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Biografia dell'autore

 

 

 

 

L’Ipè divoratore

di

Simona Carlini

 

 

Oggi ci sono parecchie nuvole, sospese, distanti tra loro, anche se per poco. Presto saranno un ammasso grigio/ nero, e presto il cielo sarà di un colore uniforme, senza increspature, che saturo, maturo, si lascerà andare, smanioso com’è di tornare pulito. È certo.

Ho passato settimane a chiedermi quanto ci mettessero i ricordi a precipitare, a restituirci un cielo immemore. Settimane infinite.

Oggi non sono andata a scuola. Di nuovo. Ma mia madre è andata al lavoro tranquilla. Perché oggi è diverso: sto bene, finalmente. Ho trovato la più banale delle scuse: crampi. Quel mal di pancia mensile che proprio non mi fa stare in piedi. Prenderò una camomilla e resterò a letto a studiare, se riesco, le ho detto, mentre lei sembrava salutare con un sorriso di sollievo l’origine del mio malessere. Sarà poca cosa, ma quell’accenno di sorriso me l’ha restituita per un attimo.

Non sono mestruata. Sono in forma, non mi sono mai sentita meglio. Il mio ventre è rilassato come ogni altra parte di me. Appena ho sentito la sua auto allontanarsi mi sono precipitata in bagno a prepararmi. Oggi lui viene. Gli ho dato appuntamento per le nove digitando il suo numero per intero. Abbiamo la casa per noi, e tempo, molto tempo, gli ho comunicato. Lui era incredulo. Ha balbettato qualcosa prima di chiedermi: davvero? Gli ho risposto che non ho pensato ad altro negli ultimi giorni, tagliando il suo sospiro compiaciuto con la sola pressione del pollice.

Ho fatto la doccia troppo calda, ora la mia pelle è un po’ arrossata. Afferro la crema-corpo che mia madre mi ha regalato settimane fa, parecchie settimane fa. Non mi odiava allora. Mi aveva detto che per mantenere la pelle giovane bisogna curarla anzitempo, che la mia pelle vellutata, senza pecche, è un suo lascito. Ora leggo il disgusto nei suoi occhi appena cadono accidentalmente su ciò che i miei abiti lasciano scoperto.

Perché mi hai fatto questo? Prima non eri così. È perché mi sono separata da tuo padre?  Almeno tu un padre ce l’hai, cosa dovrei dire io che non so niente del mio? Aveva urlato prima andare a rinchiudersi in camera piangendo.

Vado verso il letto, nuda. Tenendo il flacone all’altezza del viso, inclinato, lo premo facendo scendere un filo di crema che mi attraversa il corpo passando tra i seni. Lo fermo sul ventre con la mano destra e, con movimenti circolari, vado verso l’alto. La crema è fresca, e la pelle, per un attimo, mi s’inspessisce. Pelle d’oca! Devo essere orribile con questa pelle ruvida da rigonfiamento pilifero. Mi butto sul letto rannicchiandomi, senza coprirmi. Vedo mia nonna che mi guarda dalla foto sulla mensola. In quella foto dall’inquadratura troppo grande per una sola persona. Mi alzo, la prendo e mi rimetto sul letto. Accarezzo i suoi tratti, poi il vuoto spaventoso che le sta accanto. Forse quello spazio vuoto non merita le mie carezze, anzi, sicuramente è così. Tolgo la mano bruscamente, strisciandola sul copriletto.

Mia nonna è morta da un anno, ma la sua foto è finita in camera mia da più tempo.  

Cinque anni fa, di ritorno dal Sudamerica, ci disse che non sarebbe più partita. Appena entrata in casa, comunicò che aveva finito di andarsene in giro per il mondo, che aveva una certa età; cosa strana detta da lei. Però non avrebbe lasciato l’ONG di cui faceva parte, solo non sarebbe stata più in prima linea. Niente più occhi scuri e grandi dei bimbi dell’orfanotrofio di Bangalore a gratificarla, o i candidi sorrisi delle donne dell’Africa sub sahariana; solo scartoffie per le sue mani operose.

Noi l’avevamo accolta con uno strano torpore. Come se ci fossimo appena svegliate e dovessimo sforzarci di focalizzare lei, e noi. Almeno, io mi sentivo così, e anche mamma la fissava imbambolata. Ma nonna certo se lo immaginava, perché subito ci venne incontro e abbracciandoci strette ci disse: Tutto bene. Va tutto bene. Vi voglio bene bambine mie, non sapete quanto.

Fuori da quell’abraccio per mia madre cominciò un periodo terribile, il più nero della sua vita. Quella foto asimmetrica di nonna divenne la sua persecuzione; come l’avesse notata quel giorno per la prima volta, e in effetti, era così.  Seguirono due anni in cui il vuoto che nonna  si rifiutava di colmare, colmò lei di rabbia e risentimento.

Ma nonna non poteva.

Poi gli psicologi, diversi, perché loro non capivano. Tutti a rammentarle il suo tardivo disagio: l’assenza di suo padre diventata preponderante a trentasei anni. Tutti a chiarirle ch’era il fallimento del suo matrimonio la vera ragione del sua sofferenza;  un altro uomo che se ne andava, lo stesso dolore.  Lei a urlare che così non era. Aveva un enorme vuoto dentro a divorarla, venuto dal nulla. Un giorno piombò in camera mia e lasciò la foto di nonna sulla mia mensola, senza dire una parola.

Povera nonna!  Lei non aveva potuto concedersi il completo oblio.

 Rimetto la foto sulla mensola e vado in bagno a spazzolarmi i capelli. Ha iniziato a piovere, sento il crepitio contro i vetri della finestra farsi sempre più consistente. Presto sarà qui. Vado verso l’armadio e da sotto le maglie sfilo l’amuleto. Sta nel palmo della mano, una figura femminile, una bambina dal colore bruno-rossastro. La volto e vedo inciso il nome di mia madre, e sotto, il mio. Ci voleva bene la nonna.  Ci ha volute. Ricordo ancora le parole che mi disse il giorno prima di morire: una volta allontanato dal tuo corpo, ciò che hai fatto sparisce anche dalla tua testa. Mi dico che devo avere avuto dei buoni motivi... deve essere così, per forza. Ma dell’ipè divoratore ti rammenti, come rammenti cosa può fare.  Non potevo perdervi... anche se sapevo  che il vuoto che mi avreste evocato non mi avrebbe mai donato la pace completa... 

 Il campanello ha suonato.  Vado alla finestra. È lui. Tiene il cappuccio della felpa alzato e le mani infilate nei jeans, continua a saltellare impaziente.

Metto l’amuleto al collo. Ho un po’ paura, ora. Spero che nonna mi dia la forza e, Jumi, devo ricordarmi la preghiera della principessa Jumi.  Oh, nonna, stammi vicina!

Infilo un accappatoio e scendo le scale, spalanco la porta dopo aver fatto scendere un’espressione tranquilla sulla faccia – Dennis!

Lui saltella, sempre – Serena...   – dice, poi scruta con quei suoi occhi ingordi la mia forma avvolta nella spugna bianca, come se neanche la vedesse la spugna. Non dico nulla, chiudo la porta e voltandomi prendo a salire le scale. Sento il suo respiro seguirmi, pare stia già ansimando. Entriamo in camera mia. Mi fermo vicino alla finestra dandogli ostinatamente le spalle.  Sento che chiude la porta. Nonna stammi vicina. Mi volto. Lui sta già slacciandosi la cinta, così, senza garbo, ma d’altronde...

Allora faccio cadere l’accappatoio, anch’io senza garbo. Sono nuda, con il solo amuleto di nonna al centro del petto, amuleto che lui neanche nota. Si avvicina, mettendomi un braccio dietro la schiena e uno sotto le gambe, mi solleva, poi mi scarica sul letto, come avesse fatto uno sforzo necessario, ma pur sempre uno sforzo. Non fa nulla, rimango stesa. Ora lui mi è sopra e nota l’amuleto, si concede un sorrisino prima di mettersi a fare ciò che vuole.

Come ho potuto prendermi una cotta per lui? Mi pare così assurdo, ora. Ma allora, avevo accolto emozionata e incredula l’appuntamento datomi dietro al campetto di calcio dove si allenava. Io stavo lì, da cinque minuti, lui, loro, poco dopo. Tre. Li guardai. Lo guardai. Ma tutto successe talmente in fretta che non ebbi tempo di pensare. Subito il prato sotto di me, e i miei vestiti strappati a forza, e loro intorno, e a turno sopra, Dennis per primo, che una volta finito, tiene una mano sulla mia fronte e la preme, schiacciandomi la testa al suolo, ridendo.

Lo dissi. Lo urlai quello che mi avevano fatto. Nessuno voleva sentirmi. Avevo seguito di mia volontà i tre. C’era chi asseriva di avermi vista appartarmi con loro. Ragazzi, ragazze, spuntati dal nulla, uno a seguire l’altro, come intonassero il ritornello del momento, di un’estate. Nessuno voleva credermi. Nessuno lo fece. Nemmeno mia madre.

 Chiudo gli occhi e le parole riaffiorano pronunciate dalla voce calda di nonna. Le faccio mie sussurrandole ma scandendole in modo chiaro: Jumi - anindè - pera - bajara - tarurè.

Un riso di scherno; non ho ancora aperto gli occhi. Poi un fremito, lui trema, io tremo con lui, il letto trema. Apro gli occhi, vedo il suo viso contratto, la carne impaziente di staccarsi dalle ossa. Le sue mani, chiuse a pugno, stringono le lenzuola. Sembra voglia resistere. Vedo la sclera dei suoi occhi rigarsi come le mura d’una casa scossa da un’onda sismica. Gli stanno esplodendo? Mi concedo io un sorriso quando vedo una lacrima scendergli lenta sulla guancia, mi cade sulle labbra, allora ci passo la lingua e, rido, sì, rido. La sua carne è sempre più scossa, l’escalation di tale tremore sembra non avere mai fine. Ma ecco, finisce, lui è fermo, immobile, sospeso in un ammasso di molecole, poi luce intensa che mi trafigge il petto. Mi metto seduta di scatto, tirando aria come fossi stata in apnea. Il mio petto è rovente; è l’amuleto a esserlo. Lo tocco, vorrei strapparmelo. Mi trattengo: non posso. Brucia. Di fuoco.

 ...un amuleto di Ipè, il legno più duro al mondo, tre volte quello di una quercia. È recente il suo utilizzo e commercio: pareva che niente potesse scalfirlo. L’intaglio manuale di quest’amuleto è capacità assai rara, oserei dire impossibile, tranne che per alcune ragazze di una tribù amazzonica di fede animista con il quale sono venuta in contatto quand’ero in Sudamerica. Una delle poche tribù matriarcali che si conoscano, matriarcato che si lega saldamente alla storia di questi amuleti. È la storia di Jumi, figlia di un capo, sorella di sei aspiranti tali. Le rive del fiume Pacà e, tra cielo e terra, solo alberi. Quegli alberi che con la loro fibra robusta sfidavano le giovani membra dei sei successori. Colpi d’ascia e sentieri impervi a vederli impegnati periodicamente; solo al migliore il comando. È la storia delle sue prodigiose, piccole mani che un giorno si presentarono al cospetto del padre tenendo stretta una statuina estorta al legno più resistente della foresta. C’era orgoglio nei suoi occhi, ira in quelli del padre, come non si sarebbe mai immaginata. Aveva umiliato i suoi fratelli, e così le sarebbe toccato di rinunciare al suo futuro per quello di costoro. Fu sottratta al suo giaciglio a notte fonda. Inutili le suppliche della madre, la quale pianse sui resti inceneriti della figlia tra cui scorse un‘unica parte intatta: la piccola statuina che da quel giorno portò al collo come un’icona.

Successe il giorno dopo, quando il capo alzandole la veste sopra la faccia e prendendola come niente fosse che, intonando, come una cantilena, un’improvvisata preghiera alla figlia, ella provocò la scomparsa del marito e con lui di tutti i suoi figli. Era sola, come la sua gente, che ormai l’alba, s’era radunata attorno alla casa del capo tribù per porgere il saluto. Orfani inconsapevoli s’ inchinarono a colei che ne usciva solitaria.

 Vado alla mia scrivania. Da un album estraggo la vecchia foto d’una gita scolastica. Lui non c’è.

 Piove ancora. Ma oggi sono contenta di andare a scuola. Ieri, a cena, mia madre ha notato l’amuleto. Mi ha chiesto cosa mi fossi mai appesa al collo. Un portafortuna, le ho risposto.

Ecco! Vedo Paolo. Lo inseguo, lo fermo – Paolo, mi chiedevo se ti andasse di vederci, più tardi – gli dico sorridente. Lui è sorpreso, ma annuisce. Tutti ci guardano, e ridacchiano, e parlottano. Non importa, presto non avrete più niente da dire. Poi toccherà a te, sussurro agganciando con lo sguardo Stefano che varca il cancello.

Ha smesso di piovere. Guardo in alto. Il cielo si sta aprendo. Una volta finito, toglierò l’Ipè divoratore di esistenze e sarà l’oblio. Non ho niente da salvare, niente vuoti da giustificare. Presto, tutto tornerà pulito.