[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  
 
Biografia dell'autore

 

 

 

 

Sine Requie

di

Carmine Cantile

 

 

Padre stanno arrivando! Dobbiamo barricarci dentro”.

L’uomo ansimante, visibilmente scosso, aveva sbraitato le parole come un indemoniato.

Un attimo prima aveva fatto irruzione in chiesa, interrompendo il cerimoniale in corso.

Il volto contratto in una smorfia atterrita, i capelli scarruffati e il respiro affannoso non lasciavano adito a dubbi: l’uomo era in fuga da un pericolo imminente.

Subito dopo aveva serrato il massiccio portale intarsiato alle sue spalle, con diverse mandate.

Gli astanti della cerimonia funebre erano trasaliti a quelle parole e, per qualche istante, i pianti e le urla di disperazione delle persone sedute nelle prime fila erano zittiti, per poi riprendere mestamente.

Tuttavia l’uomo, incurante dell’aver interrotto il rituale religioso che si stava celebrando, proseguì la sua folle farneticazione.

“Datemi una mano. Cristo! Non abbiamo molto tempo!”, invitò a pieni polmoni le persone più vicine mentre trascinava alcune panche di rovere, con una determinazione fuori dall’ordinario, dietro il portale.

L’intenzione era di ostruirne quanto prima il passaggio.

Qualcuno, a spintoni, si fece largo fra la folla per andargli incontro, con intenzioni tutt’altro che amichevoli. Guadagnò diversi metri prima che il prelato, intuitone le ragioni, dopo aver invitato i presenti a mantenere la calma, decidesse di fermarlo.

Confabularono fra loro per qualche secondo, prima di avvicinarsi all’individuo in evidente stato confusionale.

“Padre deve credermi... Dobbiamo muoverci…  Loro stanno arrivando!”, farfugliò questi ad alta voce. “Non ci rimane molto tempo”.

Aveva esternato tali parole con una celerità incredibile, senza alzare lo sguardo nemmeno per un istante, mentre sistemava l’ennesima panca dietro al portale, trascinandola a fatica in un tripudio di stridii fastidiosi.

Una raffica di spari si udì in lontananza.

Seguita da un’altra. E un’altra ancora.

Sedici, diciassette colpi sparati in una manciata di secondi, inequivocabilmente esplosi da un’arma di grosso calibro.

Non si era trattato di un conflitto a fuoco, convennero in molti, a giudicare dalla cadenza e dalla provenienza degli spari.

Commenti e pareri discordi si sprecarono negli attimi successivi e, per quanto i dubbi rimanevano tali, di una sola cosa ormai si aveva la certezza assoluta: là fuori si stava consumando qualcosa di molto grosso.

Un’altra raffica ne fu la riprova.

Un’espressione di sconcerto, frammista a stupore, cominciò a dipingersi sui volti dei presenti e, prima che qualcuno potesse prendere la parola per decidere sul da farsi, l’uomo, che nel frattempo non aveva smesso un solo istante di spostare le sedute, riprese a parlare con la stessa concitazione.

Non appena prese la parola, il silenzio distese il suo tetro mantello nell’oblunga navata.

“Per l’amor di Dio... Dovete ascoltarmi… Saranno qui a momenti… É questione di minuti, ormai… Muoviamoci o per noi sarà la fine”.

Latrò con tutto il fiato che aveva in gola, ridestando anche quelle poche persone che, fino a quel momento, non sembravano aver mostrato alcuna preoccupazione per quanto stava accadendo.

Delle urla laceranti, disumane, si levarono dalla strada, accompagnate da un concitato trepestio di passi in fuga.

Poi si udirono altri spari, molto più vicini rispetto alla raffica udita poco prima.

Paragonabile a un fiume in piena, i presenti alla cerimonia debordarono ai lati delle due file delle sedute, sciamando in maniera convulsa verso il portale.

Quello che stava accadendo là fuori aveva rapito totalmente la loro attenzione e, al momento, l’unico in grado di fornire loro qualche spiegazione era l’uomo che, appena qualche secondo prima, aveva rischiato di fare una brutta fine, se il prelato non avesse deciso di prendere in mano le redini della situazione.

L’uomo intanto, ignaro della folla radunata a semicerchio intorno alla sua persona, proseguiva imperterrito nel tentativo di ostruire l’ingresso al luogo sacro.

Solo quando altre braccia si unirono alle sue, trovò un attimo di tempo per riprendere fiato e prestare una minima attenzione alle parole che gli venivano rivolte da più parti.

Ascoltò qualche secondo, poi scrollò mestamente il capo: non aveva intenzione di sprecare tempo per soddisfare le loro curiosità, anche perché dubitava fortemente che lo avrebbero creduto.  

Dinanzi alla sua ostinata reticenza, qualcuno suggerì di controllare di persona cosa stesse accadendo là fuori.

Ben presto altri sposarono il proposito.

Un drappello di uomini si avvicinò con fare risoluto alla catasta di panche, mentre a pochi metri di distanza, il concitato trepestio dei passi in fuga si faceva sempre più insistente.

Richiamava alla mente la tipica calca della ricorrenza patronale che si teneva in paese ogni anno a giugno, quando una fiumana di persone festanti si riuniva in un corteo alle spalle della statua del Santo Patrono portata a spalla dai fedeli.

Con la sola differenza che, questa volta, il corteo non procedeva a passo d’uomo: l’orda umana era chiaramente in fuga da qualcosa.

Non c’erano più dubbi.

Stava accadendo qualcosa di surreale e loro non potevano permettersi di starsene lì, barricati in chiesa, a causa delle folli farneticazioni di uno squilibrato.

“Se conosci il tuo nemico, puoi anche affrontarlo!”, li redarguì con un cadenza raggelante l’uomo, avendone intuito le intenzioni, mentre le altre braccia che nel frattempo si erano unite alle sue proseguivano senza sosta.

“Il problema, però, è proprio questo!”, abbozzò un amaro sorriso.

Noi non conosciamo Loro!”.

Quella semplice frase, pronunciata con un greve tono di rassegnazione, pur racchiudendo l’essenza stessa di quanto si stava consumando là fuori, risultò incomprensibile alla totalità delle persone.

Né tantomeno aveva chiarito nulla di quanto stava accadendo.

“Ma chi cazzo sono questi maledetti Loro?”, bofonchiò un energumeno tutto tatuato dal fondo della navata, dimentico di essere in chiesa, avvicinandosi con fare minaccioso all’uomo a furia di spintoni e improperi.   

 “Aprite! Aprite il portone! Per l’amor di Dio! Aprite questo maledetto portone!”.

La richiesta dal sagrato colse tutti di sorpresa.  

“Vi supplico, aprite questo dannato portone”, proseguì la voce chiaramente incrinata dal pianto, accompagnando le parole con calci e pugni sul massiccio portale intarsiato.  

Il disagio degli astanti crebbe a dismisura.

Diversi sguardi, esterrefatti, si incrociarono a più riprese. L’energumeno fissò il prete negli occhi e, prima che venisse presa una decisione sul da farsi, l’evolversi degli eventi decise per loro.

“O Padre Misericordioso. Stanno arriv…”.

Le urla dell’uomo riecheggiarono immani nella chiesa, riverberandosi a più riprese nella stretta navata.

Il portale vibrò, emettendo un lugubre cigolio, come se qualcosa di molto grosso vi avesse impattato contro con veemenza.

Un surreale silenzio calò nel luogo sacro mentre, all’esterno, dei grugniti selvaggi, accompagnati da inequivocabili segni di lotta, finirono per fagocitare in un baleno le urla strazianti dell’uomo.

Poi sembrò regnare il silenzio.

Soltanto qualcuno, fra i più vicini al portale, fu in grado di percepire uno strano rumore di sottofondo, arcano e familiare allo stesso tempo, impossibile da tradursi in parole.

Per quanto assurdo potesse sembrare, quell’impercettibile gorgoglio richiamava alla mente l’atto della masticazione.

Pochi istanti dopo alcuni rivoli di sangue, filtrando sotto il portale, presero a disegnare di rosso scarlatto la fuga dell’impiantito.

Lo sconcerto fu immenso, ma nessuno trovò il coraggio di proferire una sola parola anche perché, nel frattempo, un incessante stridio di qualcosa che raspava energicamente contro il portale prese a rumoreggiare lentamente, sempre con più insistenza.

L’uomo si portò l’indice della mano destra al naso, facendo segno di zittire, anche se il gesto era del tutto superfluo: il terrore di quanto era appena accaduto aveva mozzato il respiro nei polmoni dei presenti.

Questi annuirono con la testa, come in una scena proiettata al rallentatore, l’attenzione totalmente rapita da quel raspare aritmico, sincopato, del tutto simile al rumore di artigli adunchi sfregati su un vetro.

“Sono qui fuori”, sibilò l’uomo con un filo di voce, additando il portale alle sue spalle.

“Se restiamo in silenzio abbastanza a lungo, potrebbero decidere di andarsene. Ma dubito possa accadere una cosa del genere… A meno che non vengano distratti da altri noi”.

Un brivido danzò sulle schiene delle persone più vicine, quelle che erano riuscite a udire quelle parole appena bisbigliate.

“Al momento sono in pochi, credo. Ma potrebbero arrivarne altri da un momento all’altro”, proseguì a bassa voce mentre allontanava l’orecchio dal freddo massello.

“Devono aver fiutato la nostra presenza. Ora non ci resta che…”.

 L’improvviso schianto alle loro spalle fece trasalire tutti all’unisono.

Al di là del portale, il raschiare frenetico crebbe a dismisura, accompagnato da un abietto vocalizzo indescrivibile. 

Qualcuno urlò, dimentico di quel che era appena accaduto. Ma fu ben poca cosa rispetto alle grida che si levarono appena un istante dopo.

Quando si voltarono verso l’altare compresero che l’orrore che si parava dinanzi ai loro occhi era molto più grande di quanto le loro più fervide fantasie avevano elaborato in quei pochi, interminabili minuti.

Ben al di là di qualsiasi immaginazione.

Loro erano già lì.  

L’uomo issatosi dalla bara appena scoperchiata, con le braccia protese in avanti come in un abbraccio e una folle espressione ferina sul volto, caracollò grottescamente verso la propria vedova.