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Oltre i cancelli dell'inferno di Poseidone
di
Matteo Mancini
A
svegliarla fu il cigolio del legno e la spuma del mar Egeo:
bianca, frizzante, rilassante.
Ebbe un senso di pace, con quel gorgogliare
che le accarezzava la pelle olivastra.
L’acqua era calda; la brezza accennata simile al sospiro di
un’adolescente che geme tra le braccia di un principe.
Gli occhi le si aprirono a fatica, oziosi
nello scacciare il limbo di torpore in cui erano rifugiati.
Fu allora che il sogno conobbe il morso della realtà. Uno
spettacolo degno del delirio di un cervello infettato dal
veleno di una vipera.
Nel
suo destino non c’erano prati in fiore o lande benedette
dalla poesia di un amante, ma una distesa nero petrolio su
cui danzava il seme della luna: una fredda lama che montava
da orizzonte e nuotava verso il pube illibato, per aprirlo
alla maniera di un uncino infilzato nelle ovaie.
La ragazza aveva i polsi bloccati, il ventre
schizzato da unguento che le disegnava una croce crema ai
cui vertici comparivano le forme di pesci mutilati.
Le
braccia distese a “v”, torturate dal peso del corpo, le
spezzavano le scapole, lasciandole la schiena dondolare
sull’asse.
Lunghi
capelli corvini le scendevano sui glutei, per librarsi nei
sussurri della notte.
Perché
era legata in mezzo al mare, con curve sinuose esaltate dal
satellite che trasforma in argento tutto ciò che bacia?
D’un tratto un rullio si levò dalla
spiaggia. Era un battito che accompagnava il crescere di un
mare cadenzato dal sortilegio dell’astro che spia ogni cosa,
alla stregua di un voyeurista che eiacula al palesarsi del
peccato.
La notte si colorò di un rosso baluginante,
unito a un crepitare di tronchi consumati dall’abbraccio
delle fiamme. Alle spalle della giovane, roseti e germogli
furono ridotti in cenere, mentre colonne di fumo si fusero
con un cielo orfano della speranza che alimenta i cuori dei
marinai dispersi negli oceani.
Il
calore scalzò il guanto delle tenebre. Vorace, onnivoro, si
posò sulla ragazza allo stesso modo di tante mani avide di
divorarle il frutto della virtù.
Il
riflesso del fuoco si rispecchiò sulle onde e danzò nel loro
continuo incresparsi ai piedi della croce. Sempre più alte,
sempre più forti.
Non fu
il terrore a rapirla, ma una frenesia ingiustificabile.
Immaginò, o forse credette di farlo, di trovarsi sul crinale
di un abisso. Vide il mare Egeo invertire il moto delle onde
e ingoiarle in un fondale invisibile ai sensi umani. Laggiù,
in fondo, strani esseri la attendevano. Allungavano braccia
deformi e dilatavano bocche prive di denti, lanciando grida
silenziose perché nessun orecchio sarebbe stato ad
ascoltarle. Sui loro corpi cicatrici e segni di frustate
spiccavano tra insenature identiche a quelle di un pesce in
debito di ossigeno. Sulle rocce, protese sull’abisso,
scheletri e crani facevano bella mostra in ciò che pareva un
cimitero dell’alba dei tempi.
Un
rumore ricordò alla crocefissa di essere ancora viva: sulla
spiaggia avevano ripreso a battere, percuotendo tibie
spolpate su tamburi di pelle umana.
“Alt”
urlò Theodoros, il capo dei pescatori, quando una nube
addolcì il giallo della luna. Fu allora che, sotto il
mantello dell’Egeo, una pinna tagliò le onde insinuandosi
alla base della croce.
La
giovane non se ne accorse. Stava con la nuca ripiegata sulle
spalle e le labbra socchiuse.
L’acqua ora le cingeva il ventre,
lasciandole a contatto con lo scirocco la sola fonte
che dona la vita ai figli.
“Dacci
il nostro pane quotidiano!” sussurrò una voce. “Ti offriamo
la serpe per questo, per liberarci da ogni tentazione”
aggiunse Theodoros.
La
pinna scomparve sotto l’acqua. I più anziani potevano
immaginare ciò che si stava consumando sotto il lenzuolo
fatto calare, ai tempi della creazione, dagli Dei per
ricoprire le blasfemie dell’inferno; un sudario che i
polmoni non avrebbero potuto sfidare, se non a costo della
vita.
I più
dotati notarono un movimento verso l’alto della ragazza,
mentre un tenue rosso corruppe la schiuma delle onde.
I rullii ripresero a martellare,
eccitando il ventre della sacrificata ingravidata da un
dolore che non aveva mai provato e che le dette la
sensazione di essere stata adagiata
su un altare infernale su cui
calavano i paramenti sacrileghi di un essere che la baciava
con labbra affamate di carne.
Infine, così come si era levato il baccano,
piombò il silenzio. I lacci che bloccavano i polsi della
ragazza furono spezzati da una forza che la trascinò via
dagli sguardi dei pescatori imploranti sulla spiaggia.
Il rullio della costa allora divenne un urlo
di gioia, il periodo di magra era finito: la nuova luna
avrebbe portato frutti e lo avrebbe fatto nel benessere
degli uomini di buona volontà.
***
“Siamo degli assassini!” urlò un’ombra
avvolta dalla luce del sole. Due dita emersero dall’alone
giallo e strinsero l’inferriata del padiglione in cui si
svolgeva il mercato.
Il borbottio delle contrattazioni si placò.
Dozzine di consumatori si fermarono a
guardare oltre la finestra affacciata sul mare. Centinaia di
mani correvano su pesci, crostacei e altri prodotti
dell’Egeo. Si bloccarono tutti.
All’esterno, il volto
di un decrepito sconfisse il bagliore diurno e divenne
visibile. Guardava il gruppo di persone e lo faceva con
disgusto. Una lunga cicatrice gli solcava la guancia
scomparendo in gote che rientravano nella bocca. Occhi gonfi
e un cranio glabro, divorato dal fuoco, erano i segni
caratteristici dello sconosciuto. La pelle, ridotta
a una piaga, era ricettacolo di vene che sembravano nervi di
bue atrofizzati.
“Siamo dei mostri. Ecco ciò che siamo!”
continuò, sorreggendosi a fatica.
Emise
un rantolo, quindi piegò la schiena e tossì. Indossava
vestiti intrisi d’acqua e perdeva muco dal naso. Infine la
stampella su cui si teneva cedette, trascinandolo oltre la
soglia. Le mani furono l’ultima cosa che videro i
consumatori, ed erano arti su cui non restava traccia di
epidermide.
“Ma è la voce di Theodoros!” gridò qualcuno.
“Che gli è successo? Sembra un vecchio!”
aggiunse un altro. “Che vaneggia, sono anni che non si
vede!?”
Ma il vecchio di corpo e giovane di anni non
avrebbe risposto, perché le sue corde vocali si erano
strappate per lo sforzo.
“Ve lo dirò io, se avete tempo di
pazientare” intervenne un individuo rimasto fino all’ora
nell’anonimato. Se ne stava in piedi all’ingresso del
locale, con un lungo mantello nero che gli scendeva dalle
spalle e un cappello inclinato sulla faccia. La posizione
della testa, rivolta agli stivali, ne rendeva invisibili i
lineamenti.
“Conosco cose su cui i vostri occhi non
potrebbero mai posarsi” iniziò. Il suo fu un racconto che un
savio non avrebbe accettato, ma il timbro pacato e scevro
dell’accento contaminava le menti e le rendeva succubi dei
discorsi, quasi fossero schiave di un droga che aveva il
principio attivo nella parola.
“Vi fu una notte, qualche anno fa, in cui un
barca salpò dal porto di Iraklion. Certo non è un fatto che
fa notizia, direte voi; ma quel giorno lo fece perché fu
l’ultimo viaggio di Theodoros, il pescatore. Molti erano al
suo servizio. Possenti braccianti tanto bruti da isolare il
cuore sotto cortine di muscoli. Battaglie cruente avevano
forgiato quegli uomini, rendendoli soldati privi di ogni
paura.
“Quella notte remarono sotto gli ordini del loro capitano e
lo fecero con vigore. La figura del pescatore era imperiosa
a prua, stagliata sul profilo di una luna gigantesca che
galleggiava sopra il pelo delle onde.
“Fu
quando le reti furono calate che l’equipaggio smarrì il
temperamento del guerriero. I cuori di pietra persero la
loro corazza come petali di margherita strappati dal vento.
“Fu un
canto a sciogliere il ghiaccio degli animi, una melodia
malinconica che proveniva dagli abissi.
“Fermi… Fermi! urlò Theodoros, ma i suoi non gli prestarono
ascolto. Si tuffarono nelle acque, con una bizzarra euforia
impressa negli occhi. Piombarono giù, trascinati dalla
corrente.
“Il pescatore cadde preda del terrore della
solitudine. Una sensazione che attanaglia lo stomaco di chi
vede il terreno sgretolarsi in una voragine il cui fondo è
un mero miraggio. Solo, in mezzo al mare, con la galea
abbandonata dall’equipaggio e una rete scaricata nelle
acque. Si tappò le orecchie, chiuse gli occhi, ma il canto
continuava a torturarlo. A differenza degli altri non lo
trovava poetico, ma straziante. Gli pareva il grido di un
gregge di agnelli impazziti.
“I capogiri lo assalirono. Ebbe la sensazione di affondare
con la barca, ma aprì gli occhi e rimase abbaglluce diafana.
Pareti di acqua delimitavano i suoi fianchi, ma non lo
investivano. Erano cascate che frusciavano e precipitavano
senza tangerlo. Davanti, al termine di una lunga passerella
bianca sospesa sul mare, c’era una ragazza nuda. Se ne stava
con la parte inferiore in acqua, mentre il busto era sulla
tavola. Anche spigolose esaltavano curve da Venere. Teneva
la testa leggermente poggiata sulla spalla e cantava un
motivo in una lingua aliena, ma dolce, suadente.
“Il
pescatore si avvicinò, attirato da impulsi animali. Guardò i
lunghi capelli neri che scivolavano sui seni, poi fu
stordito da iridi azzurro mare. Andò ancora più vicino,
ancora un passo, un altro ancora. Le sue labbra si posarono
su quelle della sconosciuta che lo accolse sorridendo. Due
mani fredde gli cinsero la schiena, dopo il calore lo
avvolse. Non ebbe modo di capire il tempo che trascorse, ma
si ritrovò al di là di un cancello dalle inferiate ricoperte
di alghe dai colori cupi. Al suo cospetto, seduto su un
trono issato ai piedi di una lunga scalinata eretta ai piedi
di un tempio franato, un essere dal corpo di uomo e dalla
testa di murena divorava i guerrieri di Theodoros e ne
mutava il corpo, asportando grasso dai muscoli, in code di
pesce. Nel pugno teneva una forca che agitava con vigore,
spezzando gli arti superiori dei dannati per modellarli in
pose deformi. Dal suo sesso eccitato, di tanto in tanto,
fluidi germinali fosforescenti si allargavano nel plancton
gonfiandosi in bolle pronte a esplodere in nuvole di pesci.
“Theodoros vide il tutto filtrato da un azzurro che nessun
pittore avrebbe potuto ricreare. Forse fu per via della
pelle che sentiva bruciare, oppure per le esalazioni gassose
che si generavano a tali temperature, ma le immagini gli
parevano volubili quanto quelle che catturano l’attenzione
di un assetato in pieno Sahara.
“Eppure non fu il dolore a cavalcarlo, ma uno stordimento
paragonabile al mendace piacere offerto dall’oppio. Piegò la
testa e si scoprì tra le braccia della madre che nutre i
figli della terra. Una donna che canta una canzone triste in
ricordo di una vita trascorsa a contemplare stelle, tra le
fronde di boschi ricoperti di rose troppo presto appassite.
Un diamante prezioso il cui valore era stato venduto al Dio
che governa nei templi decaduti dell’inferno. Il resto non
occorre che sia narrato, perché lo immaginerete da soli.”
Nessuno si era mosso durante il racconto. Donne e uomini
erano rimasti a contemplare il mantello lucente che
avvolgeva lo straniero, calamitati dalle follie che
sosteneva.
“Certo, se Theodoros fosse davvero finito all’inferno, oggi
non sarebbe apparso dalla finestra… penserete” riprese.
“Beh, ogni resurrezione ha spesso in un complice la sua
base… le parole, a volte, sono meno efficaci di quanto
l’immaginazione possa dare a intendere.”
Il
silenzio scese e parve durare secoli. Infine, il mantello si
destò in volo come un grande vampiro. Ci fu un attimo di
sbigottimento poi le urla fecero della quiete un ricordo e
il rosso spodestò il bianco dalle mura.
Lo
straniero gemette, alimentato da un odio che gli nasceva dal
profondo.
Era un
assassino, il frutto della notte di incesto tra il pescatore
e il corpo offerto in sacrificio per i piaceri della Terra.
Stese
un braccio e restò a contemplare il cuore che teneva stretto
nel pugno. I ventricoli pulsavano ancora, schizzandogli il
volto di liquido caldo.
Con un
leggero movimento della lingua assaporò il sangue che gli
solcava le labbra, dopo fece fremere le branchie che gli
tagliavano il collo. Avrebbe mangiato il corpo del padre,
mentre la vendetta della madre sarebbe scesa su Iraklion per
sua stessa mano, liberando i figli dal male al prezzo di una
vita che non avrebbero meritato di vivere.
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