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DANZA COME SE VOLESSI VIVERE
“Avanti, seguimi… non ti mangio mica!” Il ragazzo, vestito
con un assurdo cappotto di pelle e pettinato anche peggio,
le stringeva la mano e quasi la trascinava attraverso Grey’s
Blvd. La ragazzina, molto carina, era vestita con una
camicetta bianca che le faceva intravedere il reggiseno, ed
sembrava arrancare nel seguirlo in quella scellerata corsa
contro il tempo.
“Non ci voglio andare, non mi piace ballare in mezzo a tanta
gente!” Protestò lei all’indirizzo del suo cavaliere.
“Stanotte si inaugura il Veliero, non possiamo
mancare!”
La trascinò per tutta la strada finché non giunsero ad una
piccola piazzetta gremita di gente. Su di un lato dello
spiazzo si ergeva alto e fiero un edificio chiamato Veliero.
I colori vivi delle pareti gialle ed arancioni stridevano
con la cupidigia tipica di quella gotica città; un enorme
albero-vela s’ergeva come ornamento di quella struttura alta
non più di una ventina di metri. Su di un lato vi erano solo
finestre inclinate, che fungevano anche da tetto.
La massa di ragazzi s’accalcava all’ingresso dell’edificio,
dal cui interno proveniva una musica fortissima. C’erano sì
e no mille persone, troppo poche per due di loro.
“Senti, dobbiamo andarcene!” Continuava a protestare lei.
Dopo una lunga fila, passata a discutere inutilmente, lei
s’arrese all’idea di entrare, naturalmente il biglietto lo
pagò il suo cavaliere.
Era come se l’edificio fosse cavo: una stanza enorme che
aveva come tetto la parete inclinata di finestre. Era però
tutto piuttosto scuro, nere ombre si dimenavano al ritmo di
frenetiche luci e psichedelici suoni vibranti. Enormi casse
erano disposte ai lati della stanza.
Lei si guardava attorno con circospezione, ma riuscendo solo
a scrutare nere figure: ragazze scatenate e ballerini
arrapati. Un fascio di luce la colpì improvvisamente, un
faro da discoteca la accecò per qualche istante. Si
stropicciò gli occhi indietreggiando, poi li riaprì. Dinanzi
le stava un ragazzo apparentemente della sua età. Lunghi
capelli neri come gli occhi, la carnagione pallida e smunta,
ma comunque di bell’aspetto. Avvolto in un impermeabile
nero, indossava occhiali scuri. Sogghignava.
La ragazza tentò di indietreggiare, ma la massa di persone
non le permettevano di trovare un punto di riferimento.
Nonostante si voltasse costantemente, lui era sempre lì
davanti, e sorrideva ancora. Le vennero in mente le parole
di colui che la fece, le parole che le disse il giorno in
cui lei partì: “Loro ti vedranno, ma tu non li vedrai”.
Ora si era di nuovo avvinghiata al suo cavaliere, nella
speranza che questo potesse inibire il suo persecutore. Lo
vide volteggiare e trascinare con sé altri dieci ragazzi.
Ricadde in mezzo alla folla, che subito si richiuse su di
lui, schiacciandolo.
Era sola, adesso.
Presa dall’ansia corse verso l’uscita, scaraventando lontano
chiunque le si parasse dinanzi con la forza di chi è
disperato. Era vicina, mancavano solo pochi passi, ma un
forte braccio la cinse. Non riuscì a vedere nemmeno il volto
di chi la teneva stretta ad un petto privo di battiti, ma
lei sapeva chi fosse, lo immaginava. Poteva sentire il
proprio cuore battere forte sentiva il suo cuore com’era
possibile?
“Non opporti, lasciati andare!”
Era tutto così confuso. Ora vedeva solo un rosso manto. Le
percussione erano come urla disperate e le sue mani
affondavano in qualcosa di molle e umido.
Aprì gli occhi. La prima cosa che vide fu la falce di luna
alta nel cielo. Era tutto silente, ora. Non c’era musica, né
il vocio della massa. Era buio il cielo, nemmeno le stelle
erano più alte lì sopra. Sentiva ancora qualcosa di molle
nella mano, qualcosa di viscido. Si rese conto di essere in
ginocchio, col capo rivolto verso il cielo e con la bocca
colma di liquido; lo sputò e vide che era sangue. Ora il suo
occhio correva sul suo corpo, sporco di sangue; correva sul
suo braccio, sempre più in fondo, fino alla mano. Spalancò
gli occhi quando vide cosa stringeva, mentre i suoi
capezzoli turgidi le davano piacere…
Era un cuore... un cuore umano! Per la prima volta ne vedeva
uno, era così scuro ed informe; le sue dita lo penetravano e
segni di morsi profondi narravano ciò che era accaduto. Poi,
con lo sguardo seguì la scia di sangue lasciata dal cuore e
vide un cadavere… un cadavere vestito con un brutto cappotto
in pelle.
Sapeva chi era, ma vedere il suo volto sfregiato dalla furia
di artigliate laceranti la fece sprofondare in un mare di
dolore annebbiante.
Si continuava a guardare le mani, contorte dagli artigli
lunghi ed affilati come quelli d’un lupo. Il sangue nella
sua bocca, il medesimo odore dell’altro; di quello che
sgorgava ancora dal cadavere dilaniato.
Carezzava il volto di sangue, cercando una qualche
somiglianza con quello che era stato un tempo. Piangeva,
piangeva lacrime di sangue. Tremava, impaurita da ciò che
era diventata.
Soltanto ora si rendeva conto che non si trovava più al
Veliero, ma su di una collina. E solo ora si rendeva conto
che qualcuno aveva assistito a tutta la scena. I passi di
quel qualcuno erano leggeri ed impercettibili, ma
velocissimi. Quando lei si voltò, le era già accanto. Il
torvo ragazzo della festa, dai lunghi capelli neri, ora non
rideva più.
Tra gli spasmi di una persa umanità, tutto ciò che riuscì a
chiedergli fu: “Perché?”
Egli pareva una sola cosa con le tenebre, si accovacciò e
parve divenire proprio un’ombra, per poi ricomporsi.
Il volto era dannatamente serio e fermo, come quello di una
statua. Non sembrò muovere nemmeno le labbra quando parlò:
“Imparare… devi imparare il valore di ciò che sei
diventata!”
Lei era piena di rancore, ma la bestia interiore l’aveva
ormai lasciata: “L’ ho ucciso a causa tua!”
Il nero figuro si alzò e scomparve nelle tenebre, mentre la
sua voce ancora riecheggiava in quel luogo:
“Non ha senso che un lupo si creda agnello. Anche se bela, i
suoi denti divoreranno per sempre la carne!”
E rimase da sola, Agnes di Castilia; sola, abbandonata anche
dalla sua umanità.
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