DEIMOS
Mi sono sempre sorpreso di
quanto sia luminosa la Luna piena. Le notti di plenilunio mi hanno sempre infuso
un senso di serenità, qualcosa di veramente raro nella mia vita passata. Non
potevo però certo immaginare ciò che mi aspettava quella particolare notte.
Ammiravo il paesaggio illuminato dalla luce riflessa dalla Luna, quando
all’improvviso mi sentii stringere al collo e quasi soffocare, cominciai a
vedere punti luminosi agitarsi nel mio campo visivo e cominciai a tremare
violentemente. Poi, un colpo secco allo stomaco, seguito da crampi violenti, gli
occhi carichi di lacrime, il terrore assoluto e la sensazione, la speranza di
perdere i sensi. Un altro, l’ennesimo attacco, il quarto della giornata e non
ero nemmeno uscito di casa.
Fino ad allora non ero
nemmeno riuscito, a differenza di molti altri, a provare odio contro questo
male, perché cercavo invano di razionalizzarlo e considerandolo come una cosa
priva di volontà propria non potevo odiarlo, almeno non più di come potrei
odiare un fulmine o la pioggia.
Gli attacchi erano sempre
stati refrattari ad ogni genere di cura, solo i sedativi fornivano un temporaneo
sollievo, ma la dose doveva aumentare sempre più col passare del tempo ed in
quella notte forse esagerai, superai una soglia critica e li mischiai con altri
farmaci. Niente di letale comunque ed in ogni caso di certo ormai non
m‘importava più. Corsi in bagno per vomitare, come accadeva durante ogni
attacco, ma cominciai improvvisamente a sentire un’insopportabile e martellante
dolore alla testa, che fece cessare la nausea e crebbe d’intensità un secondo
dopo l’altro. Quasi sopraffatto dal dolore afferrai la testa con entrambe le
mani e dopo qualche istante avvertii con i mignoli qualcosa d’incredibile. Con
entrambe le dita sentii che un’area circolare proprio in mezzo alla fronte, del
diametro di forse tre o quattro centimetri, cominciava a cedere.
Istintivamente premetti
con forza e con stupore ed orrore indescrivibili vidi riflesso nello specchio
del bagno aprirsi un buco in mezzo alla mia fronte, da cui fuoriuscì con
violenza una massa di materiale bianco-giallastro, pus o chissà che altro, e poi
vidi… l’interno della mia testa. Vidi un’ampia cavità all’interno della massa
cerebrale, che aveva assunto un colore viola scuro e vagamente luminescente. Era
tutto così tremendamente assurdo e disgustoso, ma più di tutto lo era quello che
vidi in fondo alla cavità: una massa globulare e pulsante, di colore nero e che
con qualcosa di simile a tentacoli gelatinosi s’insinuava in ciò che rimaneva di
entrambi gli emisferi cerebrali. Quella cosa mi parlò, ma non con un qualche
tipo di suono reale, le parole fluivano direttamente nella mia mente, o in ciò
che ne rimaneva: -Alla fine ci siamo incontrati di persona, umano. Ora non è più
necessario lottare, abbandonati a me e non soffrirai mai più, non proverai
dolore o tristezza, solo piacere. Inonderò il tuo cervello con endorfine ogni
volta che vorrai.
Rimasi sconcertato, non
dalle sue parole però, ma da ciò che percepivo in quell’essere, quell’entità o
qualunque disgustosa cosa fosse.
Eravamo in uno stato di
simbiosi e riuscii a percepire chiaramente in Lui qualcosa che non aveva
sicuramente mai provato prima: la paura.
Attesi qualche secondo,
non perché fossi in qualche modo allettato dalle vane promesse di
quell’abominio, ma perché volevo solo che potesse percepire quella nuova
emozione, che aveva inflitto forse a milioni di poveri esseri diversi, fino in
fondo. Poi, soddisfatto da ciò che percepivo in Lui, corsi in cucina e mentre il
tono delle sue parole diveniva prima sempre più condiscendente e poi sempre più
rabbioso, afferrai una forchetta e corsi nuovamente in bagno di fronte allo
specchio, ancora sporco di schizzi di sangue e pus.
-Che diavolo vuoi fare,
miserabile grumo di polvere di stelle? Rimane ben poco del tuo inutile cervello
e ciò che ne rimane è marcio- disse.
Non ascoltai le sue
parole, non avevo più paura per la prima volta nella mia vita. C’era solo rabbia
finalmente. Infilai la forchetta nella cavità cranica, infilzai quello schifoso
globo gelatinoso, lo strappai via dalla mia testa e lo gettai a terra. Cominciai
a sentirmi debole ed ebbi la sensazione di essere sul punto di svenire, ma potei
ancora percepire le ultime suppliche di quella cosa sul pavimento, come un’eco
lontano e furono come musica per le mie orecchie. Prima di svenire raccolsi le
mie ultime forze e spiaccicai con un piede quella specie di lumaca nera. Vidi un
piccolo sbuffo di fumo bianco sprigionarsi dal pavimento, come se ci fosse
finito uno schizzo di acido concentrato, poi rialzando il piede vidi che quella
cosa era scomparsa, lasciando come unica traccia una leggera abrasione, simile
ad un frattale, sul pavimento. Poi, finalmente cedetti e calarono le tenebre.
Quando mi risvegliai
disteso sul pavimento, la prima cosa che feci istintivamente fu di tastarmi la
fronte certo, per quanto assurdo, di trovarci un buco, ma ovviamente non trovai
nulla di strano, nemmeno quando rialzatomi in piedi con un gran mal di testa mi
esaminai accuratamente la fronte allo specchio. D’altra parte non bisogna essere
un medico, pensai, per capire che con buco nella testa non mi sarei mai
risvegliato. La notte appena trascorsa era stato però tutto fuorché normale.
Ancora adesso non so dire se si trattò di una qualche complessa e realistica
allucinazione causata dal mix di farmaci o qualcosa di più. Quel che è certo è
che da quella notte l’incubo degli attacchi di panico è definitivamente cessato
ed ora posso di nuovo vivere. Non ho mai parlato con nessuno di quella notte,
per evidenti motivi, però oggi ho deciso di scrivere cosa è successo, o credo
sia successo e non per caso. Questa mattina, spostando un mobiletto ho
intravisto su una mattonella, con un brivido che mi ha percorso la schiena, una
lieve abrasione, quasi invisibile, ma terribilmente familiare. Forse era lì già
da molto prima di quella notte, l’avevo già notata distrattamente ed è per
questo che è stata inclusa nella mia “notte allucinogena”.
Oppure devo solo smettere
di razionalizzare anche ciò che non è possibile.