Non Ci Sarà Rivincita
di
Diego Di Dio
Capisco di poter vincere non appena suona il gong.
Linus si muove peggio di quanto credessi. È goffo,
pesante e legnoso. Si avvicina a me con timore
reverenziale: lo capisco dai suoi occhi e dai movimenti
poco fluidi.
Saltellando sulle punte, mi studia, ma lo fa con paura.
Lo
colgo di sorpresa con un calcio frontale diretto alla
bocca dello stomaco.
Non
se l’aspettava. Incassa bene, però. Indietreggia di due
passi e si porta una mano al ventre. Mi guarda in
cagnesco e parte all’attacco.
Gli
spalti non sono mai stati così gremiti.
Urla
di incitamento, fumo, trombette, risate animalesche.
Il
mio soprannome viene urlato di continuo, soprattutto da
quella parte di pubblico che siede dietro il mio angolo.
Prima che iniziasse l’incontro, ho notato uno striscione
con su scritto “Go Rocky!”. Che idioti. Non avrei mai
dovuto regalare i dvd di Rocky a questa gabbia di
matti. Si saranno fomentati a vedere Stallone.
Hanno uno spirito di emulazione che rasenta l’idiozia.
Alcuni di loro, ci scommetto, in questo momento saranno
convinti di fare le veci di Adriana o di Paulie.
Linus mi viene addosso in modo scomposto e violento. Lo
schivo senza difficoltà e gli rifilo un calcio circolare
ai reni. Si piega in due dal dolore e va a sbattere
contro le corde. Mi fa quasi pena, ma non posso farci
niente. Questi colpi sono ammessi, qui. Contrariamente
alla boxe o alle arti marziali, questo genere di
incontri ha solo due regole: non si possono usare armi e
non si possono portare attacchi mortali. Per il resto,
tutto è consentito.
L’arbitro si avvicina al mio avversario e inizia a
contare. Arriva a quattro, poi Linus si rialza. Non gli
do nemmeno il tempo di respirare, perché mi avvicino e
gli rifilo un jab e un diretto dritto sul muso.
Quando vedo stillare le prime gocce di sangue, suona il
gong.
Torno al mio angolo.
L’allenatore mi riempie di una serie di parole di cui
capisco solo la metà. Nemmeno lui ha imparato bene la
mia lingua. Una cosa la capisco, però: dice che devo
stare attento al destro dell’avversario. E soprattutto
non devo sottovalutarlo.
L’allenatore ha ragione. Ho avuto la fortuna di
assistere ai precedenti incontri di Linus e sarebbe un
grave errore prenderlo sottogamba. È goffo e lento, è
vero. Ma ha un destro con l’esplosivo. Gli basterebbe un
colpo, un solo gancio ben assestato, per mandarmi knock
out. Devo essere prudente.
Secondo round.
Linus mi balla intorno con i suoi saltelli ineleganti.
L’allenatore deve avergli detto di rinunciare agli
attacchi di potenza. Sa che sono più veloce, più agile e
più allenato di lui: lo schiverei sempre.
Cerca di usare le corde come supporto, ma non sa bene
come farlo. Mi induce ad attaccare, sperando che io
possa scoprirmi.
Paragonato a me, è poco più di un dilettante.
Quando vede che lo aspetto senza attaccare, lancia
un’occhiata al suo allenatore. Questi gli risponde
facendogli segno di stare calmo.
Linus però non gli dà retta. Ringhia e mi si scaglia
contro.
Stavolta parte con i calci.
Un
frontale mi sfiora lo stomaco. Buttandomi all’indietro
per schivarlo, perdo l’equilibrio, e lui mi becca di
sorpresa con una spazzata.
Il
calcio quasi mi rompe la caviglia.
L’arbitro mi raggiunge e inizia a contare, mentre sono a
terra.
Lo
faccio arrivare a otto per riprendere fiato. Poi mi alzo
e sento le urla del mio allenatore. Non capisco un
accidente, ma so quello che devo fare.
Questa pagliacciata è durata anche troppo.
Mi
avvicino all’avversario e non gli concedo nemmeno il
tempo di meravigliarsi.
Parto con un doppio jab-diretto. Lui para goffamente con
le braccia, perché è troppo lento per schivare. Ma il
coglione si è scoperto l’addome.
Prendo la decisione in una frazione di secondo. Il mio
colpo migliore.
Facendo perno sul piede sinistro, carico un calcio
girato di media altezza con tutta la potenza che mi
trovo nelle gambe. La pianta del piede lo becca alla
perfezione proprio sul bersaglio grosso.
Linus viene gettato indietro dalla potenza del colpo.
Rimbalza sulle corde con violenza e in un istante mi è
di nuovo di fronte. Ha paura, ma non si tira indietro.
È
proprio ottuso, come tutti qui.
L’incitamento del pubblico cresce, alcuni superano le
transenne e si accalcano ai piedi del ring. Le trombette
suonano all’impazzata, il mio soprannome diventa un
motivo fisso.
Quando vedo partire il destro, mi sono già abbassato.
Sapevo che ci avrebbe provato. Linus è prevedibile e
ottuso, e mi dispiace fargli del male. Ma non è alla mia
altezza ed è giusto che perda.
Il
suo gancio va a vuoto mentre il mio è già pronto a
partire. Lo fulmino con un uno-due rapidissimo: gancio
destro al fianco e gancio sinistro al volto.
Linus barcolla, ma ci prova un’ultima volta. Stavolta
con il sinistro.
Schivo e mi preparo a rifilargli un altro calcio girato.
Ma
il gong gli salva la pelle.
Mi
siedo all’angolo, bevo un sorso d’acqua e strizzo
l’occhio al mio allenatore.
Nel
suo idioma incomprensibile, dice una cosa del tipo:
–
Gnon
gné nà macta. Eh un ompo.
–
Che
hai detto?
Mi
ripete la stessa cosa. Alla fine capisco: “Non è una
macchina. È un uomo!”
Anche questo idiota s’è visto Rocky e ripete le
battute a memoria. Non sa nemmeno cosa significhino,
eppure si esalta nel ripeterle. L’ho detto: mi trovo in
una gabbia di matti che si fomentano a emulare le cose
che vedono. Proprio come i bambini.
Incredibile. Gli striscioni con su scritto “Go Rocky!”
sono diventati innumerevoli.
Terzo round.
Sono
stanco di combattere per questa marmaglia di invasati.
Voglio farla finita.
Aspetto che Linus mi attacchi con un calcio. Non lo
schivo, ma lo paro con il gomito.
Lui
inizia a zoppicare e a emettere ruggiti di dolore. Mi
scaglio contro di lui e lo tempesto con una pioggia di
diretti destri e calci frontali. Il tutto dura pochi
secondi, ma per lui deve essere un’eternità.
Quando è sfinito, si rifugia in clinch.
Mi
abbraccia e si accascia contro di me. Non ha più alcuna
forza di lottare. L’arbitro segnala ai giudici che
l’incontro è finito, e si avvicina a noi per separarci.
Ma Linus non si stacca. La
sua criniera mi copre il viso e il suo alito fetido mi
dà la nausea. Con estremo sforzo, dice una cosa del
tipo: – Gnon fi
strardà vivincita.
Lo
capisco dopo qualche secondo. “Non ci sarà rivincita”,
le parole che Apollo Creed dice a Rocky nel primo
incontro. Che idiota, Linus. Pensa di essere Carl
Weathers che interpreta il leggendario avversario dello
“stallone italiano”.
Ho
fatto proprio male a regalare i film di Stallone a
questi detenuti degenerati.
Ma
devo assecondare questo fanatismo, altrimenti Linus non
si staccherà.
Mi
avvicino al suo orecchio e gli dico la frase che vuole
sentirsi dire.
–
E
chi la vuole!
Mi
guarda e annuisce, quasi sorridente. Proprio come un
poppante che si immedesima in un cartone animato.
L’arbitro si mette al mio fianco e decreta la mia
vittoria. L’ennesima.
Scoppia il delirio.
Nella confusione, raggiungo Linus e lo abbraccio,
facendogli i complimenti per come si è battuto. Mento.
Ma
per un uomo-leone, dev’essere difficile accettare la
sconfitta. Mi stringe la mano e sorride, se può
definirsi sorriso lo spettacolo delle sue zanne
affilate. Scuote la criniera e mi investe con le
goccioline di sudore. Infine si ritira al suo angolo, a
testa alta.
Il
suo allenatore, un simpaticissimo uomo-elefante, è
palesemente sconsolato. Muove la proboscide per aria ed
emette un barrito di sconfitta.
Finalmente posso ritirarmi.
Ma
sono costretto ad assistere a uno spettacolo pietoso. Il
pubblico adesso inneggia “Rocky! Rocky!”. Accidenti.
Tutto, ma non Rocky.
Da
quando sono stato trasferito in questo padiglione del
carcere orbitante, gli esseri mutati mi hanno cambiato
tre soprannomi in un mese. L’ho detto io: sono una
gabbia di matti. Imitano ogni cosa, dai film ai fumetti,
e si calano a tal punto nei personaggi, che alla fine è
quasi impossibile spiegare loro la differenza tra
finzione e realtà.
Tuttavia, se devo essere sincero, preferivo come mi
chiamavano prima.
“Umano”. Anche se, detto nei grugniti di questi
uomini-animale, suonava più come un “Gnugnano”.
Pazienza.
È la
punizione che mi merito per essermi fatto espellere
dalla prigione di soli umani. Guarda caso, il motivo di
questa punizione esemplare era la mia tendenza a
organizzare incontri clandestini.
Qui,
almeno, posso combattere in pace.
D’altronde, per corrompere il consiglio delle guardie,
composto per lo più da uomini-scimmia, è stato
sufficiente fare arrivare di contrabbando una dozzina di
caschi di banane.
Il
pubblico di uomini-zebra mi attende sotto il ring.
Nitriscono, inneggiano, battono le mani, si scambiano
pacche sulle spalle. E continuano a gridare “Rocky!”.
Ecco, hanno deciso: questo sarà il mio nuovo soprannome.
Almeno finché non ne troveranno uno migliore.
Posso dire, senza peccare di parzialità, che gli
uomini-zebra sono quelli che preferisco, tra gli esseri
mutati: il viso bianco e nero ha un che di affascinante
su un corpo da uomo. Li saluto con un cenno della mano e
loro mi invocano.
Ma
prima di scendere tra i fan e farmi idolatrare, mi
avvicino al mio allenatore e gli tendo la mano.
Lui
invece ricambia con un gesto d’affetto che avrei voluto
evitare. Mi abbraccia con uno slancio che non mi sarei
aspettato. E anche questa deve essere un’altra punizione
divina: i suoi tentacoli mi si attaccano al viso e le
ventose lasciano sulla mia pelle un liquido vischioso e
denso.
D’altronde, da un uomo-polipo come allenatore, non
potevo aspettarmi diversamente.