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Biografia dell'autore
 

Simone Censi
 

 

 

 

Damon Gallagher in

“LA NOTTE DEL DIAVOLO”

 

Quello che uno si trova ad essere è la diretta conseguenza delle esperienze che ha vissuto.

Questa storiella ebbe luogo che ero ancora giovane e ancora non pensavo minimamente a intraprendere la professione del ghost hunter.

Si era già fatto tardi.

Il sole dolcemente posato sulle montagne si era già specchiato per l’ultima volta nel ruscello che costeggiava la strada, mentre il verso di un corvo portava il mio sguardo all’orizzonte.

Era autunno. Il forte vento spogliava le grandi querce dalle vecchie foglie che rotolavano nell’aria disegnando fantasmi, cadevano in strada e subito afferrate dal vento volavano lontano.

La serata non molto movimentata era scivolata via lenta, scandita da risate estranee in quella festa popolare in piazza, solo un paio di occhi scuri avevano riacceso il mio interesse.

Guardai l’orologio e vista oramai l’ora tarda mi accorsi che il mio amico era a questo punto andato via, condannandomi ad un rientro forzato a piedi.

Ancora un paio di bicchieri di vino, pensai, tanto a sbandare a piedi non si rischia niente.

Faceva abbastanza freddo, la punta del naso era ben gelata e mi strofinavo le mani per aumentare la temperatura.

Non era poi così buio, infatti la luna piena illuminava ampliamente quella notte e proiettava sull’asfalto sinistre ombre.

Non facevo troppo caso a quello che accadeva intorno a me, avevo ancora in testa quegli occhi.

L’ululato dei lupi alla luna pensò a farmi tornare alla realtà.

Una densa nebbia iniziava ad alzarsi dalle campagne e copriva i campi e la strada rendendo i contorni delle cose sempre meno definiti.

La luna stava per essere oscurata dalle nubi e l’amministrazione comunale ancora non aveva provveduto a riparare l’illuminazione guasta da più di un anno.

Come se già tutto questo non rendesse abbastanza difficoltoso il mio ritorno a casa, dovevo anche schivare le macchine che sfrecciavano nella notte, con la nebbia che rendeva difficoltoso accorgersi di un pedone sul ciglio della strada.

Aggravante era il fatto che i piloti erano per la maggior parte ubriachi e venivano dalla festa del paese.

Nessuno che mi riconoscesse per darmi un passaggio.

Già fino a quel momento non era certo piacevole, ma un altro pensiero mi assaliva il cervello.

Dover passare davanti al cimitero.

Di giorno per me era una cosa normale, per raggiungere il paese, ma di notte era un’altra cosa e non l’avevo mai fatto.

Ero sicuro che non ci sarebbe stato nessun pericolo, tanto erano tutti morti.

Crescendo imparai a mie spese che non dovevo poi sempre dare tutto per scontato ed ebbi modo di ricredermi, fidandomi sempre di meno delle persone soprattutto se erano morte.

Cercai di non pensarci e mi girai fischiettando per calmarmi, anche se i miei occhi erano attratti come calamite da quei lumini, visibili infondo al viale, che sembravano come ballare, sfuocati in lontananza dalla nebbia.

L’adrenalina scorreva a fiumi e dal passo veloce iniziai senza accorgermi a correre.

Ero appena arrivato al cancello e pensavo proprio di avercela fatta quando un urlo di dolore straziante squarciò la notte, squarciò il silenzio e squarciò pure me.

Un rumore di catene, seguì quel urlo straziante ed io ero pietrificato davanti quel cancello impossibilitato a fare qualsiasi movimento.

Letteralmente paralizzato dalla paura.

Un brivido mi passava per la schiena, sembrava che la temperatura del mio corpo si fosse abbassata d’improvviso come se il sangue mi si fosse gelato nelle vene.

Con il cuore in gola mi voltai verso il cancello e vidi che stranamente era aperto mentre di solito il custode di notte passava a chiuderlo.

In casì così particolari non si riesce mai a dare una spiegazione logica a quello che si fa.

Provate a dare una spiegazione logica ad uno che in una situazione simile decide di entrare nel cimitero.

Ero assolutamente fuori di me, come se il mio corpo fosse teleguidato da qualcun altro.

Entrai, comunque timoroso, e mi segnai per rispetto al luogo sacro, anche perché inconsciamente mi faceva sentire più protetto.

Mille e più lumini illuminavano tutto intorno e con la nebbia davano una sensazione di danza tutta intorno a me.

Mi giravo a perlustrare tutto intorno ma senza esito.

Non riuscivo a spiegarmi l’accaduto, solo i miei passi sul terreno breccioso del cimitero interrompevano quel silenzio tombale.

Avevo lasciato la zona dei fornetti e mi ero avventurato nella parte vecchia dove i cadaveri si sotterravano direttamente a terra.

Vecchie tombe parzialmente illuminate mi circondavano con foto sbiadite e scritte rese illeggibili dal tempo e dalle intemperie.

Fiori secchi o addirittura di plastica su tombe abbandonate davano una sensazione ancora peggiore, come se fosse possibile.

I volti su quelle tombe sembravano come seguirmi con lo sguardo.

Continuai a camminare, distratto da qualche lumino difettoso che si accendeva ad intermittenza, quando sentii dei passi in lontananza.

Mi voltai ma non vidi nessuno, mi voltai ancora mentre adesso sentivo i passi ancora più vicini, sempre più vicini, era lì vicino a me, un grido disumano ed i miei sensi non ressero allo spavento.

Al mio risveglio stentavo a credere.

Aprii gli occhi, ed una visione diabolica mi turbò profondamente. Volto  allungato, peloso, due corna aguzze, orecchie a punta, occhi di fuoco, respiro affannato e puzzolente, denti neri e sporgenti con un lungo pizzo bianco.

A parer mio era il Diavolo in persona.

Chiusi gli occhi per un attimo e li riaprii speranzoso di essermi sbagliato, ma il mio aguzzino mi torturava emanando su di me un alito caldissimo, la sua lingua ruvida come di fuoco mi solcava i lineamenti del viso.

Sottoposto a tale tortura avevo già raccomandato l’anima al Signore quando ad un tratto udii un belato.

Aprii gli occhi e girandomi vidi che si trattava di una capra ferita ad una zampa con una catena.

“ Ma tu sei una capra!” esclamai.

“ No, sono il Demonio!” mi rispose.

Subito dopo mi svegliai e corsi immediatamente a casa.