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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Sempre con me

di

Matteo Bertone

 

 

 

- Non essere stupida!

- Non ti ascolto. Puoi parlare quanto vuoi.

Sandra inginocchiata sulla moquette verde della sua stanza cercava ostinatamente di incastrare un paio di jeans nell’unico angolo libero della valigia.

- Cristo…

- Almeno evita di imprecare in mia presenza!

- Non mi serve la tua presenza. Puoi andartene, mamma.

Raccolse nervosamente i capelli dietro alla testa legandoli con un elastico rosso. Quindi iniziò a spingere con tutto il peso del corpo sulla valigia per far scattare le serrature.

 Delia non riusciva a muovere un muscolo. Stava immobile come una statua di sale sulla porta della piccola stanza. Rilasciò i pugni serrati nelle tasche del grembiule verde. Avrebbe voluto dire qualcosa ma a volte le parole non contano. Scivolano via inutilmente o rimbalzano come gocce di pioggia su un ombrello.

 Erano quasi le otto di sera, l’aria fredda si insinuava attraverso la finestra socchiusa. Delia fu scossa da un brivido. Era seduta al tavolo della cucina, apparecchiato per due. Le tovagliette di bambù, i piatti marroni, le posate gialle. E i bicchieri azzurri che Sandra aveva comperato alla svendita del Punto Casa, un anno prima.

Non si accorse che sua figlia era entrata.

 La porta del frigo si aprì cigolando, solo allora la vide. Sandra si voltò verso di lei per un attimo, la luce del frigo la illuminava da dietro, lasciando il suo volto nella penombra.

- Vuoi mangiare qualcosa, prima…

- Non lo so.

- Siediti, ti prego…

- Non pregare, mamma. Chiedimelo e basta.

- Allora… siediti con me…

Sandra acconsentì controvoglia. Rimasero in silenzio per un po’. Sandra persa nei suoi pensieri evitava lo sguardo della madre, che la fissava con aria inquieta. La ragazza fece scivolare lentamente il polpastrello sul piatto marrone. La superficie non era perfettamente liscia. Era irregolare.

Ricordò ogni singola volta in cui aveva toccato quei piatti, sparecchiando la tavola o lavandoli. Ricordò di essersi ferita proprio quel dito, coi cocci di un piatto marrone.

Ricordò le urla e poi il sangue.

 Si udì distintamente il rombo di un aereo che passava. L’aria della sera era tersa e sottile. Entrambe alzarono la testa e si fissarono per qualche istante, distanti come non mai.

- Ti ho fatto le lasagne…

- Non ho fame, mamma.

- Le tiro fuori… magari puoi assaggiarle…

- Fai come vuoi.

Delia aprì il forno e una nuvola di vapore caldo si diffuse nella cucina.

- Metti i guanti, mamma.

- Sì, ora li metto.

Sandra estrasse il cellulare dalla tasca dei jeans e lo appoggiò sul tavolo, vicino al piatto.

Sua madre depose la teglia sui fornelli.

Proprio in quel momento il cellulare iniziò a suonare.

La ragazza si alzò di scatto e rispose mentre usciva dalla cucina.

Dalle lasagne si sprigionava un profumo buono, che sembrava poter sistemare tutto.

 - Chi era? – chiese Delia con tono di accusa.

- Lo sai. Sarà qui tra un quarto d’ora.

- Senti… io non volevo chiamarti stupida… mi dispiace…

Delia tagliò una grossa porzione di lasagne e porse il piatto a Sandra.

- Sono troppe…

- Lasciale, quando non ti vanno più.

La ragazza iniziò a bucherellare le lasagne con le punte della forchetta, mentre sua madre si sedeva di fronte a lei. Delia cercò di fare un sorriso, ma pensò che il risultato doveva essere patetico.

Sandra fissò sua madre freddamente.

- A cosa pensi?

- A niente…

- Cerca di non pensare, mamma. Tanto è inutile e ti fa solo stare peggio.

- Sono buone le lasagne?

- Sì

 Il cellulare riprese a suonare e vibrare.

Sandra lo fissò per qualche secondo, mentre la luce blu si accendeva e si spegneva. Il suono era un semplice trillo discontinuo. Invece di rispondere ingurgitò un altro boccone di lasagne. Masticandolo piano.

La luce sul tavolo della cucina illuminava le due donne come un occhio di bue sul palcoscenico, lasciando tutto il resto nella penombra. Fuori era buio pesto.

Delia si alzò per sparecchiare.

- Non è come credi…

- Che cosa?

- Mamma… non è come pensi…

- Io vorrei solo che tu…

- Mamma, devo andare.

- Aspetta… devo farti vedere qualcosa, prima…

- Non c’è più tempo!

- Sì invece. Seguimi.

Mi sta costringendo a farlo, pensò Delia. Non avrei mai pensato di dover arrivare a questo. Eppure loro mi avevano avvertita.

Le voci non mentono mai.

 - Stanno suonando alla porta, mamma. Devo andare.

- Ti prego, digli di aspettare un minuto. Per un minuto in più non muore nessuno.

Sandra aprì la porta d’ingresso e gli chiese di aspettarla fuori, poi seguì sua madre.

Delia scese le scale della cantina e accese il bulbo di lampadina che penzolava dal soffitto. Sandra le stava dietro imprecando in silenzio.

Faceva freddo, più freddo del solito.

- Di qua.

- Ho freddo. Si può sapere cosa devi farmi vedere di così importante? Credo di conoscere questa maledetta casa!

- Questa maledetta casa, come la chiami tu, ti ha cresciuta e protetta fin da quando sei nata.

- Io la odio, questa casa…

Una lacrima rigò il viso di Delia. Una sola. Non si deve piangere. Non si deve soffrire. Le voci sono molto chiare su questo punto.

 Spostò un paio di grossi scatoloni scoprendo una piccola rientranza nel muro da cui proveniva una fioca luce verde.

Sandra spalancò gli occhi e fece un passo indietro.

- Cosa c’è lì dentro?

- Ora lo vedrai.

- Mamma… io torno su…

Delia si fece seria. Ogni emozione sparì dal suo volto rischiarato dalla luce verde.

- No. Non puoi. Non adesso.

- Mi stai facendo paura…

- Non essere sciocca. Sono tua madre.

Delia infilò una mano nella rientranza afferrando qualcosa, poi si voltò verso Sandra.

La sua espressione era stravolta, allucinata. Spasmi irregolari le facevano muovere la testa a scatti. Sandra indietreggiò.

- Tu… tu non sei mia madre! – gridò.

In quel momento si udì il rumore della porta d’ingresso che si apriva e la voce di un uomo che chiamava. Passi concitati scesero giù per le scale di pietra che portavano in cantina.

Sandra cacciò un urlo soffocato.

 La luce si spense nel momento in cui l’uomo entrava nella cantina dove pochi minuti prima stavano le due donne. Si guardò intorno cercando di abituare gli occhi all’oscurità. Tutto ciò che riuscì a scorgere fu una fioca luce verde che danzava nel buio.

Poi più nulla.