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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Quando il buio non lo è così tanto

 di

Capaccioli Mirko

 

 

 

Lo scuolabus sbuffò rumorosamente sulla statale. Adam, seduto sugli ultimi sedili proprio in coda al pulmino giallo, era assorto nei suoi pensieri. La giornata era stata pessima, aveva litigato con una compagna, la bambina dai capelli corvini, la sua preferita. A quell’età non era ancora consapevole del vero significato di quei sentimenti per lui nuovi e, se non bastava, aveva preso un insufficiente nel compito di storia.

Il pulmino si fermò davanti casa, con il capo chino immerso completamente nei suoi pensieri negativi inciampò e cadde tra le risa dei compagni. Con la faccia paonazza si rimise in piedi e imbarazzato scese gli scalini fino al solido marciapiede. Una nuvola grigia di fuliggine lo investì mentre i compagni dal finestrino della vettura in corsa lo deridevano con dei gestacci. Non curante di ciò percorse il vialetto della piccola villetta, varcò la soglia e si diresse in camera, l’unico luogo in cui si sentiva al sicuro. La giornata proseguì tra formule matematiche, guerre mondiali e analisi grammaticali. Era talmente stanco che ancor prima di mandar giù l’ultimo boccone era già sulla strada verso il suo dolce giaciglio. I genitori lo guardarono preoccupati e sua madre lo seguì in camera dove stava indossando il pigiamino, gli rimboccò le coperte e gli sfiorò la  fronte con un bacio. Poi uscì dalla cameretta, spense la luce e accostò la porta. Una debole e sottile lama luminosa trapelò dalla porta socchiusa dividendo la cameretta in due perfette metà.

La città era immersa nella notte, una coperta di seta nera punteggiata di tanto in tanto da capocchie di spillo l’avvolgeva. Le nuvole si fecero dense e il vento acquistò forza. Foglie e rami secchi graffiarono la porta come volessero entrare.

All’improvviso la porta si chiuse sbattendo con un rumore sordo. La paura s’impossessò delle sue emozioni. Adam tirò a sé le coperte fin quasi a coprir la testa, cominciò a tremare. Solo il suo orsacchiotto preferito lo avrebbe potuto tranquillizzare, ma nella fretta di andare a letto lo aveva lasciato sulla scrivania dalla parte opposta della stanza. Il solo pensiero di dover fare tutta quella strada al buio fece nascere in lui una fastidiosa sensazione di panico, ma si fece coraggio e con un gesto rapido si scoprì, sistemò il pigiama e cominciò a farsi strada tra le pieghe del piumone. Scalò ogni piega come fosse una montagna e passò sotto a quelle più grandi come fossero immense e labirintiche grotte preistoriche.

Era quasi arrivato in fondo al letto, gli mancava davvero poco.

All’improvviso le ante dell’armadio iniziarono a sbattere rumorosamente, si aprirono e chiusero per poi di nuovo riaprirsi, colonne di fumo fuoriuscirono dai cardini e i pomelli di legno assunsero un innaturale alone verde smeraldo. Il cuoricino di Adam batté sempre più forte, se lo sentì in gola, il panico poco alla volta lo travolse. Quelle che erano state lievi emozioni di paura divennero terrore. Fino a quel momento non aveva creduto di poter provare sensazioni del genere, adesso lo sapeva, anche se avrebbe preferito rimanerne all’oscuro.

Cominciò a correre riuscendo ad intravedere la sponda di legno ai piedi del letto, il cuore batté sempre più velocemente e il respiro lo accompagnò accelerando, dietro di lui il rumore delle ante dell’armadio che sbattevano si stava avvicinò, finalmente arrivò alla sponda e con un balzo atterrò dall’altra parte. Si sentì i polmoni stretti in una morsa facendoli dilatare a fatica e si appiattì contro la sponda del letto. Non udì più alcun rumore e, incuriosito, si sporse oltre l’angolo assicurandosi che il bagliore verde fosse svanito, l’armadio era di nuovo quella scatola di legno inerte e inanimata. Inspirò profondamente scuotendosi le sensazioni negative che avevano pietrificato.

Qualcosa gli solleticò l’orecchio e con la coda dell’occhio scorse un ombra singolare, longilinea, lucida, quando capì di cosa si trattava, si voltò di scatto indietreggiando. Un calzino dalle fattezze serpentine lo osservava dalla sponda sibilando impazientemente. La lingua umida e biforcuta frustava l’aria in una sorta di diabolico invito. Adam indietreggiò ancora, il pigiamino era madido di sudore. Con uno scatto lo pseudo-rettile si lanciò contro di lui, ma non abbastanza velocemente, perché Adam lo evitò e il serpente affranto scomparve nell’ombra.

Il bambino, più tranquillo per esser scampato a quel pericolo, tirò un respiro di sollievo e per un attimo pensò di tornare nel calduccio del suo lettino, ma si guardò indietro e si accorse di esser a metà strada, così decise di continuare. Si alzò in piedi e pose un piede di fronte all’altro con la consapevolezza che ogni passo lo avrebbe avvicinato sempre più al suo obiettivo.

Sapeva di potercela fare. Le gambe faticavano a muoversi ad ogni passo. Guardò in basso e si accorse che era immerso in una strana melma nera fino ai ginocchi, i piedi umidi affondavano ogni secondo che passava. Ormai la poltiglia nera e maleodorante era arrivata fino alla vita. Stavolta pensò davvero che non ce l’avrebbe fatta, nonostante ciò continuò a camminare arrancando nel buio in cerca di un appiglio, lo trovò e vi si aggrappò con tutta la forza uscendo dalla palude nera. Disgustato, si guardò i pantaloncini sporchi di melma maleodorante.

Non aveva idea di quanto fosse passato da quando era partito, aveva perso la cognizione del tempo, potevano esser minuti come giorni, era esausto, ma doveva continuare. Si trovava ai piedi della sedia della scrivania suo ultimo ostacolo che lo divideva dall’obiettivo, guardò con sospetto i rumori che provenivano dalla finestra. Si arrampicò sulle zampe della sedia fino ad arrivare sul cuscino del ripiano, qui si fermò un attimo per prendere fiato. In lontananza contemplò con nostalgia il guanciale sul letto, così morbido e caldo, sembrava lontano miglia, non pensava di aver fatto tanto strada, come minimo dovevano esser passati dei giorni, adesso ne era certo e il brontolio del suo stomaco vuoto glielo confermò.

Un istante dopo la finestra si aprì e un nugolo di foglie uscì investendolo in pieno volto. Gli artigli legnosi mischiandosi ad esse cercarono di afferrarlo, ma Adam distese la mano verso il bordo della scrivania, lo afferrò e si issò a stento, qualcosa lo tratteneva. Un artiglio ossuto si era aggrappato ai pantaloni, il bambino scalciò freneticamente finché gli artigli si arresero allontanandosi. Con il fiato corto e gli occhi lucidi per le lacrime si distese sul ripiano della scrivania, gli occhi rivolti verso il soffitto. Era arrivato, alle sue spalle l’orsacchiotto appoggiato al portapenne lo osservava.

Non riusciva a crederci era arrivato, protese la mani verso il pupazzo. Gli occhi del serpente lo fissarono da sopra la spalla del peluche, in loro una luce primordiale, antica. Bastarono pochi passi indietro per accorgersi che era già arrivato al limite della scrivania. Il rettile scattò, il bambino riaprì gli occhi, notò la sagoma tesa del serpente e guardò verso la coda, vide le mani pelose del suo pupazzo che lo avevano afferrato.

Al che il serpente si girò di scatto aggredendo il pupazzo, ma fu più veloce e con un gesto del polso lo fece girare su se stesso gettandolo verso la finestra, dove gli artigli legnosi si ritirarono soddisfatti contendendosi la preda.

Adam sorpreso quanto impaurito fissò i due dolci bottoni che l’orsacchiotto aveva al posto degli occhi e si abbandonò ad un abbraccio liberatorio in preda ad una crisi di pianto. Con in braccio il suo talismano percorse a ritroso l’intera strada. Ogni nefandezza fin lì incontrata era svanita, il tappeto era solido e non sprofondò più come prima, l’armadio era immobile, se non qualche gioco di ombre che lo circondava non aveva niente di strano. Arrivato sul letto si accoccolò su un fianco e si addormentò sorridendo con in braccio il pupazzo.

Poche ore dopo la madre lo svegliò, era l’ora di alzarsi per andare a scuola, gli tolse maglietta e pantaloncini e li appoggiò sulla sedia senza notare le strane macchie nere e lo portò in cucina dove una sostanziosa colazione lo attendeva. La madre, rifacendo il letto, si accorse della finestra aperta e andando a chiuderla notò il calzino verde appeso ad uno dei rami dell’albero. La chiuse, spense la luce e chiuse la porta. L’orsacchiotto sul guanciale ebbe un sussulto e cadde a terra sul tappeto sottostante, sul volto una fugace smorfia di dolore lo percorse.