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Biografia dell'autore

 

 

 

 

Voce di popolo, voce di Dio

di

Andrea Polini

 

 

Campagna ungherese, autunno 2005

 

Erano quasi le diciassette. Il custode chiuse il cancello del piccolo cimitero, poi, infagottato in un pesante cappotto scuro, inforcò la bicicletta e si avviò lungo la stradina che porta al paese. Di lato alla stradina, colline coperte da un soffice manto di neve fresca risaltavano nell’oscurità.

Dal deposito degli attrezzi, dove si era nascosto, il sindaco Jozsef aveva visto il custode avviarsi verso il cancello. Poco dopo, sicuro ormai di essere rimasto da solo nel cimitero, aprì la porta socchiusa del deposito. Uscì fuori, portando con sé il sacchetto di juta che si era portato da casa e una pala che aveva preso tra gli attrezzi del becchino. Nel sacchetto vi erano un martello, un piolo di frassino e un crocifisso, ciò che Jozsef sapeva essere utile per distruggere un vampiro. Infatti, una settimana prima era morta in un incidente automobilistico una donna del posto, di nome Zorka, e da un paio di giorni circolavano in paese strane voci su una terrifica apparizione della morta, che nottetempo avrebbe tentato di portare via con sé un bambino di due anni che dormiva nella sua cameretta. Il piccolo era stato salvato dall’intervento dei genitori, svegliati dal pianto del piccolo. Gli stessi genitori avevano poi riferito alle autorità ciò che, secondo loro, avevano visto. Il popolo, a quel punto, si era ricordato di ciò che accadde trent’anni prima, quando Sandor, nonno materno di Zorka, pochi giorni dopo la sua morte avrebbe dissanguato tre ragazze che abitavano nelle campagne vicine. Ai tempi fu deciso di disseppellire il cadavere e, se nel caso, piantargli un  paletto nel cuore, ma quando venne scoperchiata la bara, questa risultò misteriosamente vuota. Vi furono altre tragiche morti nei paraggi, allora si riunirono le streghe locali, che celebrarono un incantesimo per impedire al vampiro di nuocere. Da quel momento, nessuno è stato più molestato da Sandor. Il suo corpo, comunque, non fu mai ritrovato. Ora, dopo il fatto del bambino, il popolo chiedeva il disseppellimento di Zorka. Jozsef si era opposto al probabile scempio del cadavere che avrebbe perpetrato la sua gente. Era un sindaco del ventunesimo secolo, non poteva permettere che un paese avviato faticosamente verso la modernità compromettesse la propria reputazione con una barbarie figlia della superstizione medievale. Tuttavia, era anche un figlio di quel popolo superstizioso, e aveva deciso di saperne di più sulla diceria che riguardava Zorka. Così, con l’animo lacerato tra moderna razionalità e terrore superstizioso, si avviava alla tomba di Zorka, una tomba nella nuda terra, vicino il muro perimetrale del cimitero, dal lato che confina col bosco. Ormai, aveva preso la sua decisione. Avrebbe scavato la tomba, e disseppellito il cadavere. Doveva farlo ora, anche se il tramonto era imminente, perché soltanto dopo che il custode chiudeva il cimitero, la sera, era sicuro di poter agire non visto da nessuno. Certo, avrebbe preferito agire al mattino, dopo il sorgere del sole, ma avrebbe avuto assai meno tempo a disposizione, e maggiore sarebbe stato il rischio di venire scoperto dal custode o da qualche visitatore mattiniero. Eventualità, pensava, che quasi certamente avrebbe posto fine alla sua carriera politica.

Raggiunse la tomba, un tumulo estremamente semplice, soltanto una croce di legno con inciso il nome della defunta e le sue date di nascita e di morte. Anche la tomba di Zorka, come tutte le altre tombe nel prato, era coperta da un soffice strato di neve. Jozsef appoggiò il sacchetto di juta in terra, accanto alla tomba, poi con la pala tolse il manto di neve che copriva il terreno, e iniziò a scavare. La terra era stata resa morbida dalle abbondanti piogge del mese di ottobre, prima che con i primi grandi freddi arrivasse la neve, ma gli occorse comunque una ventina di minuti di lavoro ininterrotto per riuscire a vedere il coperchio della bara. Si rese conto da subito che da solo non ce l’avrebbe fatta a tirare fuori la bara dalla fossa, allora decise di forzare il coperchio direttamente laggiù, in fondo alla tomba. Dette un’occhiata all’orologio che portava al polso, e poi al cielo, dove spiccava la sottile falce della luna calante. Aveva paura, non poteva negarlo a se stesso, perché tutte le leggende che conosceva riguardo i vampiri narravano che queste creature divengono pressoché invulnerabili dopo il tramonto. Però, si disse, non poteva proprio agire in un’ora diversa. Non gli rimaneva che sperare che tutto andasse per il meglio. Con la solida pala, ad una ad una riuscì a forzare le viti che tenevano chiuso il coperchio della bara. A questo punto gettò la pala fuori dalla fossa, accanto al sacchetto di juta, poi, con le braccia che un po’ gli tremavano per la tensione nervosa, sollevò il coperchio. Zorka era lì, nell’abito chiaro con cui era stata composta. Era passata una settimana dalla sua morte, ma Jozsef non riuscì a notare sul viso o sulle mani alcun segno di incipiente decomposizione. Il cimitero era illuminato soltanto dalla flebile luce della luna calante e dai ceri votivi, ma era assolutamente certo di non sbagliarsi, e si spaventò. Aveva sempre sentito dire che in questi casi ritrovare il corpo incorrotto è indice di sospetto vampirismo, inoltre…ma forse era soltanto frutto della suggestione, gli sembrò di scorgere un fremito nelle palpebre di Zorka. Sempre più intimorito, uscì dalla fossa, poi prese il sacchetto di juta che aveva appoggiato accanto alla tomba. Tirò fuori il martello e il piolo di frassino. Si disse che doveva farsi coraggio, e compiere il rito che tante generazioni della sua gente avevano compiuto. Doveva farlo, perché, così pensava, avrebbe reso la pace alla morta, se davvero era un vampiro, e avrebbe messo al sicuro il paese. Quando, però, tornò a posare lo sguardo su Zorka, la sua risolutezza svanì in un istante, per lasciare spazio al puro terrore. Ora Zorka aveva gli occhi spalancati…se occhi si possono definire i due neri abissi fiammeggianti che le riempivano le orbite. Jozsef, vinto da una paura incontrollabile, lasciò cadere a terra il martello e il piolo, e fuggì da quella scena di orrore. Salì, correndo a perdifiato, i pochi gradini di marmo della scalea che porta alla zona più alta del cimitero, dov’è il cancello. Per un attimo gli parve che tutti i lumini votivi si fossero spenti e subito riaccesi, ma ormai non era più sicuro di ciò che i suoi occhi vedevano. Si voltò per controllare se Zorka lo avesse seguito, ma non vide nessuno. Aveva intanto raggiunto la parte più alta del cimitero, e stava avvicinandosi al nero cancello di ferro. Si voltò nuovamente, e ancora non vide nessuno. Finalmente, pochi istanti dopo raggiunse il cancello. Subito abbassò la maniglia per aprirlo, ma inutilmente. Il custode l’aveva chiuso a chiave. Disperato, maledicendo se stesso per aver voluto affrontare da solo l’ignoto, cercò di arrampicarsi sulla grata per scavalcarlo. In quel momento, vide sulla stradina che porta al paese un uomo altissimo, che indossava uno sdrucito abito marrone da contadino. L’uomo aveva la testa coperta da un triste, largo cappello dello stesso colore del vestito. Era apparso dal nulla sulla stradina, come fosse spuntato dall’oscurità dei boschi circostanti. Vinto dalla paura, a Jozsef mancò la forza nelle braccia, e ricadde a terra.

<S…Sandor…> balbettò, riconoscendo nella figura imponente del vecchio contadino il nonno di Zorka, morto trent’anni prima, quando lui era poco più di un ragazzo.

<No!> gridò poi, come per cercare di svegliarsi da un terribile incubo.

Fece due passi indietro per allontanarsi dal cancello. Barcollava, perché ora il terrore l’aveva quasi paralizzato. Con le spalle urtò qualcosa di una consistenza indefinibile, simile alla pietra, ma stranamente diversa. Si voltò. Zorka gli stava di fronte. Ogni sua speranza annegò nei fiammeggianti abissi neri degli occhi di lei. Nella sua mente delirante avanzò un’ultima certezza: i vampiri esistono davvero. Ora sarebbe diventato uno di loro.