociai ancora quegli
occhi ebbi la netta sensazione che avessero cambiato
posizione, seguendomi nei pochi passi del tragitto verso
la scrivania. Mi fissavano con uno sguardo preciso e
inquietante, quasi fossero una telecamera di
sorveglianza pronta a monitorarmi, a farmi sentire in
colpa, in attesa di un cedimento.
Non era possibile, mi dicevo, rimproverandomi per la
mancanza di professionalità e autocontrollo. Non era una
défaillance di poco conto. Se mi lasciavo condizionare
così, avrei fatto esattamente come un medico che si
impressiona alla vista del sangue: come fa a fare bene
il proprio mestiere?
Eppure, più passavano minuti e secondi, più avvertivo
l'insistenza del raggio visivo proveniente da quelle
iridi azzurrastre, più appiccicoso di una spalmata di
miele caldo. Iniziavo a percepire qualcosa di strano in
quella figura innocente, come se stesse occultando un
demone a caccia della prossima vittima, con la calma e
la flemma di chi sa già di avere la vittoria in pugno,
dicendo: "sto per venire a prendere anche te."
Tutti i successivi tentativi di distrarmi andarono a
vuoto; ero preda del semovente magnetismo irradiato dal
quadro. L'inquietudine aumentava, e iniziai ad avvertire
un po' d'affanno. Ogni tanto mi giravo di scatto, o
spostavo di colpo la coda dell'occhio, incrociando
sempre quello che ormai non era più una sensazione, ma
una certezza.
Visto che non potevo più negare a me stesso l'evidenza,
provai a voltarle definitivamente le spalle. Non servì a
nulla. Io sapevo che lei mi stava guardando, ma sapevo
anche che lei sapeva che io stavo tentando di ignorarla,
e quindi non avevo risolto niente. Un bel convolvolo
mentale dal quale non c'era via di scampo. Andavo a
destra, e i suoi occhi mi seguivano a destra. Andavo a
sinistra, e mi seguivano a sinistra. Guardavo dritto
davanti a me, fuori dalla finestra, e me li sentivo
puntati sulla schiena, fra la scapola e le spalle.
Pensai di affrontare la situazione andando davanti a
quell'obbrobrio e guardando quel mostriciattolo dritto
negli occhi, ma... non ne ebbi il coraggio. La porta
della stanza mi appariva lontanissima. Era solo a poco
più di tre metri da dove mi trovavo, ma le gambe erano
pesantissime, quasi di pietra. Non riuscivo a schiodarmi
da lì, e di rivelare a qualcuno tutte la storia non se
ne parlava, visto che mi avrebbero preso per pazzo. Un
esperto ispettore di polizia che inizia a vedere sguardi
malefici nei quadri? Ma che, scherziamo?
Dopo tutto ciò, quanto era successo a Barbara e
Jennifer stava acquistando tutta una sua logica, anche
se dimostrare il nesso fra quadro e suicidio era
tutt'altro che semplice. Come avrei potuto farlo? Con
ulteriori indagini, magari con una perizia sulla tela?
Specificando nel rapporto che la probabile causa del
decesso era un "suicidio indotto da sospetta attività
paranormale in un quadro di dubbio gusto?" Ripeto,
sarebbe stata un'autostrada verso il congedo per
infermità mentale. Cercai con tutte le mie forze, per
un'ultima volta, di governare la mente, di impormi che
non c'era nulla di cui preoccuparsi, ma niente: ero
inquadrato da quel maledetto sguardo ovunque fossi,
ripetendomi che nemmeno io avrei avuto via di scampo, e
che sarei rimasto lì a fare la stessa fine delle due
ragazze. Mi sentivo in trappola. Il cuore era ormai
all'altezza delle tonsille, la testa mi girava e un
accesso di nausea saliva su dritto dallo stomaco. Volevo
scappare, fare qualcosa per sparire, annullarmi,
obliterarmi, ma ero terrorizzato, bloccato, scollegato
dal resto del mondo. Fortuna volle che un collega notò
il mio aspetto distrutto, e mi trascinò fuori di lì di
peso, temendo che stessi per svenire. Una volta uscito,
ci volle un po', ma mi ripresi. Certo, colleghi e amici
mi diedero tutta la comprensione e la solidarietà
possibile, perché davanti a una scena tanto efferata un
attimo di cedimento poteva capitare a chiunque, a
prescindere dall'esperienza, ma io sapevo che non era
così.
Non trovai mai e poi mai il coraggio di spiegare tutta
la storia del quadro. Nel rapporto mi limitai a frasi di
circostanza abbastanza banali, e un minimo di indagine
successiva consentì di chiudere il caso come un suicidio
causato da una normale, se vogliamo "depressione".
Che non fosse proprio la pura verità, me ne importa
relativamente, visto che ho ancora troppo terrore di
ripensare a Jennifer, Barbara, e a tutto il resto. È
come se avessi ficcato questa storia in fondo ad un
cassetto mentale che preferisco tenere ben chiuso.
Ignoro dove ora si trovi quel quadro, se sia ancora là o
meno, a magnetizzare altra gente, se sia stato venduto,
distrutto o altro. Per quel che mi riguarda, spero solo
di non rivederlo mai più.