VAN CLEIF
Erano
tempi duri in un mondo difficile: del resto, forse, da sempre è stato così.
Elia
Van Cleif era cresciuto in una buona famiglia del centro Europa, si era laureato
in legge ed aveva intrapreso da subito la professione di avvocato, insieme con
il padre che esercitava da anni. Giovane, brillante, di belle speranze; dopo
qualche anno manifestò la sua totale disaffezione per la professione, suscitando
le ire del padre e di tutti i suoi cari. Fu costretto a lasciare la famiglia e
si recò nella città di Dreamshatter. Aveva risparmiato del denaro, ma ben presto
si rese conto di quanto fosse dura sopravvivere, da solo, in una grande città.
Lavorava saltuariamente, si trattava per lo più di impieghi poco gratificanti a
carattere temporaneo. Di tanto in tanto la sorella gli faceva visita, a breve si
sarebbe sposata. Nel frattempo gli anziani genitori passarono a miglior vita ed
Elia rimase solo e in povertà. Fu costretto a lasciare la casa in cui viveva in
affitto e non voleva saperne di tornare alla sua vecchia dimora, dove ora
abitava la sorella con la nuova famiglia. C’era posto per lui, la casa era
grande e poteva viverci in piena autonomia, ma non volle. Quella fu l’ultima
volta che sentì sua sorella.
Non
aveva un lavoro, non aveva un amico, né tantomeno una donna o un conoscente. Non
aveva più niente e nessuno. Forse neppure la dignità di uomo gli era rimasta.
Iniziò a mendicare per le strade. Quando riusciva a elemosinare qualche
spicciolo lo usava per bere. Mangiava quello che riusciva a trovare tra i
rifiuti. Era bravo nel recuperare ciò che la gente buttava. Dormiva tra i
cartoni sotto un ponte, lungo il fiume, alla periferia di Dreamshatter, e questa
era la sua vita.
Come
possa ridursi così una persona benestante che fino a cinque anni prima aveva
vissuto una vita dignitosa, non è dato sapere o capire. Elia non sembrava
infelice, e comunque, a onor del vero, i suoi occhi non erano più tristi di
quando in gioventù, nella sua professione di avvocato, difendeva assassini e
delinquenti comuni.
Ormai
era divenuto un ‘barbone’ a tutti gli effetti. Mangiava sempre meno, anche del
poco che riusciva a recuperare tra i rifiuti, e beveva sempre più. L’alcol era
divenuto ormai il suo solo ed unico compagno e non c’era giorno in cui non ne
bevesse in gran quantità. Non so bene come se lo procurasse, ma aveva sempre con
se una bottiglia di whisky. Solo, rissoso, cagionevole di salute, sempre più
ubriaco e trascurato, persino nella sua condizione di barbone, sembrava dovesse
passar presto a miglior vita, quando un giorno accadde un episodio a dir poco
stravagante.
Sentii
Elia imprecare contro se stesso e tutti i Santi del Paradiso! Un’ora dopo lo
vidi parlare con un uomo distinto, alto e ben vestito, proprio sotto il ponte
lungo il fiume. Cosa ci facesse quell’elegante signore nel bel mezzo del nostro
desolante squallore a dialogare con lui, lo capii solo qualche anno più tardi.
Per un
po’ ci perdemmo di vista, ma ne fui felice. Ovunque fosse finito, pensavo, non
poteva certo star peggio di quando era con me e gli altri barboni sotto quel
ponte puzzolente. Lo rividi dopo due anni. Mi chiamò dal muro sopra l’argine del
fiume. Quasi non lo riconoscevo. Elegante, pulito, rasato e ben curato
nell’aspetto, mi disse che stava abbastanza bene e che non poteva dirmi di più.
Non gli era permesso: ne andava della sua vita! Mi dette dei soldi e mi disse
addio. Pensavo che non l’avrei più visto, ma mi sbagliavo. Lo rividi cinque anni
più tardi, malauguratamente in uno stato ben peggiore di quando se n’era andato
la prima volta, sette anni fa.
Questo
è ciò che accadde quella sera. Van Cleif, pieno di whisky ma sempre lucido,
volle confessarmi il suo segreto. In seguito all’incontro con il distinto
signore vestito di nero, Elia ebbe tanti, tantissimi soldi: più di quanti ne
avrebbe mai potuti spendere concedendosi quotidianamente qualunque tipo di
vizio. Non aveva bisogno di lavorare per ottenere tutto quel denaro. Poteva
avere tutte le donne che desiderava: belle, giovani, sposate… Era rinvigorito
nel fisico e apparentemente in buona salute: il fatto che bevesse ancora di
continuo e molto più di prima, ne minava però seriamente il fisico e
l’intelletto.
Nei
sette anni che seguirono il ‘fortunato incontro’, Elia si concesse gli hotel più
lussuosi, le macchine migliori, le donne più belle, le droghe più raffinate. Non
c’era cosa che non riuscisse ad avere, eccezion fatta, sembra, per la serenità.
Continuò a bere e a drogarsi. Seppure nei fasti, la sua vita non era poi più
dignitosa di quando, senza neanche un centesimo, viveva da barbone sotto il
ponte lungo il fiume. L’assoluta infelicità e l’alcol, combinato con le droghe
più disparate, lo ricondussero purtroppo là dove ci eravamo conosciuti.
Un mese
fa mi confessò che sette anni prima, disperato, stanco di pregare invano, in
preda alla bestemmia ed alla follia più assurda, qualcuno aveva ascoltato il suo
vaneggiare. In cambio dell’anima del mio amico infatti, l’uomo distinto, alto e
ben vestito, donava a Elia le tre cose che al momento egli più desiderava:
denaro, donne e migliori condizioni di salute. Così andò! Il patto prevedeva che
tutto ciò non dovesse essere rivelato, ironia della sorte, ad ‘anima viva’.
Appena
Elia ebbe terminato il suo incredibile racconto, l’uomo alto ed elegante fu
vicino a noi, come apparso dal nulla. Con un cenno della mano, senza dire una
sola parola, m’intimò di farmi da parte. Aveva il volto semicoperto da lunghi
capelli neri e quando i suoi grandi e profondi occhi di fuoco incrociarono il
mio sguardo, mi ritrassi come un cagnolino impaurito ubbidiente al richiamo del
padrone. Poi sparì. Quando mi avvicinai nuovamente a Elia, il mio amico era
ormai morto. Freddo e rigido come fosse deceduto da ore.