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Biografia dell'autore
 

Anna Maria Montiani

 

 

 

VAN CLEIF

 

 

Erano tempi duri in un mondo difficile: del resto, forse, da sempre è stato così.

Elia Van Cleif era cresciuto in una buona famiglia del centro Europa, si era laureato in legge ed aveva intrapreso da subito la professione di avvocato, insieme con il padre che esercitava da anni. Giovane, brillante, di belle speranze; dopo qualche anno manifestò la sua totale disaffezione per la professione, suscitando le ire del padre e di tutti i suoi cari. Fu costretto a lasciare la famiglia e si recò nella città di Dreamshatter. Aveva risparmiato del denaro, ma ben presto si rese conto di quanto fosse dura sopravvivere, da solo, in una grande città. Lavorava saltuariamente, si trattava per lo più di impieghi poco gratificanti a carattere temporaneo. Di tanto in tanto la sorella gli faceva visita, a breve si sarebbe sposata. Nel frattempo gli anziani genitori passarono a miglior vita ed Elia rimase solo e in povertà. Fu costretto a lasciare la casa in cui viveva in affitto e non voleva saperne di tornare alla sua vecchia dimora, dove ora abitava la sorella con la nuova famiglia. C’era posto per lui, la casa era grande e poteva viverci in piena autonomia, ma non volle. Quella fu l’ultima volta che sentì sua sorella.

Non aveva un lavoro, non aveva un amico, né tantomeno una donna o un conoscente. Non aveva più niente e nessuno. Forse neppure la dignità di uomo gli era rimasta. Iniziò a mendicare per le strade. Quando riusciva a elemosinare qualche spicciolo lo usava per bere. Mangiava quello che riusciva a trovare tra i rifiuti. Era bravo nel recuperare ciò che la gente buttava. Dormiva tra i cartoni sotto un ponte, lungo il fiume, alla periferia di Dreamshatter, e questa era la sua vita.

Come possa ridursi così una persona benestante che fino a cinque anni prima aveva vissuto una vita dignitosa, non è dato sapere o capire. Elia non sembrava infelice, e comunque, a onor del vero, i suoi occhi non erano più tristi di quando in gioventù, nella sua professione di avvocato, difendeva assassini e delinquenti comuni.

Ormai era divenuto un ‘barbone’ a tutti gli effetti. Mangiava sempre meno, anche del poco che riusciva a recuperare tra i rifiuti, e beveva sempre più. L’alcol era divenuto ormai il suo solo ed unico compagno e non c’era giorno in cui non ne bevesse in gran quantità. Non so bene come se lo procurasse, ma aveva sempre con se una bottiglia di whisky. Solo, rissoso, cagionevole di salute, sempre più ubriaco e trascurato, persino nella sua condizione di barbone, sembrava dovesse passar presto a miglior vita, quando un giorno accadde un episodio a dir poco stravagante.

Sentii Elia imprecare contro se stesso e tutti i Santi del Paradiso! Un’ora dopo lo vidi parlare con un uomo distinto, alto e ben vestito, proprio sotto il ponte lungo il fiume. Cosa ci facesse quell’elegante signore nel bel mezzo del nostro desolante squallore a dialogare con lui, lo capii solo qualche anno più tardi.

Per un po’ ci perdemmo di vista, ma ne fui felice. Ovunque fosse finito, pensavo, non poteva certo star peggio di quando era con me e gli altri barboni sotto quel ponte puzzolente. Lo rividi dopo due anni. Mi chiamò dal muro sopra l’argine del fiume. Quasi non lo riconoscevo. Elegante, pulito, rasato e ben curato nell’aspetto, mi disse che stava abbastanza bene e che non poteva dirmi di più. Non gli era permesso: ne andava della sua vita! Mi dette dei soldi e mi disse addio. Pensavo che non l’avrei più visto, ma mi sbagliavo. Lo rividi cinque anni più tardi, malauguratamente in uno stato ben peggiore di quando se n’era andato la prima volta, sette anni fa.

Questo è ciò che accadde quella sera. Van Cleif, pieno di whisky ma sempre lucido, volle confessarmi il suo segreto. In seguito all’incontro con il distinto signore vestito di nero, Elia ebbe tanti, tantissimi soldi: più di quanti ne avrebbe mai potuti spendere concedendosi quotidianamente qualunque tipo di vizio. Non aveva bisogno di lavorare per ottenere tutto quel denaro. Poteva avere tutte le donne che desiderava: belle, giovani, sposate… Era rinvigorito nel fisico e apparentemente in buona salute: il fatto che bevesse ancora di continuo e molto più di prima, ne minava però seriamente il fisico e l’intelletto.

Nei sette anni che seguirono il ‘fortunato incontro’, Elia si concesse gli hotel più lussuosi, le macchine migliori, le donne più belle, le droghe più raffinate. Non c’era cosa che non riuscisse ad avere, eccezion fatta, sembra, per la serenità. Continuò a bere e a drogarsi. Seppure nei fasti, la sua vita non era poi più dignitosa di quando, senza neanche un centesimo, viveva da barbone sotto il ponte lungo il fiume. L’assoluta infelicità e l’alcol, combinato con le droghe più disparate, lo ricondussero purtroppo là dove ci eravamo conosciuti.

Un mese fa mi confessò che sette anni prima, disperato, stanco di pregare invano, in preda alla bestemmia ed alla follia più assurda, qualcuno aveva ascoltato il suo vaneggiare. In cambio dell’anima del mio amico infatti, l’uomo distinto, alto e ben vestito, donava a Elia le tre cose che al momento egli più desiderava: denaro, donne e migliori condizioni di salute. Così andò! Il patto prevedeva che tutto ciò non dovesse essere rivelato, ironia della sorte, ad ‘anima viva’.

Appena Elia ebbe terminato il suo incredibile racconto, l’uomo alto ed elegante fu vicino a noi, come apparso dal nulla. Con un cenno della mano, senza dire una sola parola, m’intimò di farmi da parte. Aveva il volto semicoperto da lunghi capelli neri e quando i suoi grandi e profondi occhi di fuoco incrociarono il mio sguardo, mi ritrassi come un cagnolino impaurito ubbidiente al richiamo del padrone. Poi sparì. Quando mi avvicinai nuovamente a Elia, il mio amico era ormai morto. Freddo e rigido come fosse deceduto da ore.