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Biografia dell'autore
 

Leo Riccardo

 

 

 

GITA INFELICE

 

<E’ stata una pessima idea> dissi premendo il grilletto.

La pistola nella mia mano fece fuoco sulla creatura diabolica che mi veniva in contro con le fauci spalancate e due canini molto aguzzi. La sua testa esplose e il resto del corpo divenne polvere prima di toccare terra.

<Per quanto intendi rinfacciarmelo?> mi rispose Andrea passandomi il braccio intorno alla spalla, a suo dire per proteggermi. Perché gli uomini si comportavano sempre come supereroi mitomani?

Continuammo a correre lungo il corridoio sotterraneo, senza rallentare e senza guardarci alle spalle. Gemiti e grugniti spaventosi provenivano dall’ombra dietro di noi, ghiacciandoci il sangue. Era proprio il nostro sangue che volevano, e ci inseguivano da ore. Per fortuna che lui aveva sempre una pistola con se.

Quella mattina Andrea mi aveva proposto di mandare al diavolo la scuola per fare una gitarella nelle fogne. Non il posto migliore per una passeggiata, ma forse aveva voluto solo creature l’atmosfera giusta per il giorno di Halloween.

Molto più probabile che avesse voluto solo avere un posto appartato per scopare. A me lui era sempre piaciuto, e magari ci sarei anche stata, per questo avevo acconsentito. Matteo e Sara erano venuti con noi, e ora non volevo neppure sapere dove fossero, loro che per me erano come fratello e sorella.

Sapevo solo che al momento ero stanca, ansimante, con i capelli e i vestiti imbrattati di sangue (non il mio) e stringevo forte la mano di lui mentre pregavo per la mia e la sua vita. Anche in questa angosciosa situazione, lui non faceva altro che guardarmi i seni sporchi e umidi, ma quello era l’ultimo dei miei pensieri. Le gambe iniziarono presto a farmi male, e qualche volta rischiai di scivolare su qualche rimasuglio viscido.

Dietro di noi i lamenti e le voci si facevano più forti. Andrea correva più forte, e mi sentivo utile quanto una sacca molto pesante.

<Mi dispiace di avervi portati qui> disse poi lui, col fiato corto. Provai a rispondergli, ma non avevo più voce, così feci solo un assenso con la testa.

In fondo al tunnel apparve qualcosa.

<Oh, grazie al cielo!> fece Andrea. A gran distanza, forse anche chilometri, c’era una luce.

“L’uscita” pensai “finalmente”.

E corremmo ancora: il mio petto scoppiava, la milza bruciava come se mi avessero accoltellata, e mi sentivo talmente male e spaventata che avrei voluto sparire, dissolvermi nell’aria.

Passarono i minuti, e stavamo sempre peggio. Avrebbe potuto lasciarmi andare in qualunque momento, ma non lo fece, anche se lo rallentavo molto.

La luce divenne più vicina.

Eravamo concentrati su di essa, forse troppo.

C’era un condotto laterale sulla destra.

E qualcosa sbucò all’improvviso, saltandoci addosso. Finimmo sul terreno vischioso, e allora la paura mi vinse, e andai in confusione. Il buio calò su di me, e chiusi gli occhi per non vedere, pronta a ricevere l’assaggio della morte. Stringevo ancora la pistola in mano, senza rendermene nemmeno conto. Non mi sarebbe mai venuto in mente di sparare alla cieca, anche perché avrei potuto colpire lui. Qualcuno o qualcosa però era sopra di noi; Andrea iniziò a urlare.

Fu questo forse a scuotermi. Trovai il coraggio di rialzarmi.

Aprì gli occhi e per poco l’arma non mi scivolò dalle mani. Rimasi impietrita, con le gambe che tremavano per il terrore e per la stanchezza.

Sara, la mia migliore amica, era sul mio ragazzo e lo stringeva a se con foga. Non seppi cosa pensare: la mia mente fu invasa dal vuoto!

<Ti dispiace se assaggio il tuo ragazzo?> chiese con malizia.

La guardai attonita, ma non riuscivo comunque a distogliere lo sguardo. Andrea era fermo, o forse era lei che lo bloccava…non riuscivo a capire…stavo tremando…stavo impazzendo!

Sara aprì la bocca, mostrando le fauci e i canini aguzzi. Alzai il braccio con l’arma, ma mi fermai lì, senza riuscire a pensare più a nulla.

In quel momento qualcosa mi cinse la gola. Smisi di respirare per il terrore. Sara mi guardò ghignando, e permise ad Andrea di alzarsi…per poi sbatterlo contro la parte, perché io lo vedessi mentre lo baciava. Rimasi muta, mentre una mano mi serrava le labbra. Anche se non vedevo chi era, ero sicura si trattasse di Matteo. Ci avrei giurato. La sua mano era fredda e senza vita, la sua presa forte e sicura. Iniziai a mugolare in preda al panico.

Matteo mi spostò la testa di lato, perché potessi vedere bene la mia amica mentre leccava la faccia del mio ragazzo come farebbe per un lecca-lecca. Ero affranta.

Poi, sul lato scoperto del collo, Matteo mi spostò i capelli e iniziò a baciarmi. Le sue labbra erano come pugnali di ghiaccio. Ma il peggio venne quando iniziò a mordermi.

Fu una vera e propria scosse nel sistema nervoso. Per un attimo non riuscii a muovermi del tutto. Rimasi in piedi solo perché Matteo, o quel che ne rimaneva, mi teneva saldamente.

Quando sollevò la bocca dal mio collo ripresi parzialmente conoscenza, e sentii un liquido caldo colarmi sulla spalla. Mi sentivo anche incredibilmente debole…uno straccio.

Eppure rialzai il braccio con la pistola e lo puntai verso Sara, che per tutto il tempo non aveva fatto che ghignare. Con mia grande sorpresa riuscii perfino a premere il grilletto.

Il proiettile le trapassò la guancia, inondando tutti di sangue. Lei mi guardò allibita, forse inconsapevole. Però iniziò ringhiare. Cosa mi avrebbe fatto ora che l’avevo sfigurata a quel modo?

Premetti ancora il grilletto. La presi in piena fronte, facendole saltare la testa. Anche lei divenne polvere, come era accaduto a un altro di qui “cosi” poco prima.

Matteo mi lasciò andare e, terrorizzato quanto pallido, fuggì nell’ombra da cui era uscito.

Caddi a terra, senza riuscire a pensare. Fu Andra a sorreggermi, e iniziò a condurmi verso la luce, verso la salvezza. Ero contenta di essere riuscita almeno a salvare lui, ma sapevo che per me non ci sarebbe stato futuro insieme a lui. Gli chiesi di lasciarmi lì dov’ero, senza obiezioni.

Presto o tardi, infatti, avrei avuto fame…