-
Non essere stupida!
-
Non ti ascolto. Puoi parlare quanto vuoi.
Sandra inginocchiata sulla moquette verde della sua
stanza cercava ostinatamente di incastrare un paio di
jeans nell’unico angolo libero della valigia.
-
Cristo…
-
Almeno evita di imprecare in mia presenza!
-
Non mi serve la tua presenza. Puoi andartene, mamma.
Raccolse nervosamente i capelli dietro alla testa
legandoli con un elastico rosso. Quindi iniziò a
spingere con tutto il peso del corpo sulla valigia per
far scattare le serrature.
Delia non riusciva a muovere un muscolo. Stava immobile
come una statua di sale sulla porta della piccola
stanza. Rilasciò i pugni serrati nelle tasche del
grembiule verde. Avrebbe voluto dire qualcosa ma a volte
le parole non contano. Scivolano via inutilmente o
rimbalzano come gocce di pioggia su un ombrello.
Erano quasi le otto di sera, l’aria fredda si insinuava
attraverso la finestra socchiusa. Delia fu scossa da un
brivido. Era seduta al tavolo della cucina,
apparecchiato per due. Le tovagliette di bambù, i piatti
marroni, le posate gialle. E i bicchieri azzurri che
Sandra aveva comperato alla svendita del Punto Casa, un
anno prima.
Non si accorse che sua figlia era entrata.
La porta del frigo si aprì cigolando, solo allora la
vide. Sandra si voltò verso di lei per un attimo, la
luce del frigo la illuminava da dietro, lasciando il suo
volto nella penombra.
-
Vuoi mangiare qualcosa, prima…
-
Non lo so.
-
Siediti, ti prego…
-
Non pregare, mamma. Chiedimelo e basta.
-
Allora… siediti con me…
Sandra acconsentì controvoglia. Rimasero in silenzio per
un po’. Sandra persa nei suoi pensieri evitava lo
sguardo della madre, che la fissava con aria inquieta.
La ragazza fece scivolare lentamente il polpastrello sul
piatto marrone. La superficie non era perfettamente
liscia. Era irregolare.
Ricordò ogni singola volta in cui aveva toccato quei
piatti, sparecchiando la tavola o lavandoli. Ricordò di
essersi ferita proprio quel dito, coi cocci di un piatto
marrone.
Ricordò le urla e poi il sangue.
Si udì distintamente il rombo di un aereo che passava.
L’aria della sera era tersa e sottile. Entrambe alzarono
la testa e si fissarono per qualche istante, distanti
come non mai.
-
Ti ho fatto le lasagne…
-
Non ho fame, mamma.
-
Le tiro fuori… magari puoi assaggiarle…
-
Fai come vuoi.
Delia aprì il forno e una nuvola di vapore caldo si
diffuse nella cucina.
-
Metti i guanti, mamma.
-
Sì, ora li metto.
Sandra estrasse il cellulare dalla tasca dei jeans e lo
appoggiò sul tavolo, vicino al piatto.
Sua madre depose la teglia sui fornelli.
Proprio in quel momento il cellulare iniziò a suonare.
La
ragazza si alzò di scatto e rispose mentre usciva dalla
cucina.
Dalle lasagne si sprigionava un profumo buono, che
sembrava poter sistemare tutto.
-
Chi era? – chiese Delia con tono di accusa.
-
Lo sai. Sarà qui tra un quarto d’ora.
-
Senti… io non volevo chiamarti stupida… mi dispiace…
Delia tagliò una grossa porzione di lasagne e porse il
piatto a Sandra.
-
Sono troppe…
-
Lasciale, quando non ti vanno più.
La
ragazza iniziò a bucherellare le lasagne con le punte
della forchetta, mentre sua madre si sedeva di fronte a
lei. Delia cercò di fare un sorriso, ma pensò che il
risultato doveva essere patetico.
Sandra fissò sua madre freddamente.
-
A cosa pensi?
-
A niente…
-
Cerca di non pensare, mamma. Tanto è inutile e ti fa
solo stare peggio.
-
Sono buone le lasagne?
-
Sì
Il cellulare riprese a suonare e vibrare.
Sandra lo fissò per qualche secondo, mentre la luce blu
si accendeva e si spegneva. Il suono era un semplice
trillo discontinuo. Invece di rispondere ingurgitò un
altro boccone di lasagne. Masticandolo piano.
La
luce sul tavolo della cucina illuminava le due donne
come un occhio di bue sul palcoscenico, lasciando tutto
il resto nella penombra. Fuori era buio pesto.
Delia si alzò per sparecchiare.
-
Non è come credi…
-
Che cosa?
-
Mamma… non è come pensi…
-
Io vorrei solo che tu…
-
Mamma, devo andare.
-
Aspetta… devo farti vedere qualcosa, prima…
-
Non c’è più tempo!
-
Sì invece. Seguimi.
Mi
sta costringendo a farlo, pensò Delia. Non avrei mai
pensato di dover arrivare a questo. Eppure loro mi
avevano avvertita.
Le
voci non mentono mai.
-
Stanno suonando alla porta, mamma. Devo andare.
-
Ti prego, digli di aspettare un minuto. Per un minuto in
più non muore nessuno.
Sandra aprì la porta d’ingresso e gli chiese di
aspettarla fuori, poi seguì sua madre.
Delia scese le scale della cantina e accese il bulbo di
lampadina che penzolava dal soffitto. Sandra le stava
dietro imprecando in silenzio.
Faceva freddo, più freddo del solito.
-
Di qua.
-
Ho freddo. Si può sapere cosa devi farmi vedere di così
importante? Credo di conoscere questa maledetta casa!
-
Questa maledetta casa, come la chiami tu, ti ha
cresciuta e protetta fin da quando sei nata.
-
Io la odio, questa casa…
Una lacrima rigò il viso di Delia. Una sola. Non si deve
piangere. Non si deve soffrire. Le voci sono molto
chiare su questo punto.
Spostò un paio di grossi scatoloni scoprendo una
piccola rientranza nel muro da cui proveniva una fioca
luce verde.
Sandra spalancò gli occhi e fece un passo indietro.
-
Cosa c’è lì dentro?
-
Ora lo vedrai.
-
Mamma… io torno su…
Delia si fece seria. Ogni emozione sparì dal suo volto
rischiarato dalla luce verde.
-
No. Non puoi. Non adesso.
-
Mi stai facendo paura…
-
Non essere sciocca. Sono tua madre.
Delia infilò una mano nella rientranza afferrando
qualcosa, poi si voltò verso Sandra.
La
sua espressione era stravolta, allucinata. Spasmi
irregolari le facevano muovere la testa a scatti. Sandra
indietreggiò.
-
Tu… tu non sei mia madre! – gridò.
In
quel momento si udì il rumore della porta d’ingresso che
si apriva e la voce di un uomo che chiamava. Passi
concitati scesero giù per le scale di pietra che
portavano in cantina.
Sandra cacciò un urlo soffocato.
La luce si spense nel momento in cui l’uomo entrava
nella cantina dove pochi minuti prima stavano le due
donne. Si guardò intorno cercando di abituare gli occhi
all’oscurità. Tutto ciò che riuscì a scorgere fu una
fioca luce verde che danzava nel buio.
Poi più nulla.