Nottataccia
di
Fabio Massa
Era
notte fonda quando Michael sentì un rumore provenire
dalla finestra della cucina.
Le
aveva spalancate tutte per cercare di creare un po’ di
corrente e alleviare la morsa del caldo di quel
ferragosto infuocato.
“Non sono certo in grado di arrampicarsi...credo”
pensò.
Poi però, come un flash, gli venne in mente la scala
antincendio e i battiti del cuore iniziarono ad
accelerare.
Lui si trovava in salotto, accasciato su una comoda
poltrona di pelle, con la TV sintonizzata sull’unico
canale rimasto: quello che diffondeva 24 ore su 24 gli
aggiornamenti sulla situazione.
Teneva le luci spente, perché sembrava che i fasci
luminosi li attirassero.
Da
quando l’epidemia aveva trasformato i cadaveri in zombi
semoventi, il cui unico scopo sembrava essere quello di
divorare cervelli freschi, i vivi, soprattutto la notte,
quando scattava il coprifuoco e i militari allentavano
il controllo, vivevano nel terrore.
L’unico modo per fermarli consisteva nello spappolargli
il cranio; e non tutti avevano il sangue freddo
necessario.
Solo nell’area cittadina i militari ne abbattevano più
di un centinaio al giorno. E sembrava che negli ultimi
tempi gli zombi avessero imparato a rifugiarsi nelle
fogne durante le ore di luce, per sfuggire alle ronde,
evidenziando un certo spirito di autoconservazione e una
capacità di ragionamento che gli scienziati avevano
sempre escluso.
Nel palazzo era rimasto solo Michael. Gli altri
inquilini, o erano morti, o avevano deciso di scappare
inutilmente chissà dove, visto che ovunque la situazione
era la stessa.
L’uomo abbassò il volume della TV e tese l’orecchio,
cercando di captare un altro rumore, ma non sentì nulla.
“Potrei andare in cucina a prendermi una birra e,
intanto, darei un’occhiata” pensò, cercando di non
lasciarsi condizionare dalla paura.
Si
alzò, stiracchiandosi, ma quando si voltò vide un’ombra
frapporsi tra la tenue luce lunare che penetrava dalla
finestra della cucina e il corridoio che portava al
salotto.
Mentre fissava quella sagoma immobile, gli si gelò il
sangue nelle vene e il sorrisetto beffardo stampato sul
suo volto scomparve.
Sentì il cuore arrivargli in gola, mentre una goccia
gelata di sudore gli scivolava sulla guancia.
“Chi è là?! Sono armato!” ruggì con voce cavernosa,
sperando che l’intruso scappasse: meglio un ladro, che
una di quelle cose. Ma non fu così.
L’unica arma che possedeva era un coltello da macellaio,
che però si trovava in cucina.
L’ombra iniziò ad avanzare lentamente verso di lui.
Chiunque fosse, non emetteva un fiato e si trascinava
stancamente: un gran brutto segno.
Michael era pronto a scattare come una molla: aveva
tutti i muscoli in tensione.
Quando l’intruso raggiunse l’entrata del salotto, fu
investito dal chiarore lunare che proveniva dall’unica
finestra.
Dall’oscurità comparve un volto pallido, scavato. Le
palle degli occhi sembravano dovergli schizzare fuori da
un momento all’altro e dalla bocca semi aperta colava un
filo di bava.
Quando Michael venne raggiunto dall’inconfondibile
fetore di carne marcia, non ci furono più dubbi.
Era un tipo alto, vestito di tutto punto, anche se la
giacca era lacerata e sulla camicia macchiata di sangue
c’erano due evidenti fori di proiettile.
Qualcuno doveva aver fatto un po’ di tiro al bersaglio,
senza però colpire nel punto giusto.
Michael schizzò dalla poltrona come una cavalletta,
usando il tavolo come temporanea barriera protettiva.
Lo
zombi ruotò lentamente il capo e tese le braccia verso
di lui, emettendo un tenue lamento.
Michael attese che l’essere facesse il suo lento giro
del tavolo per raggiungerlo e poi scattò verso
l’entrata. Voleva uscire da lì.
Anche fuori avrebbe rischiato grosso, ma almeno sarebbe
stato libero.
Purtroppo, come tutte le sere, aveva chiuso a chiave e,
per far scattare tutte le serrature, occorreva troppo
tempo.
Sentì il rumore di quei passi trascinati farsi sempre
più vicino; e quando lo zombi sbucò dalla porta del
salotto, corse in camera da letto.
Quegli esseri erano molto lenti, ma se riuscivano ad
agguantare una persona, difficilmente la vittima
riusciva a liberarsi.
Si
chiuse dentro, maledicendo la sua innata paura
dell’altitudine, che gli aveva fatto scartare l’ipotesi
di mettersi in salvo attraverso la scala antincendio.
Un
colpo alla porta lo fece sobbalzare. Il suo sistema
nervoso era già duramente provato e la paura gli
impediva di trovare una soluzione. “Sono in trappola!”
si ripeteva ossessivamente.
Non poteva neanche telefonare alla linea SOS di pronto
intervento perché il telefono si trovava in corridoio.
Lo
zombi, intanto, si era messo a raschiare con le unghie
contro la porta, cercando inutilmente di aprirla. Era
comunque improbabile che riuscisse a buttarla giù,
almeno in tempi brevi.
Michael si guardò intorno, cercando qualcosa di
appuntito in grado di perforargli il cranio, ma non
c’era niente.
Erano le 4 passate e le ronde di sorveglianza avrebbero
ripreso a pattugliare le strade alle 6:00.
Doveva resistere due ore.
Lui faceva parte di quel ristretto numero di persone che
erano rimaste nelle proprie abitazioni, visto che i
centri di accoglienza, che davano la precedenza a donne
bambini e anziani, erano strapieni.
Il
suo “ospite”, nel frattempo, si era messo a dare delle
spallate alla porta. Niente di serio, anche perché non
era dotato di una grande forza.
Michael decise di uscire sul balcone, pur continuando a
tenere d’occhio la porta.
L’aria si era un po’ rinfrescata. Fece un profondo
respiro, cercando di assaporare quella brezza
rigenerante.
In
strada non c’era nessuno; e quella calma inquietante
contribuiva ad aumentare la sua angoscia.
A
destra, poco sotto il balcone, poteva vedere il tetto
della casa vicina.
I
due condomìni erano separati solo da un metro e mezzo di
vuoto.
Negli ultimi tempi non aveva più udito alcun rumore
provenire da quella casa.
Riusciva a intravedere il balcone subito sotto il tetto,
ma non capiva se le saracinesche erano alzate o no.
Poi, d’improvviso, si ricordò del suo “ospite” e lanciò
un’occhiata alla porta: era ancora ben chiusa.
Ritornò in casa e si sedette sul letto. C’era però
qualcosa di diverso. Si avvicinò, per cercare di capire;
e quando fu a meno di un metro, realizzò; i cardini
stavano iniziando a cedere.
Quei colpi, non troppo potenti ma costanti, stavano
dando i loro frutti.
Guardò l’ora: erano quasi le cinque e mezza e iniziava a
rischiarare. Era ancora troppo presto. La porta
rischiava di cedere prima che passasse la pattuglia.
Preso dal panico, Michael si rimise nuovamente a cercare
qualcosa di affilato da conficcare nel cranio dello
zombi, pur sapendo che non avrebbe trovato nulla.
Se
almeno avesse avuto un’arma. Purtroppo, pistole e fucili
erano state requisite dall’esercito, per evitare che i
civili si sparassero a vicenda.
Sul comodino vicino al letto campeggiava il risibile
manualetto di istruzioni su come comportarsi in caso di
incontro con un cadavere ambulante: il termine zombi era
troppo cinematografico.
Secondo i “saggi” scienziati non bisognava interagire
verbalmente, evitando alcun contatto fisico, e
soprattutto, non farsi morsicare.
Nel frattempo, il rumore di viti allentate si stava
facendo sempre più forte. Da un momento all’altro la
porta avrebbe ceduto.
Michael tentò di spostare l’armadio per posizionarlo
davanti alla porta, ma riuscì a malapena a muoverlo di
qualche centimetro.
Era a corto di idee e si stava pericolosamente
rassegnando al suo destino, che ormai sembrava già
scritto, quando gli tornò in mente il tetto della casa
sotto la sua.
“Dopotutto c’è poco più di un metro da saltare: ci
riuscirebbe anche un ragazzino” pensò, per farsi
coraggio.
Quando le prime quattro viti della porta caddero a
terra, si convinse che quella era l’unica soluzione.
Doveva saltare, o per lui sarebbero stati guai seri.
Chiuse gli occhi, si aggrappò alla ringhiera e si portò
lentamente all’esterno, con le spalle al balcone. Udì un
tonfo; la porta era caduta di schianto.
A
quel punto, una scarica di adrenalina gli attraversò il
corpo; e dopo aver raccolto le energie rimaste, si
lanciò, proprio mentre lo zombi stava per raggiungerlo.
Atterrò sulle tegole, facendo un gran rumore e
spostandone una, che volò in strada frantumandosi.
Esausto, si sedette; e quando alzò la testa, vide lo
zombi che lo fissava.
“E
adesso come fai, amico?” gli disse.
L’essere tese nuovamente le braccia, come per chiamarlo
a sé, dopodiché iniziò ad arrampicarsi sulla ringhiera.
Michael si alzò di scatto, dimenticando di essere in
equilibrio precario.
Retrocesse di qualche metro, senza perderlo mai di
vista.
Lo
zombi salì a fatica sulla ringhiera, tenendo sempre lo
sguardo fisso sulla sua preda, dopodiché, con estrema
naturalezza, allungò una gamba e precipitò nel vuoto,
spappolandosi il cranio sul marciapiede.
“Stupido sacco di carne marcia!” gridò Michael. Poi,
esausto, si coricò, pronto a gustarsi l’alba.
Fu
a quel punto che udì un rumore di saracinesche, seguìto
da una voce: “Chi c’è lassu?”.
Michael rispose: “Chiunque lei sia, non si preoccupi,
non sono uno di quelli. Mi chiamo Michael e abito nella
casa a fianco alla sua. Lei chi è?”.
“Sono Ted. Ma come diavolo ci è finito sul tetto?”.
“Lo zombi spiaccicato là sotto mi dava la caccia”.
“Venga, scivoli sul mio balcone: l’aiuterò a scendere”.
Michael eseguì e si ritrovò faccia a faccia con il suo
interlocutore: un uomo sui 50 anni, calvo, con un
sorriso rassicurante.
Ted lo fece accomodare in casa, ma quando Michael entrò,
fu investito da un terribile fetore.
Dovette sforzarsi per non vomitare, mentre l’uomo
sembrava non farci caso.
Udì dei colpi: come se qualcuno stesse battendo contro
il muro.
“E’ mia moglie” disse Ted “l’ho chiusa in camera da
letto. Credo che sia diventata uno di quelli”.
“Dovrebbe consegnarla alle autorità: è la prassi”.
“Non me la sento” borbottò l’uomo.
A
quel punto, visto che erano quasi le 6:00 e la
situazione non gli piaceva, Michael tolse il disturbo,
dirigendosi verso quella che sembrava essere l’uscita,
ma l’uomo lo fermò, indicandogli una porta a vetri. “Da
lì è più sicuro” disse, appoggiandogli una mano sulla
spalla.
L’uomo estrasse una chiave, la infilò nella serratura e
diede un paio di giri.
La
porta a vetri si aprì e Ted gli fece cenno di entrare.
Michael infilò dentro la testa, domandandosi il perché
di quella penombra. Ma non fece in tempo a girarsi per
chiedere spiegazioni, che si sentì spingere con forza.
“Mi dispiace!” disse Ted: “sono i miei figli; non posso
sentirli soffrire così” disse l’uomo, dando tre giri di
chiave.
Quelle parole gli fecero nuovamente gelare il sangue
nelle vene.
Vide comparire due figure dalla penombra: due bambibi
con il volto sfigurato dalla decomposizione.
Si
guardò intorno per cercare una via d’uscita, ma non
c’erano finestre; era una sorta di grosso ripostiglio.
Disperato, raccolse le forze, si riparò il volto con un
braccio e si scagliò contro la porta a vetri, che andò
in frantumi.
Una volta fuori, assestò un pugno nello stomaco a Ted,
aprì la porta e si precipitò giù per le scale.
Aprì il portone e, dopo aver dato una rapida occhiata,
uscì sul marciapiede.
Erano le 6 passate e in lontananza si sentiva il dolce
rumore di una camionetta. testa e dalle braccia.
Mentre attendeva l’arrivo della pattuglia, continuava a
guardarsi intorno, temendo che uno di quei cosi potesse
sbucare all’improvviso.
Corse in strada, facendo ampi gesti per attirare la loro
attenzione.
L’autista inchiodò e l’intera guarnigione si alzò di
scatto, puntandogli contro i fucili.
“Non sono uno di quelli!” gridò Michael con tutto il
fiato che aveva in corpo.
I
militari abbassarono lentamente i fucili e gli fecero
cenno di avvicinarsi.
Lo
aiutarono a salire sul mezzo, ripartendo all’istante,
anche perchè era molto rischioso restare fermi per
troppo tempo.
Michael li avvertì della presenza di zombi nella casa
vicino alla sua; e il più alto in grado gli rispose che
più tardi sarebbero tornati a fare pulizia.
“Lo sa, lei è stato molto fortunato ad uscirne vivo”
gli disse il militare, dopo aver ascoltato ciò che gli
era accaduto.
“Che "fortuna"” pensò Michael “mi sono appena guadagnato
un’altra "bella giornata" sul pianeta degli zombi”.