|
AMORE PATERNO
“Deve esistere un
posto dove tutti i
nostri corpi
abbiano una possibilità
di essere amati”
(Guy Maddin)
Scese
dal letto gettandosi nel buio della stanza. Sostò spaesato e
si orientò grazie alla luce della luna che filtrava dal
vetro della finestra, unico riquadro ad aprire uno spiraglio
nelle tenebre. Fece perno sul piede destro e ruotò di
novanta gradi, là dove doveva esserci la porta. Coperta
dalle tende un'altra finestra orientò il piccolo che si
gettò sicuro in avanti rassicurato dal morbido urto col
materasso. Lei mugugnò e il piccolo balzò agile su quel
corpo caldo.
“Mamma!”
La
donna aprì gli occhi nel buio cercando l'interruttore sulla
parete alle sue spalle. Le pupille di entrambi si strinsero
fino a farsi due piccoli punti neri e gli oggetti ripresero
lentamente colore.
“Anche
stanotte brutti sogni?”
“Il
nonno mamma...”
“Sveglierai papà, torna a dormire. Il nonno viene a trovarti
in sogno per farti compagnia.”
“Ma ha
una faccia tutta...”
Il
padre si rigirò nel letto e il bambino si zittì. La madre si
portò l'indice alle labbra e con voce sommessa pregò il
piccolo di tornare in camera. Lui la guardò con occhi persi
ed esitò un poco.
“Lascia la luce accesa fin quando non dormo.” La esortò.
La
luce si spense quando ancora non dormiva. Gli occhi
brancolavano al buio sbucando da sotto le coperte. Avrebbe
potuto pensare a qualunque cosa di bello gli fosse capitato,
a tutto quello che di meraviglioso ancora non aveva visto,
ma l'unica immagine era il volto sporco del nonno che lo
chiamava a se attraverso le orbite vuote degli occhi.
La
luce si riaccese, dei passi attraversarono il corridoio e
poco dopo il rumore sordo dello sportello del frigorifero.
Papà si era alzato a bere e prima di tornare a letto si
sarebbe fermato in bagno. Rincuorato di non essere più solo
nell'incubo dell'insonnia il piccolo si precipitò alla
finestra. Qualcuno guardava dal basso. Una figura in abiti
logori e dai contorni ben definiti seppur tutt'altro che
chiari lo osservava dal giardino. Il frigorifero si
richiuse, l'occhio balenò verso quel suono per calcolare
quanto tempo potesse mancare a che le luci si spegnessero
nuovamente. Quando tornò al giardino la figura era sparita.
Si sporse in avanti per ampliare il campo visivo e sbatté la
testa contro il vetro. Il rumore fuori luogo nell'assoluto
mutismo della sera accrebbe il panico. Papà non era andato
in bagno, le luci erano di nuovo spente, solo l'istante di
una breve boccata d'ossigeno e il piccolo si precipitò nel
buio verso la camera dei suoi. La madre accese la luce
svegliandosi di soprassalto e lui si tuffò sul letto.
“Ora
basta, non puoi metterti a piangere appena sogni qualcosa.”
Il
piccolo si limitò ad indicare col braccio teso, là dove la
gialla luce della lampada si smorzava nel buio del
corridoio. La donna si girò scocciata alla ricerca del
marito e trovò solo lenzuola fredde.
“Dov'è
papà?”
“Il
nonno.”
“Vuoi
smetterla?!”
La
donna si alzò dal letto e dal buio ne uscì una figura magra
e ossuta. Ogni strappo del vestito mostrava l'angolo
spigoloso delle ossa. La pelle tesa lasciava cadere piccole
zolle di terriccio.
I due
si scaraventarono fuori dalla stanza sbattendo a terra quel
muro d'ossa. La madre cercò a tentoni l'interruttore nella
certezza più che nella speranza che tutto con la luce
sarebbe svanito. Il piccolo giaceva a terra abbracciando il
corpo ancora caldo del padre mentre l'ombra dell'uomo ossuto
si stagliava su mobili e pareti fino a che la sua presenza
tangibile rese orfana ogni altra terribile suggestione. La
madre si alzò da terra e corse alla porta, ma l'uomo le era
già addosso. La prese per i capelli obbligandola a voltarsi
verso il figlio.
“Poco
importa sai?” Fece quel mucchio d'ossa con una voce
aspirata. “Quello non è papà.”
Il
piccolo si accorse solo ora che gli occhi rivoltati
all'indietro e incastonati nelle orbite di quel corpo che
ancora abbracciava, avevano visto sgusciare via la vita
senza saperla riacciuffare. Del sangue colava dall'angolo
delle labbra e scivolava giù lungo il collo dove si
raccoglieva in una piccola diga sulla spalla per poi cadere
a terra.
“Chiedilo a mamma.”
Il
bambino si strinse contro l'armadio.
“Chiedi chi è papà. Chiedile perché si arrabbia quando Tobia
scava in giardino.”
Il
cane non aveva abbaiato, quel silenzio innaturale della
notte era il silenzio del piccolo Tobia che tutto avvertiva
e che certo non si sarebbe fatto sfuggire quella figura nel
suo giardino. Il piccolo non pensò al suo cagnolino, nemmeno
gli venne in mente, ma il nonno scrupoloso brandendo un
coltello da cucina si avvicinò al piccolo senza lasciare la
madre.
“Tobia
sta bene, non preoccuparti. Però la tua mamma non è stata
buona con me. A un papà si deve voler bene e un papà deve
voler bene ad un figlio. Io ne ho voluto tanto a tua madre,
così tanto che era difficile capirlo e ne voglio anche a
te.”
Non
aggiunse altro, infilzò il coltello alla base del collo
della donna e con un colpo deciso lo squarciò fino al mento.
Ne uscì un getto dirompente che presto si spense
gorgogliando come un torrente in secca alla ricerca di una
fuga fra le rocce. La donna si concesse alcuni sussulti per
poi spegnersi.
“Vedi,
tua mamma non ha capito e ha fatto la stessa cosa con me tre
mesi prima che nascessi tu piccolo mio. Ma io ora...”
Il
piccolo scappò ad occhi chiusi, alcuni passi nelle
rassicuranti braccia del buio che aveva sempre voluto
evitare e li riapri davanti alla porta per fiondarsi fuori.
Poco dopo uscì il nonno, Tobia gli scodinzolava attorno
annusando la vestaglia della donna per poi guardare in alto
compiaciuto. Il nonno si fermò davanti al profondo buco nel
giardino, vi gettò il corpo della figlia e guardò oltre la
strada alla ricerca del piccolo.
Scomparve in quel fosso. Tobia scodinzolò lì attorno per un
po', vicino all'amico e fedele a quell'odore così familiare,
quel mucchio d'ossa che con lui aveva condiviso il giardino,
poi attraversò la strada, alla ricerca del suo padroncino.
|