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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Sfiorare Cio che non ci è Concesso

di

Stefano  Serafin

 

 

Il professor Imperio mi telefonò alle sei del pomeriggio.

Era agitato e parlava concitatamente, tanto che afferrai poco dalle frasi sconnesse che mi bisbigliava al telefono.

Capii che doveva avere fatto una scoperta notevole e che mi avrebbe raggiunto nella mia casa di campagna prima possibile.

Non ebbi il tempo di salutarlo perché aveva già riagganciato l'apparecchio.

Limitatamente preoccupato, terminai la mia fugace cena e mi recai in salotto ad aspettarlo.

Il mio collega docente era uno dei più estroversi personaggi da me mai conosciuti e non era strano sentirlo tanto animato per qualsiasi cosa lui ritenesse una scoperta.

Dotato di grande intelligenza e con capacità di ragionamento sopra la media, era specializzato in psicologia e para-psicologia ma sconfinava  spesso nell'esoterismo.

I suoi strani comportamenti erano tollerati solo grazie alla sua impressionante preparazione e,  nonostante fosse spesso additato con un bonario sorriso, godeva di notevole fama.

Per questo quella telefonata mi aveva preoccupato, ma non eccessivamente. Un comportamento eccentrico da un personaggio eccentrico, non si trasforma sovente in normalità?

Il bussare forte sull'uscio di casa mi fece capire che l'atteso ospite era arrivato.

Appena aperto il vecchio battente in legno, la faccia bianca e tirata del professore mi fece indietreggiare di un passo.

Entrò veloce nel salotto, ansimando, richiudendo immediatamente la porta dietro di se.

Dio, Dio, Dio. Sono nei guai – Mi disse spalancando gli occhi e fissandomi in cerca di aiuto.

Compresi subito che era a un passo da una crisi isterica e mi affrettai a dirgli di calmarsi. Nel frattempo mi diressi verso l'armadietto degli alcolici per preparare un paio di drink. Sembrava averne urgente bisogno.

Tu non capisci, ci sono riuscito – La voce era alta e stridula, e quando mi girai per dargli il bicchiere pieno di Brandy e Soda, vidi che era scosso da violenti tremiti.

Afferrò il bicchiere con entrambe le mani e lo trangugiò tutto di un fiato poi, spossato, si accasciò sulla prima poltrona che trovò.

Mi spieghi con calma – Gli dissi più tranquillo di quanto non fossi veramente.

- Sa che ero alla ricerca della prova concreta sull'esistenza della vita dopo la morte.

Sorrisi dentro di me. Le solite ricerche a dir poco eccentriche del Professor Imperio.

Si, allora? - lo invitai  a proseguire, tenendo le considerazioni per me.

- Ci sono riuscito.

Smisi di sorseggiare il mio drink e lo fissai.

Cercavo ciò che comunemente è chiamata anima. Mi sono sottoposto a dei trattamenti per riuscire a vederla, per capire di cosa si trattasse. Beh... l'ho vista. -

Il professore si alzò in piedi e iniziò a camminare per il salotto con la testa bassa, come fosse solo nella stanza e stesse ragionando a voce alta - Ora ne sono certo. Dopo la morte diventiamo qualcos'altro. L'ho vista sotto forma di una sagoma nera, deforme, impalpabile. Rispecchia la nostra natura primordiale forse, perché non penso di essere così cattivo. Altrimenti, essendo ancora in vita, potrei avere richiamato qualcos'altro, la vita eterea di qualcuno che...

Lo interruppi – Professore non la seguo più. Si calmi.

Il professore mi si piazzò di fronte e si tolse il soprabito lanciandolo maldestramente a terra. Poi alzò maglione e camicia fino al collo, mostrandomi un ventre grosso e abbondante, biancastro.

Questo andava un po' oltre la comune eccentricità del professore, e per un attimo pensai stupidamente a un atteggiamento omosessuale.

Poi vidi qualcosa emergere dallo stomaco, tirare la pelle, e venire verso di me. Era una mano. Dentro lo stomaco del professore. Usciva di qualche centimetro dal resto del corpo ma i suoi contorni erano evidenti. Sembrava voler strappare la pelle per uscire. Indietreggiai inorridito ma dietro di me c'era una poltrona e ci finii seduto nonostante la mia unica intenzione fosse di allontanarmi più possibile da quell'abominio. Il professore digrignava i denti e sudava copiosamente. Doveva procurargli molto dolore.

Ma... ma... - riuscii solo a borbottare.

- Ho sperimentato direttamente su di me – disse il professore ricomponendosi i vestiti – l'ho richiamata, da... dall'altra parte, ma non so come farla ritornare. Non so come mandarla via. Oh Dio, mi sta corrodendo dall'interno. La sento. Mi sta mangiando, dentro – Il professore camminò, piegato dal dolore, verso la sua poltrona.

Ero incredulo a tutto quello che mi aveva detto e a tutto quello che avevo visto. Cercavo qualche parola di conforto da dirgli, qualche osservazione intelligente e razionale, ma non mi veniva in mente nulla.

Mi limitai ad afferrare il bicchiere e a svuotarlo con un unico sorso.

Il professore continuò – Penso che non possano coesistere nello stesso tempo, il corpo vivente e... quella cosa. Penso... - Si bloccò di colpo, come stesse sentendo una voce lontana. Lo fissai stupito mentre la sua bocca si spalancava e iniziava a vomitare sangue.

Non era scosso da singulti o da conati. Il sangue gli usciva dalla bocca come un fiotto ininterrotto. La faccia gli divenne violacea. Gli occhi sembravano fuori dalla testa, sul punto di esplodere o di staccarsi dalle orbite. Si piegò su se stesso e stramazzò a terra con un pesante tonfo.

Andai subito in suo soccorso, girandolo sul fianco perché non soffocasse nel suo stesso sangue.

Continuava a vomitarlo e presto ne rimasi completamente imbrattato.

Mi domandai come fosse possibile che un corpo umano contenesse tanto sangue. Il flusso rossastro sembrava inarrestabile.

Corsi verso il telefono per chiamare soccorso ma un forte “crack” mi paralizzò sulle gambe.

Quando mi voltai, il professore era supino. Il torace completamente aperto. Sventrato. Pezzi d'intestino e organi volavano intorno.

Penso di aver visto qualcosa, nel torace. L'ombra di un braccio che usciva dal ventre ma non ne sono sicuro. Un qualcosa di nero che si dissipava nell'aria. Un lampo buio nella stanza.

I ricordi sono tuttora confusi e potrei sbagliarmi. Probabilmente ero già sotto shock.

Mi è sembrato che, per un attimo, quella cosa si fosse diretta verso di me ma che poi sia scomparsa in direzione della finestra.

So solo che il corpo del professore cominciò a gonfiarsi davanti a me, come se un enorme siringa stesse pompando troppa aria in una ruota e un'escrescenza aspettasse esplodere.

La massa informe, che fino a poco tempo prima era stato il mio stimato collega, raggiunse quasi il metro di altezza, al centro del mio salotto. Si ruppe silenziosamente, in mille piccoli rumori di ossa fratturate.

Brandelli di pelle e carni furono scaraventati per tutta la stanza, insieme a frammenti di ossa, fasci muscolari e quant'altro un corpo possa offrire.

Un’onda di resti umani, caldi e umidi, mi investì in pieno. Fui colpito con tale violenza che le già incerte gambe non mi sorressero e caddi all'indietro.

Non so per quanto rimasi sul tappeto del salotto, completamente incapace di muovermi.

 Scrivo questo perché nessuno mi crede. Nessuno mi ha mai creduto.

Scrivo questo perché ormai sono rassegnato al mio destino e non ho niente da perdere. Siete voi a essere in pericolo. Forse c'è una cosa là fuori che non è di questo mondo e mi sento più al sicuro qui, tra le mura di questa cella. State attenti voi tutti. E non inoltratevi mai più su sentieri a noi proibiti. Il monito è stato chiaro e le conseguenze inequivocabili: Morte.