-
-
Tra Purgatorio e Inferno
di
Seltsam
“Bookovsky, guarda come s’è ridotto quel cornuto d’un
Bardamu!” sbotta in direzione del barista il vecchio
habitué, strappato dai suoi pensieri al malto e luppolo da
un diverbio che va degenerando in rissa.
“Perché non dici invece ch’è stato un cazzutissimo dottore,
il meglio che ci abbiamo avuto qua da noi” ribatte distratto
Bookovsky.
“Anche se devi ammettere che un alcolizzato lo è sempre
stato.”
“Mah, sarà per questo che l’han cacciato a calci in culo
dal… dal… come si dice... dall’ordine dei dottori. Ma mica
che ci hanno mandato un sostituto! Al comune se ne sbattono
di noi qua in periferia. Al comune…”
“Ma che comune e comune! Hai altri problemi, ora. Se non la
fermi, quella belva d’una femmina gli cava gli occhi… a meno
che il mediconzolo non se la stupri prima, la tua
Elizabeth.”
“Elizabeth? Non me la sciupa mica quella primula tra le mie
donne!” brontola tra se e se Bookovsky il quale, solo quando
sente il nome della rossa, si risveglia dal letargo,
affamato e nervoso come un orso a primavera. Si arrampica
oltre il bancone, si butta sull’ubriaco, gli forza una mano
dietro la schiena e lo allontana dalla protetta: “Che cazzo
combini, cornutaccio?”
In cerca d’aiuto, Bardamu occhieggia supplichevole verso le
sue prezzolate compagne. Mentre una delle prostitute gli
allunga divertita un boccale di birra, le altre dame di
cortesia, che non comprendono gli eccessi della nuova
arrivata, cercano di rabbonirla.
La rancorosa signorina, tuttavia, non si lascia mitigare.
Con il volto rigato da capillari scarlatti e gli occhi verde
cobalto iniettati di sangue, incita il barista a cacciarlo,
facendo leva sui suoi doveri di datore di lavoro: “Che
magnaccia del cazzo sei, se non mi levi dai coglioni i
rompiballe-senza-soldi come questo!”
Il barista, indeciso sul da farsi, osserva con sguardo dolce
la fiera donna. Poi, con apprensione, si volta verso Bardamu
che a malapena si regge in piedi. Sforzandosi di suonare
comprensivo gli chiede: “Dai, Bardamu, che gl’hai detto a
‘sto bocciol di ragazza?”
“Io le ho sciolo…” Si interrompe per vuotare la birra. “Le
ho solo disc’chiarato il mio amore sc’confinato e la mia
icno… inco… incondizionata de-de-dedizione” declama,
lottando con la lingua che non vuole obbedire, e conclude in
bellezza con una boccaccia e un conato di vomito.
“Che cazzo dice! M’ha chiamato sozza baldracca e m’ha
infilato la mano tutta sudata sotto il corsetto, il figlio
di puttana!” controbatte infuriata Elizabeth, squadrando il
piccolo spasimante che quasi scompare dietro alla figura
massiccia del barista. Per quanto si sforzi, Bardamu non
riesce a divincolarsi dall’inflessibile presa del suo
sorvegliante, allora si gira come può verso Elizabeth e da
lontano le getta addosso il boccale vuoto, mancandola di
poco. Lei si alza di scatto e con movimenti marziali gli va
addosso. Guardandolo dritto in faccia, tira su del catarro
col bel nasino ricoperto di lentiggini, piega le labbra
sottili in una smorfia e gli sputa il suo disprezzo dritto
in bocca. Così Bardamu viene congedato nella fredda notte.
Non appena la porta si chiude alle sue spalle viene
inghiottito da una nebbia pesante, tanto densa che già non
vede più la bettola. Vede solo poche luminescenze lontane di
cui non riesce a stabilire la sorgente e che gettano su di
lui una sinistra luce. Solo la sua persona viene debolmente
illuminata mentre tutto attorno a lui è nero come la
miseria. Più per istinto che per giudizio, si dirige lungo
la strada che lo dovrebbe condurre in poco tempo a casa.
Tuttavia di tempo ne passa molto, o almeno così giudica in
base alla spossatezza delle sue membra, e non è ancora
giunto a destinazione. Corruccia la fronte, si massaggia le
tempie, si gratta lo scroto, ma per quanto s’impegni non
riesce a scovare alcuna soluzione tra le pieghe etiliche
della mente. Si è perso, anche metaforicamente: non sa più
dov’è, dove vuole andare, né tantomeno il perché. Si
metterebbe anche a dormire per terra, ma, non sapendo
nemmeno, se si trova sulla carreggiata o su un marciapiede,
preferisce cercare un riparo prima di cedere al sonno e
all’alcol. Il compito si dimostra più difficile del
previsto: tutto è piano e regolare, nessun gradino a
indicare se sta vagando su una strada molto larga o su un
marciapiede inverosimilmente ampio.
“Non ce ne sono di spiazzi così grandi nel mio quartiere…”
ragiona. “Forse non sono ancora arrivato da nessuna parte
perché mi muovo in cerchio. Faccio passi più lunghi con una
gamba che con l’altra… Provare a controllare la lunghezza
dei passi… alcolizzati… Impossibile… Devo per forza mettermi
carponi e camminare come un cane” constata genialmente e si
lascia cadere sulle ginocchia. Il duro atterraggio gli mozza
il respiro. Ripresosi, appoggia le mani davanti a se. Quindi
alza una mano e la sposta in avanti, poi sposta il ginocchio
opposto. Sposta l’altra mano, l’altro ginocchio e via di
seguito. Se possibile, è ancora più lento e insicuro di
prima e mantenere quell’andatura rende presto il dolore alle
ginocchia insopportabile. Tenta di rimettersi in piedi, ma
fallisce. Non riesce nemmeno a staccare contemporaneamente
le mani da terra. Così continua a trascinarsi, sempre più
fiacco, sempre più scoraggiato. Con ogni movimento cresce la
convinzione che quella bettola, ricordo ormai vago,
nient’altro fosse se non il purgatorio e che lui, misero
come sempre, si fosse giocato l’ultima possibilità di
salvezza e fosse caduto irrimediabilmente in un desolato
inferno.
Al solo pensiero lo coglie un’angoscia quasi religiosa e le
prime lacrime gli bagnano le guance paonazze. Vaglia
l’ipotesi di mettersi a urlare, nella speranza di
raggiungere qualche orecchio insonne. Cercando di
concentrarsi, valuta i pro e i contro quanto si rende conto
che nella sua condizione è meglio non raggiungere alcun
orecchio: fosse finito effettivamente in un qualche girone
infernale, a quale demone potrebbe mai appartenere
quell’orecchio?
“Io che mi scontro con dei demoni… saranno mica terribili
come mia moglie?” pensa e sul volto arrossato si delinea un
sorriso incerto. Dal sorriso nasce una risata che si fa
subito sguaiata. A breve, lo scuotono convulsioni isteriche
che gli attraversano tutto il corpo come flussi e riflussi
ondosi, finché un colpo secco gli spacca i denti, ponendo
fine all’accesso nevrotico. Tuttavia, anche il dolore più
abbacinante scema, anche le lacrime più dense colano via, e
per quanto ciò non gli aggradi, Bardamu scivola indietro
dallo stato di semi-incoscienza alla realtà. La prima cosa
che vede è un miscuglio rossastro di sangue, pezzetti di
pelle e denti frantumati sulla punta di una scarpa di cuoio
finemente rifinita, in parte nascosta da una gonna di seta
nera orlata con merletti dorati.
Mentre, a stento, rimugina sulla presenza di una donna così
elegante in quel lurido quartiere, lo raggiunge uno schiaffo
che lo strappa dallo stato di torpore: bruscamente stacca le
mani da terra, raddrizza la schiena e appoggia il culo sui
talloni, leggermente rivolto in avanti, come per offrire il
viso alla donna che lo domina. Con notevole sforzo reprime i
conati che il repentino cambio di posizione provoca. La
vista gli si annebbia. Attraverso il liquido viscoso che gli
ricopre gli occhi intravede dei capelli rosso acceso che
ondeggiano come serpenti eccitati attorno a luminosissime
iridi verdi. Strizza ripetutamente le palpebre e sebbene non
riesca a mettere completamente a fuoco il viso, riconosce
Elizabeth, l’avvenente giovane che aveva incontrato quella
sera stessa e alla quale, frainteso, aveva giurato eterno
amore.
“ Che combinazione, cornutaccio! Dì un po’, non sei contento
di vedermi?” lo interroga. Bardamu, perso nello sguardo
ipnotico della donna, deglutisce senza riuscire a produrre
alcun suono. Lei lo incalza battendo ritmicamente la punta
della scarpa sulla pozza formatasi sotto la sua bocca
sanguinante. Infine è di nuovo lei a rompere il silenzo: “La
mia bellezza ti lascia senza parole? Non avrai mica paura di
farmi dei complimenti? Attento che la vigliaccheria non
paga, codardo!”
“I… i t-tuoi capelli…” Inspira profondamente e riprova tutto
d’un fiato: “I tuoi capelli vermigli sono serpi voluttuose
che incoronano il tuo bellissimo volto da Gorgone. I tuoi
occhi…”
Elizabeth lo tronca: “Se non mi dai del Lei, ti pietrifico,
coglione.”
“I tuoi occhi…” non fa in tempo a dire sottovoce il confuso
dottore che la bella lo punisce con uno schiaffo
violentissimo. Lui prova a difendersi con le braccia, che
però rimango inermi, stese lungo i fianchi. Non può
contrarre alcun muscolo. Non riesce neanche ad abbassare le
palpebre: con gli occhi spalancati fissa la furia rossa,
mentre questa lo percuote senza pietà. Vede il suo volto
sudare. Vede le vene gonfiarsi lungo le tempie. Vede la bava
scenderle da un angolo della bocca. Vede le labbra
discostarsi per lasciar uscire gridolini di piacere che si
vanno a sovrapporre ai suoi lamenti, mentre gli schiaffi gli
lacerano la pelle, gli maciullano lo strato adiposo, quello
muscolare e mettono in bella vista le ossa mascellari e le
arcate dentarie. La coscienza lo abbandona solo quando una
ginocchiata gli spacca il setto nasale.
Bardamu si risveglia di colpo, madido di sudore. Solleva di
poco la testa e si scorge addosso il suo accappatoio
sdrucito. In qualche modo deve essere arrivato a casa.
Adagia nuovamente la testa sul cuscino e, come d’abitudine,
cerca di ricostruire la serata. Ricorda di essere uscito per
recarsi alla solita osteria e ricorda di come si sia
ritrovato all’improvviso in un incubo spaventoso, tanto
lucido da sembrare reale. Tutti i passaggi intermedi gli
mancano. Solo di una cosa è certo: chiunque incontrasse,
questo gli dava del cornuto. Con tale pensiero da commediola
rosa anni settanta, si tira su e, lentamente, si dirige al
cesso. Una volta nel loculo si volta verso lo specchio e si
scopre il viso ancora più congestionato del solito, come se
le profonde occhiaie e le vecchie rughe fossero in fiamme.
Senza chiudere la porta si cala le brache del pigiama, si
alza l’accappatoio e si siede. Non riesce a pisciare. Si
sforza, ma prova solo una tremenda fitta al basso addome. Il
pene oramai non gli serve più nemmeno per quello, pensa.
Pensa a questo e pensa alla sua vita, pensa a dove è andato
a finire, dolorante, con le brache calate e il pene in mano.
Inizia a piangere e piangendo si rivolge a sua moglie:
“Perché, Elizabeth?”
Lei che l’aveva osservato per tutto il tempo dalla sua sedia
in cucina si alza e con voce catarrosa gli urla: “Finalmente
l’hai capito, finocchio!”
“Capito cosa, puttana?”
“Che sei un cornuto. È tutta la notte che non fai altro che
ripetere: cornuto, cornuto, cornuto” replica ridacchiando.
“Cornuto… Ma quando? Con chi?” Bardamu si ripiega su se
stesso e ripercorre l’incubo appena finito alla ricerca di
qualche altro segno premonitore. Non appena si rende conto
di conoscere la risposta, drizza di scatto la testa in
direzione di sua moglie. “Con… Bookovsky? Con il mio unico
amico? Perché proprio con lui?” chiede, esaminandola con
attenzione nella speranza di cogliere sul suo volto se non
proprio segni di pentimento, almeno di compassione. La
speranza svanisce quando vede i lineamenti della moglie
deformarsi diabolicamente.
“Tutto qua? Questo è tutto quello che vuoi sapere, ometto?”
lei scoppia. “Non hai nient’altro da chiedere? Allora la tua
anima è ancora più piccola del tuo piccolo corpo. Che spreco
di spazio! Non ti sembra ingiusto occupare tutto questo
spazio? Devi rimpicciolirti! Devi diventare ancora più
PICCOLO, PICCOLO, PICCOLO…” inveisce dirigendosi verso di
lui con fare marziale.
Bardamu, oppresso da un’angosciante sensazione di dejà vu,
temendo pene ancor più atroci, ubbidisce all’ordine
perentorio e si ritira come un cazzo in preda al panico.
Tale è la paura di sua moglie che gli bastano pochi secondi
per restringersi al punto da non reggersi più sulla
gigantesca tavola del cesso. Quando le mani sudate perdono
la presa, cade dentro la tazza. L’ultima cosa che vede,
prima di venir risucchiato nella cloaca infernale, è la mano
di Elizabeth che tira lo sciacquone.
|