Era il 6 Giugno del 2006 e
avevo finalmente trovato un lavoro.
Non che mi piacesse fare
la baby-sitter, ma era meglio che starmene ad oziare tutto il giorno sul divano
e poi avrei potuto mettere da parte anche un po’ di grana.
L’appuntamento era alle 20:30 al 66 di Nightingale ed io come al solito ero in
ritardo. Era un
quartiere dove c’era posto solo per musica, che usciva a volume sostenuto dagli
sportelli aperti di macchine di grossa cilindrata. Tutte le notti avvenivano
risse furibonde e spesso qualcuno ci lasciava la pelle. Ma il sole del mattino
era abbastanza forte da cancellare anche il ricordo di quelle vittime della
degenerazione, e al loro posto sorgevano le bancarelle del mercato con i loro
tendoni di plastica verde oliva.
Mentre attraversavo la
strada, mi tornò alla mente una canzone che avevo sentito alla radio prima di
uscire. Era la preferita di mia nonna e la ascoltavamo spesso insieme.
Alla porta venne ad
aprirmi un uomo di mezz’età.
Rimasi sorpresa dal suo
fisico atletico e dallo strano colore ambrato dei suoi occhi.
«Tu devi essere la
signorina Khali» fece una pausa e mi scrutò a lungo.
«Sei in ritardo lo sai?»
Il tono che usò per rimproverarmi mi spiazzò.
«Mi dispiace, signor
Aarseth, ma…» con un gesto mi mise a tacere e chiuse la porta lentamente.
Diedi un’occhiata veloce
alla casa, poi notai come fosse agitato ed impaziente di uscire.
Aveva la fronte imperlata
di sudore ed io ero così assorta a guardarlo che non sentii quello che mi stava
dicendo. «…e tieni tutte le finestre chiuse, non aprire a nessuno, per nessun
motivo!»
Mi fissò negli occhi
furioso.
Gli feci intendere di aver
capito, ma esclusivamente perché mi stava sul serio terrorizzando e mi
tranquillizzai solo quando una bambina bionda scese timidamente le scale…
Il mio lavoro di
baby-sitter sarebbe effettivamente iniziato quella sera, ed io avevo dubitato
come sempre. Pensai di essere veramente prevenuta.
«Ciao…» sussurrò la
piccola guardandoci entrambi con i suoi occhioni celesti.
Non poteva avere più di
sei anni, la sua pelle risplendeva sotto la luce a neon delle scale ed era così
esangue da sembrare fluorescente. Indossava una camicia da notte bianca da cui
spuntavano due gambette sottili come steli. Non si mosse e non aggiunse altro.
Io, nel frattempo, seguivo con la coda dell’occhio il signor Aarseth che apriva
la porta per uscire.
Vide la luna.
Un globo perfetto e
luminoso che sembrò colpirlo in pieno, così forte da farlo accasciare al suolo.
«Papà!»
«Signor Aarseth!»
Corsi da lui, mi dava le
spalle e tremava come in preda a spasmi acuti.
Posai una mano sul suo
braccio destro e mi accorsi che la pelle era tesa e i muscoli duri come
l’acciaio. Gli chiesi poi se si sentisse bene e lui in risposta si girò di
scatto facendomi vivere il terrore più intenso che avessi mai provato nella mia
vita. Ringhiava con una tale intensità da far tremare le pareti, al posto delle
labbra aveva un muso lungo e nero da cui spuntavano zanne spesse e affilate come
rasoi. Le narici erano dilatate e umide, il respiro denso come una coltre di
nebbia e così forte da scompigliarmi i capelli. Non riuscivo più a scorgere
nulla, la mia bocca era completamente prosciugata della saliva e le lacrime
sgorgavano dai miei occhi senza che le avessi minimamente stimolate. La bambina
strillò in modo assordante.
Lui scattò in piedi con
impeto.
Era un licantropo nero
alto quasi due metri, con grosse zampe munite di artigli capaci di dilaniare un
toro con un solo colpo. Aveva gli occhi dorati e feroci e la bava colava a
fiotti sul pavimento, mentre emetteva latrati infernali. Volevo parlare, urlare,
ma la voce non mi usciva.
Reclinò il capo
all'indietro e fece un ululato lunghissimo, poi si piegò a quattro zampe e con
un agile salto raggiunse la bambina con l’intento di farla tacere per sempre.
Con una sferzata del collo
le diede una testata che la fece sbattere con violenza contro la ringhiera poi
si avventò sul suo esile braccio, strappandoglielo di netto. Il sangue zampillò
dalle vene penzolanti all'altezza del gomito che attorcigliandosi su se stesse
insudiciavano la parete e me. Mi sentii mancare, non ebbi il coraggio di
chiudere gli occhi e mi mantenne cosciente solo il conato di vomito che
raggiunse la mia gola e il martellare pauroso del mio cuore.
Non potevo credere che
stava dilaniando la propria figlia!
Non potevo credere che
fosse tutto vero!
Il licantropo aveva il
pelo completamente pregno di sangue, tanto da brillare, e le grosse zampe che lo
guidavano con circospezione verso di me lasciavano orme nitide al suolo.
Trovai la forza di
voltarmi e, mentre lui si avvicinava ringhiando con tutta la forza che poteva
avere, presi a correre verso il balcone.
Mi rincorse, sentivo la
sua presenza inquietante e spettrale alle mie spalle, ma riuscii ad aprire le
ante uscendo sull’ampio terrazzo. Afferrai la ringhiera, stavo per saltare giù,
ma lui era stato più veloce di me. Gli artigli delle zampe anteriori affondarono
nella mia schiena e un dolore vivo e penetrante invase tutto il mio corpo.
Sentii le unghie bloccarsi sulle ossa e le carni che venivano strappate via.
Aprii di scatto gli occhi.
Ero completamente intrisa
di sudore, il mio cuore batteva così forte da farmi rischiare l’infarto. Ma ero
a casa… viva!
A passi veloci andai in
cucina a prendere un bicchiere d’acqua, dopo a cercare conforto da mia nonna. La
radio stava trasmettendo la stessa canzone che avevo sentito nel mio incubo e
lei ne intonava la melodia con una vocina meravigliosamente calda e
rassicurante.
La spalliera della
poltrona la copriva per intero, mi avvicinai sicura e risollevata…
«Nonnaaa… ho fatto un
brutto sogno… ero…»
Giunta di fianco a lei
vidi che aveva la testa nera, ricoperta da pelo canino, enorme su quel corpo
gracile e smunto! Ringhiò spalancando le fauci insanguinate.
Il
bicchiere mi cadde dalle mani frantumandosi in mille pezzi sul pavimento.