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Biografia dell'autore
 

Simone Babini

 

 

 

DEIMOS

 

Mi sono sempre sorpreso di quanto sia luminosa la Luna piena. Le notti di plenilunio mi hanno sempre infuso un senso di serenità, qualcosa di veramente raro nella mia vita passata. Non potevo però certo immaginare ciò che mi aspettava quella particolare notte. Ammiravo il paesaggio illuminato dalla luce riflessa dalla Luna, quando all’improvviso mi sentii stringere al collo e quasi soffocare, cominciai a vedere punti luminosi agitarsi nel mio campo visivo e cominciai a tremare violentemente. Poi, un colpo secco allo stomaco, seguito da crampi violenti, gli occhi carichi di lacrime, il terrore assoluto e la sensazione, la speranza di perdere i sensi. Un altro, l’ennesimo attacco, il quarto della giornata e non ero nemmeno uscito di casa.

Fino ad allora non ero nemmeno riuscito, a differenza di molti altri, a provare odio contro questo male, perché cercavo invano di razionalizzarlo e considerandolo come una cosa priva di volontà propria non potevo odiarlo, almeno non più di come potrei odiare un fulmine o la pioggia.

Gli attacchi erano sempre stati refrattari ad ogni genere di cura, solo i sedativi fornivano un temporaneo sollievo, ma la dose doveva aumentare sempre più col passare del tempo ed in quella notte forse esagerai, superai una soglia critica e li mischiai con altri farmaci. Niente di letale comunque ed in ogni caso di certo ormai non m‘importava più. Corsi in bagno per vomitare, come accadeva durante ogni attacco, ma cominciai improvvisamente a sentire un’insopportabile e martellante dolore alla testa, che fece cessare la nausea e crebbe d’intensità un secondo dopo l’altro. Quasi sopraffatto dal dolore afferrai la testa con entrambe le mani e dopo qualche istante avvertii con i mignoli qualcosa d’incredibile. Con entrambe le dita sentii che un’area circolare proprio in mezzo alla fronte, del diametro di forse tre o quattro centimetri, cominciava a cedere.

Istintivamente premetti con forza e con stupore ed orrore indescrivibili vidi riflesso nello specchio del bagno aprirsi un buco in mezzo alla mia fronte, da cui fuoriuscì con violenza una massa di materiale bianco-giallastro, pus o chissà che altro, e poi vidi… l’interno della mia testa. Vidi un’ampia cavità all’interno della massa cerebrale, che aveva assunto un colore viola scuro e vagamente luminescente. Era tutto così tremendamente assurdo e disgustoso, ma più di tutto lo era quello che vidi in fondo alla cavità: una massa globulare e pulsante, di colore nero e che con qualcosa di simile a tentacoli gelatinosi s’insinuava in ciò che rimaneva di entrambi gli emisferi cerebrali. Quella cosa mi parlò, ma non con un qualche tipo di suono reale, le parole fluivano direttamente nella mia mente, o in ciò che ne rimaneva: -Alla fine ci siamo incontrati di persona, umano. Ora non è più necessario lottare, abbandonati a me e non soffrirai mai più, non proverai dolore o tristezza, solo piacere. Inonderò il tuo cervello con endorfine ogni volta che vorrai.

Rimasi sconcertato, non dalle sue parole però, ma da ciò che percepivo in quell’essere, quell’entità o qualunque disgustosa cosa fosse.

Eravamo in uno stato di simbiosi e riuscii a percepire chiaramente in Lui qualcosa che non aveva sicuramente mai provato prima: la paura.

Attesi qualche secondo, non perché fossi in qualche modo allettato dalle vane promesse di quell’abominio, ma perché volevo solo che potesse percepire quella nuova emozione, che aveva inflitto forse a milioni di poveri esseri diversi, fino in fondo. Poi, soddisfatto da ciò che percepivo in Lui, corsi in cucina e mentre il tono delle sue parole diveniva prima sempre più condiscendente e poi sempre più rabbioso, afferrai una forchetta e corsi nuovamente in bagno di fronte allo specchio, ancora sporco di schizzi di sangue e pus.

-Che diavolo vuoi fare, miserabile grumo di polvere di stelle? Rimane ben poco del tuo inutile cervello e ciò che ne rimane è marcio- disse.

Non ascoltai le sue parole, non avevo più paura per la prima volta nella mia vita. C’era solo rabbia finalmente. Infilai la forchetta nella cavità cranica, infilzai quello schifoso globo gelatinoso, lo strappai via dalla mia testa e lo gettai a terra. Cominciai a sentirmi debole ed ebbi la sensazione di essere sul punto di svenire, ma potei ancora percepire le ultime suppliche di quella cosa sul pavimento, come un’eco lontano e furono come musica per le mie orecchie. Prima di svenire raccolsi le mie ultime forze e spiaccicai con un piede quella specie di lumaca nera. Vidi un piccolo sbuffo di fumo bianco sprigionarsi dal pavimento, come se ci fosse finito uno schizzo di acido concentrato, poi rialzando il piede vidi che quella cosa era scomparsa, lasciando come unica traccia una leggera abrasione, simile ad un frattale, sul pavimento. Poi, finalmente cedetti e calarono le tenebre.

Quando mi risvegliai disteso sul pavimento, la prima cosa che feci istintivamente fu di tastarmi la fronte certo, per quanto assurdo, di trovarci un buco, ma ovviamente non trovai nulla di strano, nemmeno quando rialzatomi in piedi con un gran mal di testa mi esaminai accuratamente la fronte allo specchio. D’altra parte non bisogna essere un medico, pensai, per capire che con buco nella testa non mi sarei mai risvegliato. La notte appena trascorsa era stato però tutto fuorché normale. Ancora adesso non so dire se si trattò di una qualche complessa e realistica allucinazione causata dal mix di farmaci o qualcosa di più. Quel che è certo è che da quella notte l’incubo degli attacchi di panico è definitivamente cessato ed ora posso di nuovo vivere. Non ho mai parlato con nessuno di quella notte, per evidenti motivi, però oggi ho deciso di scrivere cosa è successo, o credo sia successo e non per caso. Questa mattina, spostando un mobiletto ho intravisto su una mattonella, con un brivido che mi ha percorso la schiena, una lieve abrasione, quasi invisibile, ma terribilmente familiare. Forse era lì già da molto prima di quella notte, l’avevo già notata distrattamente ed è per questo che è stata inclusa nella mia “notte allucinogena”.

Oppure devo solo smettere di razionalizzare anche ciò che non è possibile.