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Biografia dell'autore
 

Nicola Lucchi
 

 

 

 

AMORE PATERNO

 

“Deve  esistere  un  posto  dove tutti i

 nostri  corpi abbiano  una possibilità

di essere amati”                               

(Guy Maddin)

 

Scese dal letto gettandosi nel buio della stanza. Sostò spaesato e si orientò grazie alla luce della luna che filtrava dal vetro della finestra, unico riquadro ad aprire uno spiraglio nelle tenebre. Fece perno sul piede destro e ruotò di novanta gradi, là dove doveva esserci la porta. Coperta dalle tende un'altra finestra orientò il piccolo che si gettò sicuro in avanti rassicurato dal morbido urto col materasso. Lei mugugnò e il piccolo balzò agile su quel corpo caldo.

“Mamma!”

La donna aprì gli occhi nel buio cercando l'interruttore sulla parete alle sue spalle. Le pupille di entrambi si strinsero fino a farsi due piccoli punti neri e gli oggetti ripresero lentamente colore.

“Anche stanotte brutti sogni?”

“Il nonno mamma...”

“Sveglierai papà, torna a dormire. Il nonno viene a trovarti in sogno per farti compagnia.”

“Ma ha una faccia tutta...”

Il padre si rigirò nel letto e il bambino si zittì. La madre si portò l'indice alle labbra e con voce sommessa pregò il piccolo di tornare in camera. Lui la guardò con occhi persi ed esitò un poco.

“Lascia la luce accesa fin quando non dormo.” La esortò.

La luce si spense quando ancora non dormiva. Gli occhi brancolavano al buio sbucando da sotto le coperte. Avrebbe potuto pensare a qualunque cosa di bello gli fosse capitato, a tutto quello che di meraviglioso ancora non aveva visto, ma l'unica immagine era il volto sporco del nonno che lo chiamava a se attraverso le orbite vuote degli occhi.

La luce si riaccese, dei passi attraversarono il corridoio e poco dopo il rumore sordo dello sportello del frigorifero. Papà si era alzato a bere e prima di tornare a letto si sarebbe fermato in bagno. Rincuorato di non essere più solo nell'incubo dell'insonnia il piccolo si precipitò alla finestra. Qualcuno guardava dal basso. Una figura in abiti logori e dai contorni ben definiti seppur tutt'altro che chiari lo osservava dal giardino. Il frigorifero si richiuse, l'occhio balenò verso quel suono per calcolare quanto tempo potesse mancare a che le luci si spegnessero nuovamente. Quando tornò al giardino la figura era sparita. Si sporse in avanti per ampliare il campo visivo e sbatté la testa contro il vetro. Il rumore fuori luogo nell'assoluto mutismo della sera accrebbe il panico. Papà non era andato in bagno, le luci erano di nuovo spente, solo l'istante di una breve boccata d'ossigeno e il piccolo si precipitò nel buio verso la camera dei suoi. La madre accese la luce svegliandosi di soprassalto e lui si tuffò sul letto.

“Ora basta, non puoi metterti a piangere appena sogni qualcosa.”

Il piccolo si limitò ad indicare col braccio teso, là dove la gialla luce della lampada si smorzava nel buio del corridoio. La donna si girò scocciata alla ricerca del marito e trovò solo lenzuola fredde.

“Dov'è papà?”

“Il nonno.”

“Vuoi smetterla?!”

La donna si alzò dal letto e dal buio ne uscì una figura magra e ossuta. Ogni strappo del vestito mostrava l'angolo spigoloso delle ossa. La pelle tesa lasciava cadere piccole zolle di terriccio.

I due si scaraventarono fuori dalla stanza sbattendo a terra quel muro d'ossa. La madre  cercò a tentoni l'interruttore nella certezza più che nella speranza che tutto con la luce sarebbe svanito. Il piccolo giaceva a terra abbracciando il corpo ancora caldo del padre mentre l'ombra dell'uomo ossuto si stagliava su mobili e pareti fino a che la sua presenza tangibile rese orfana ogni altra terribile suggestione. La madre si alzò da terra e corse alla porta, ma l'uomo le era già addosso. La prese per i capelli obbligandola a voltarsi verso il figlio.

“Poco importa sai?” Fece quel mucchio d'ossa con una voce aspirata. “Quello non è papà.”

Il piccolo si accorse solo ora che gli occhi rivoltati all'indietro e incastonati nelle orbite di quel corpo che ancora abbracciava, avevano visto sgusciare via la vita senza saperla riacciuffare. Del sangue colava dall'angolo delle labbra e scivolava giù lungo il collo dove si raccoglieva in una piccola diga sulla spalla per poi cadere a terra.

“Chiedilo a mamma.”

Il bambino si strinse contro l'armadio.

“Chiedi chi è papà. Chiedile perché si arrabbia quando Tobia scava in giardino.”

Il cane non aveva abbaiato, quel silenzio innaturale della notte era il silenzio del piccolo Tobia che tutto avvertiva e che certo non si sarebbe fatto sfuggire quella figura nel suo giardino. Il piccolo non pensò al suo cagnolino, nemmeno gli venne in mente, ma il nonno scrupoloso brandendo un coltello da cucina si avvicinò al piccolo senza lasciare la madre.

“Tobia sta bene, non preoccuparti. Però la tua mamma non è stata buona con me. A un papà si deve voler bene e un papà deve voler bene ad un figlio. Io ne ho voluto tanto a tua madre, così tanto che era difficile capirlo e ne voglio anche a te.”

Non aggiunse altro, infilzò il coltello alla base del collo della donna e con un colpo deciso lo squarciò fino al mento. Ne uscì un getto dirompente che presto si spense gorgogliando come un torrente in secca alla ricerca di una fuga fra le rocce. La donna si concesse alcuni sussulti per poi spegnersi.

“Vedi, tua mamma non ha capito e ha fatto la stessa cosa con me tre mesi prima che nascessi tu piccolo mio. Ma io ora...”

Il piccolo scappò ad occhi chiusi, alcuni passi nelle rassicuranti braccia del buio che aveva sempre voluto evitare e li riapri davanti alla porta per fiondarsi fuori. Poco dopo uscì il nonno, Tobia gli scodinzolava attorno annusando la vestaglia della donna per poi guardare in alto compiaciuto. Il nonno si fermò davanti al profondo buco nel giardino, vi gettò il corpo della figlia e guardò oltre la strada alla ricerca del piccolo.

Scomparve in quel fosso. Tobia scodinzolò lì attorno per un po', vicino all'amico e fedele a quell'odore così familiare, quel mucchio d'ossa che con lui aveva condiviso il giardino, poi attraversò la strada, alla ricerca del suo padroncino.