Terrore sul treno
di
Simone Gentile
“Ho sonno” il lamento della ragazza arrivò alle orecchie
di Pietro come un graffio sulla lavagna.
“Dai resisti ancora un poco e potrai sonnecchiare sul
treno”
All’alba, la stazione Ostiense, era deserta e
silenziosa; una cosa insolita per una stazione dei
treni.
“Era proprio necessario prendere il treno così presto?”
una punta di rimprovero nella voce di Sarah.
“Lo sai che i biglietti ci sono costati meno così,
perché insisti?
Piuttosto prendi la tua valigia e salta su. Sono carico
come un mulo e me la sto facendo sotto”
Erano arrivati di fronte alla prima carrozza e Pietro,
stufo di portare anche il trolley di Sarah aveva
lasciato platealmente il bagaglio di fronte alla porta
automatica.
“Ti ho detto che ho sonno, non ho voglia di portare
quella stupida valigia e...”
Pietro la interruppe “beh, io salgo, fai un pò te. Ho un
disperato bisogno del bagno”
Detto questo salì sul treno e andò ad occupare il primo
posto libero.
Mentre sistemava i bagagli in tutta fretta, alle sue
spalle sentì il movimento lento ed esasperante di Sarah
che trascinava il suo piccolo trolley come fosse stato
un macigno.
“Contento? Ora ti prego di lasciarmi dormire senza
rompere con le tue storie” infilò le cuffie e chiuse gli
occhi.
Pietro rimase un secondo a rimirarla.
Le
belle gambe incrociate, abbronzate e sode, stavano tese
sul sedile di fronte. Gli shorts beige decisamente lisi
le stavano a pennello e la maglietta bianca le risaltava
le forme abbondanti.
Uno spettacolo.
Finito di sistemare i bagagli decise di cercare un
bagno.
Sarah aprì un occhio solo per dirgli “Se devi farla
grossa non farti beccare”.
Il
treno era vuoto e silenzioso.
Pietro proseguì per un lungo tratto, superando tutta la
seconda carrozza, prima di trovare il primo bagno.
Il
sollievo di aver trovato quanto agognato fu sovrastato
dal tanfo indicibile che proveniva dalla toilet. Gli ci
volle un mezzo secondo per capire che avrebbe tirato
dritto fino alla prossima meta, al costo di farsela
addosso.
Con una certa fretta proseguì il cammino superando anche
il terzo vagone.
Nel passare oltre la porta automatica divisoria dei
vagoni, Pietro si imbattè in un uomo steso a terra.
Stava lì, in mezzo al corridoio, calvo come una palla e
con indosso una maglietta di un blu elettrico
sfavillante.
Pietro era in procinto di lanciarsi in soccorso
dell’uomo non fosse stato per la larga pozza di sangue
in cui era riverso.
Inorridito, fece solo un passo in avanti “Signore si
sente bene?”
All’udire la voce di Pietro l’uomo alzò di scatto la
testa e puntò due orbite bianche e vuote nella direzione
della voce.
Pietro non riuscì a trattenere un urlo.
La
faccia dell’uomo era per metà tinta di rosso sangue e
per l’altra metà lacerata da una ferita orribile. La
pelle penzolava, gocciolando sangue denso.
L’uomo, il mostro, iniziò ad alzarsi con fare lento e
minaccioso.
Pietro non riusciva a muovere un muscolo. Era
completamente ghiacciato dalla visione orribile davanti
a se.
Il
mostro cominciò ad avanzare nella sua direzione e Pietro
sarebbe rimasto sicuramente ipnotizzato dall’incedere
penoso dell’uomo se questi non avesse lanciato
contemporaneamente un ringhio cupo e disarticolato.
Riuscì a scuotersi quel tanto che bastava a girare i
tacchi e scappare nella direzione opposta.
Nel correre via da quel incubo improvviso, il suo
pensiero andò più veloce delle gambe andando a
raggiungere la sua amata Sarah, ignara del pericolo.
Percorse i due vagoni che lo separavano da lei come un
fulmine.
Non si permise nemmeno uno sguardo intorno per capire
meglio la situazione, per calmarsi.
No, andò avanti fino a vedere Sarah di spalle. Ascoltava
immobile il suono cullante delle sue cuffiette.
Pietro l’afferrò per le spalle e la scosse con forza.
“Sarah, sveglia, dobbiamo andar via subito”
“Ehi, ehi, che cazzo ti prende? Sei ammattito?”
Lei cercò di divincolarsi dalla stretta di Pietro. Le
faceva male e al contempo la faceva preoccupare. Non
l’aveva mai visto così agitato.
“Non ho tempo di spiegarti vieni” la strattonò per il
polso costringendola ad alzarsi e a seguirlo lungo il
corridoio.
Arrivati di fronte al bagno nauseante, Pietro non vece
caso alla porta semi aperta da dove, oltre al tanfo, si
intravedeva la sagoma di una donna con la gola
squarciata.
“Che cazzo ti prende? Mi vuoi spiegare che c’é? Smettila
di tirare”
Pietro si girò per zittirla quando vide la donna
orribilmente sfigurata cercare di ghermire la sua
ragazza. Diede uno strattone ancor più forte al braccio
di Sarah e ottenne il risultato da un lato di togliere
la propria amata dalle grinfie del mostro ma dall’altro
perse l’equilibrio e si ritrovò sbalzato dal treno. Con
il sedere sulla banchina non poté far altro che
assistere al massacro. Le porte automatiche, per un
bizzarro scherzo del destino, si chiusero tra Pietro e
Sarah.
Un
tempo indefinito quello in cui, a porte ormai chiuse,
cinque figure si assieparono intorno alla ragazza.
Ognuna di esse prese Sarah contendendola agli altri. Poi
i morsi, i graffi e il sangue copioso spruzzato sul
vetro del treno.
Pietro, non reggendo a quella visione mostruosa, tentò
di fuggire; solo fuggire, lontano.
Superò di slancio il binario 4, quasi saltando da una
banchina all’altra.
Intorno a se la stazione sembrava ancora deserta, priva
di vita, ma mancava poco perché una donna barcollante
catturasse il suo sguardo fugace.
Lo
squarcio, proprio in mezzo al petto della donna, come un
fiore rosso che sbocciava prorompente e violento, lo
distrasse quel quanto che basta dal farlo inciampare e
rovinare a terra.
Pietro si girò dolorante e incredulo. Il treno in sosta
era costellato da tracce di rosso sangue sui vetri e
lungo le fiancate. Cominciò a sentire le urla della
città di Roma che si svegliava all’inferno.
“Dio fa che sia solo un sogno” pensava mentre un
mostro senza gambe lo abbracciava famelico e affondava i
denti freddi nella gola “e non un dannato incubo”.