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Biografia dell'autore

 

 

 

 

L’importanza della Puntualità

Di

Eleonora Della Gatta

 

  

 Come al solito ero in fottutissimo ritardo per la cena, mi sarei dovuto sorbire l’ennesimo straziante sermone di mia madre, coadiuvata dal supporto fisico di mio padre che agiva ai miei danni solo per non sentir deviata la filippica su di lui circa il modo più corretto ed efficace per educare un figlio ribelle.

Voti bassi a scuola, questa la mia colpa. Per pura pigrizia, non di certo per mancanza di materia grigia.

Perché applicarsi al liceo su una formazione imposta della quale sono interessato al 20%?

Avrei pensato ad impegnarmi all’università, dedicandomi solo alla chimica, la mia grande passione.

Ma mia madre non afferrava la praticità del mio discorso, lo interpretava come una mancanza di serietà.

Mi pareva di sentire la sua voce querula: “Non hai obbiettivi, sei uno sfaccendato. Lo sai che l’accidia è un peccato capitale? Verrai punito per questo”.

Un po’ mi faceva pena, vittima di una rigida educazione cattolico-moraleggiante, sempre pronta a scorgere il peccato dietro ogni gesto.

Vidi l’autobus fermarsi a sei metri da me. Cercai di affrettare il passo, rallentato dalle mie funeste elucubrazioni. Se lo avessi perso per me sarebbe stata la fine, mia madre avrebbe posto il veto a tutta la mia vita sociale. Feci in tempo per un pelo, entrai ansante e sudaticcio.

«Sicuro di voler salire?», mi disse il conducente scrutandomi con un’espressione enigmatica, un misto di disgusto e odio.

Confuso, feci un cenno d’assenso col capo e andai a sedere nell’ultima fila.

Sicuro di voler salire? Che razza di domanda era mai quella? Che l’autista fosse uno squilibrato?

Mi guardai intorno incuriosito, la vettura era pressoché vuota. C’era un signore sulla sessantina, due ragazze che si fissavano mute e una donna con in braccio un bambino piccolo.

Mi accorsi improvvisamente della strana atmosfera che regnava: immobilità e attesa.

Nessuno proferiva parola, a guardar bene quasi trattenevano il respiro, cristallizzati in pose innaturali.

Rimasi interdetto per alcuni minuti con lo sguardo puntato  sulla lugubre compagnia, cercando di focalizzare i miei pensieri.

Osservai la strada scorrere veloce oltre i finestrini. Sembrava il solito tragitto eppure c’era come un dettaglio fuori posto, una minuzia che stonava, ma che non riuscivo ad afferrare.

Cominciai ad agitarmi, indubbiamente qualcosa non andava.

Forse l’autista stava tenendo in ostaggio i passeggeri, come in “Speed”, e questi non potevano parlare. Forse avevamo tutti una pistola puntata contro. Che si fosse trattato di semplice fantasia a briglia sciolta o di un’effettiva minaccia era comunque meglio scendere.

Mi alzai di scatto e corsi verso il conducente, ma nello stesso istante l’autobus accelerò d’improvviso facendomi perdere completamente l’equilibrio. Con estremo orrore lo vidi puntare dritto verso il fianco di un grosso  edificio.

Urlai terrorizzato a pieni polmoni.

Solamente io.

Nessuno sembrava farci caso, erano rimasti tutti esattamente nella stessa posizione.

L’impatto fu…

Non ci fu.

L’autobus, contro ogni legge fisica, passò attraverso il muro.

Rimasi pietrificato, totalmente sconvolto. Mi alzai con molta cautela, stordito e incredulo, quasi propenso ad affermare che fosse solo un sogno, che fossi in preda a delle visioni causate dalla caduta.

Una cortina di fumo rosso lambì i contorni dei finestrini, a questa si accompagnò un rancido odore di putrefazione che m’infiammò le narici, provocandomi un conato di vomito.

«Ma che diavolo…», le parole mi morirono in bocca.

Privato di ogni volontà scrutai l’esterno. Oltre i vapori cremisi il mio sguardo agguantò una figura, l’orrore s’impresse sulla mia retina. Come fosse la rappresentazione del peggior Caronte, quell’essere antropomorfo, metà uomo metà animale, muggiva come un toro inferocito, frustando con violenza le anime che si ammassavano nei suoi pressi.

C’era calore, c’era tormento, c’era desolazione.

I passeggeri si destarono dall’apatia e cominciarono a sfilare composti, come in una processione, rasseganti al funebre soggiorno.

«Scendi», sibilò perentorio il conducente.

«Scendere? Per andare dove?», di certo quel luogo assurdo non sarebbe stato la mia fermata.

«Per andare all’Inferno ragazzo», annunciò la sua voce cruda.

«L’Inferno?», balbettai in preda allo sgomento. «Io non sono nemmeno morto».

«Per questo ti avevo chiesto se fossi sicuro di voler salire». I suoi occhi fiammeggiarono cupi, indicando l’uscita. Le portiere rimasero aperte per me.

«Ora puoi solo scendere».