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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Quel viaggio senza fine

di

Andrea Serafini

 

 

La più antica e potente emozione umana è la paura,
e la paura più antica e potente è la paura dell'ignoto.
(Howard Phillips Lovecraft)

 

La strada era libera ma buia. I quattro ragazzi - partiti dalla città - ridevano divertiti e sguaiati mentre ascoltavano la radio che gracchiava, e andava e veniva. L’auto procedeva spedita tra le curve, in mezzo a un bosco desolato che sembrava morire nella notte. La luna era piena e riluceva nell’oscurità. Qualche cane abbaiava con guaiti strozzati che lasciavano pensare a un qualche motivo di sofferenza, forse paura. Le sospensioni gracchiavano sul terreno accidentato, l’auto sobbalzava e le lucciole stridevano nella notte. Il sibilo del vento percuoteva i finestrini, il viaggio sembrava eterno. La casa di campagna era ancora lontana. Livia smise di ridere e cominciò a tremare. Sembrava scossa  da fremiti soprannaturali. Cominciò a sentire fame e le spuntarono quattro incisivi aguzzi come i denti dei vampiri. I compagni la guardarono spaventati. Marco al volante cominciò ad accelerare. Non c’era fine apparente, solo un percorso che si ripeteva continuamente e i ragazzi iniziarono a sentire brividi di terrore. Temevano di essersi persi. Non c’erano bivi, non c’erano strade divergenti. Riuscivano a scorgere solo gli alberi ai lati della strada, e qualche metro di sterrato che si perdeva nell’oscurità.  L’avventura lasciò il posto alla paura. Un ululato scandì secondi che sembravano interminabili. Ombre deformi si contorcevano sulla strada, i rami frusciavano come scossi da una natura extraterrena, la notte era buia e profonda. Anche Luca impazzì, posseduto da un demone che gli schizzava gli occhi di sangue, e gli percuoteva le tempie, e lo scuoteva come fosse un epilettico, con la testa tra le mani per difendersi dal dolore. Livia si incupì, azzannò il braccio di Luca e lo costrinse a una torsione sofferente per liberarsi dalla morsa. Il sangue zampillava copioso, mentre l’auto procedeva sfrenata, senza controllo, come fosse magneticamente catturata da tutto ciò da cui invero voleva scappare. La fuga era la condanna. Fu la volta di Anna, occhi colore di brace, spirito indipendente, una pelle diafana da fantasma. Divenne inconsistente, quasi fosse tutto spirito e niente carne. C’era una musica nell’aria, una melodia tetra e agghiacciante. Un basso, una batteria che tamburellava incalzante, una voce acuta che ripeteva un’unica nota. Una forza misteriosa si impossessò dei ragazzi. Presero a scannarsi. Come se sopravvivere significasse prevalere sugli altri, come se calmarsi significasse essere sazi. C’era un’urgenza impellente alla follia. Forse il buio era questo, un recesso della mente, la zona cieca che ci sfugge. L’auto cominciò a sbandare. Anna vorticava tra i sedili come uno spirito maligno che si divertisse a indispettire i compagni. Era eterea e insolente. Era l’anima che ha smesso di sentirsi in trappola, perché forse la materia è una prigione, forse pensiamo di nascere liberi e invece siamo costretti a muoverci con i vincoli che di certo ha la corporeità. Ognuno dei ragazzi aveva un demone con sé. Il demone che meritava. Luca era sempre stato bizzarro, irrequieto, isterico, e il bosco aveva esasperato le sue caratteristiche. Ora si dimenava in preda a un delirio incontenibile, era una scheggia impazzita che percuoteva la carena dell’auto, scorticava i sedili, ringhiava per spaventare anche se stesso. Livia era una ragazza lussuriosa e vorace.  Si nutriva delle energie degli altri, ne succhiava la forza vitale. Era incapace di cavarsela in autonomia e dipendeva dalla sua cerchia di affetti, a cui chiedeva molto più del sostegno che riceveva.  Anna amava invece la libertà. Viaggiare, studiare, rendersi indipendente. Forse per questo viveva da sola, e aveva respinto i corteggiatori, ora rassegnati,  di una volta. Fuori intanto si percepiva un nuovo rumore inquietante. Il battito di un immenso cuore palpitante. Come i rintocchi di una campana, che scandiva un tempo drammatico e urgente. Ma faceva freddo e fuori era buio pesto. Riuscire a distinguere altro dalla polvere sollevata dall’auto, era difficile quanto mantenere il controllo della propria realtà. Nessuna stella in cielo, solo le nere chiome dei pini, che precipitavano e si rialzavano come elastici sottoposti a tensione. L’ambiente era ostile, tetro, senza meraviglie da scoprire. Le suggestioni erano i simbolismi di una magia antica, la luna, lo spirito, la selva oscura. Col potere della mente la forza che abitava i ragazzi costrinse Marco a lasciare il volante. Con le pupille quasi offuscate fece in tempo a notare che l’auto stava decollando. Non solo. Marco divenne un alieno verde come i ramarri, con la pelle squamata, gli occhi grandi e gialli e antenne come corni sulla testa. Forse perché era sempre stato un fuoriclasse. Un ragazzo pieno di talento e voglia di vivere. Generoso, tenace, ma purtroppo anche vorace. Un alieno, appunto. Il viaggio intanto proseguiva, ma la meta ora qual’era, quale meta era quella vera? L’aria era ancora più fredda, la notte ancora più buia. La casa di campagna non c’era. C’era invece un viaggio fratricida – chiamato Vita – che più avanzava e più la ragione dormiva e generava mostri, e lasciava spazio alla paura e a tutto ciò che lì avesse davvero senso, un’aura sovrannaturale, che correva verso una destinazione ignota.   
Un pianeta lontano chiamato Chissà.